UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PALERMO

 

DOTTORATO DI RICERCA IN FILOLOGIA
E CULTURA GRECO-LATINA

XVII CICLO

Longa via .
Rappresentazioni delle simbologie spaziali
nell’elegia augustea

 

 

Tesi di dottorato di
Paolo Monella

 

Coordinatore del dottorato
Ch.ma prof.ssa Maria Assunta Lavagnini

Tutor
Ch.mo prof. Luciano Landolfi

 

Anno Accademico 2004-2005

 

Things should be made as simple as possible – but no simpler.

        Albert Einstein

Indice

Introduzione

Capitolo 1. I precedenti

1.1 I precedenti ellenistici: scoperta della città e invenzione della campagna

1.1.1 Dalla povli" alla metropoli, attraverso Alessandria. Un rapido consuntivo

1.1.2 La Grecia classica: l’occhio del cittadino sulla campagna ‘vicina’

1.1.3 L’Ellenismo e l’‘invenzione della campagna’

1.1.4. La città ellenistica

1.2 I precedenti romani: i manifesti del ‘catonismo’

Capitolo 2. Catullo: la società delle lettere e le sue periferie

2.1 Introduzione

2.2 La città come sfondo della creazione letteraria

2.3 Periferie vicine e lontane

2.4 Poli decentrati

2.5 Spazi esotici

2.6 Conclusioni

Capitolo 3. Tibullo: il sogno rurale visto da lontano

3.1 Introduzione: unità e molteplicità nella poesia tibulliana

3.2 Il triplice spazio di Tibullo

3.2.1 La natura irreale del sogno georgico-bucolico

3.2.2  Il posizionamento dell’io poetico in rapporto alla campagna idealizzata

3.2.3 Lo spazio della città

3.2.4 Lo spazio della guerra

3.2.5 Altre forme di rappresentazione degli spazi ‘esterni’

3.2.6 Verg. Buc. 10

Capitolo 4. Properzio: Roma, l’amore, il viaggio

4.1 Introduzione

4.2 La città

4.2.1 I termini della questione

4.2.2 I Realien urbani come sfondo neutro o empatico alla vicenda amorosa

4.2.3 I luoghi della città come spazio ‘esterno’ all’ethos elegiaco

4.3 Il viaggio

4.3.1 Il viaggio in Properzio: evasione o rifiuto?

4.3.2 Viaggio e tradimento

4.3.3 Il viaggio come punizione e come prova

4.3.4 Viaggio e Lebenswahl

4.3.5 Il viaggio come remedium amoris

Capitolo 5. Ovidio: una nuova retorica dello spazio

5.1. Alcune premesse

5.2 L’appropriazione della topografia urbana

5.3 Viaggio e movimento nell’elegia erotica ovidiana

5.3.1 Gli Amores: verso una retorica ‘aperta’ dello spazio

5.3.2 L’Ars amatoria: una grammatica dell’eros ‘dinamico’

5.3.3 Postilla: i Remedia amoris, ovvero l’ultimo rovesciamento

Conclusioni

Bibliografia

Dizionari

Edizioni e commenti

Studi

 

Introduzione

Il presente studio si prefigge di studiare la concezione dello spazio all’interno dell’elegia augustea, partendo dai testi e dalle dinamiche culturali che, in àmbito sia greco sia latino, possano essere considerati quali precedenti significativi per il suo stesso sviluppo.

In un capitolo preliminare cercheremo di seguire all’interno della cultura ellenica l’evoluzione delle rappresentazioni culturali della città, soprattutto nel passaggio cruciale dalla πόλις classica alla nuova realtà della metropoli ellenistica, paradigmaticamente rappresentata da Alessandria, al fine di rintracciare nelle opere della letteratura ellenistica le matrici del concetto di urbanitas che tanto peso rivestirà nella letteratura tardo-repubblicana ed augustea, e specificamente nella poesia elegiaca. Particolare attenzione sarà dedicata ai processi culturali per cui, nello  scollamento tra l’identità urbana e quella legata alla χώρα , si sviluppano da una parte una tendenza realistica nel rappresentare la realtà cittadina, dall’altra un’immagine idealizzata della campagna di cui si alimenterà nei secoli a venire la poesia bucolica.

Accanto a tali considerazioni, per scandagliare in modo più completo la complessità di influssi culturali destinata a confluire nella rappresentazione elegiaca dello spazio, è parso altresì opportuno proporre alcune considerazioni sull’ideologia romana della terra, elemento basilare della visuale del mos maiorum . Un certo numero di testi significativi di età repubblicana ed augustea, per lo più provenienti da trattati di agricoltura, permetteranno di enucleare le costanti di una ben precisa strategia identitaria, tendente ad individuare nel rus , in contrapposizione all’ urbs , lo spazio simbolico in cui risiedono i più fondati valori morali, economici e politici della romanità.

All’interno della nostra analisi un capitolo a sé è stato riservato al liber catulliano, sia in quanto tappa basilare nell’elaborazione di una cultura letteraria dell’ urbanitas a Roma, sia  in quanto precedente diretto dell’identificazione tra vita, amore, poesia e contesto cittadino (tanto dal punto di vista culturale quanto dal punto di vista spaziale), a sua volta cardine della costruzione elegiaca dello spazio. La produzione catulliana dimostra di costituire, anche per questo aspetto, una fucina di temi e forme espressive di straordinaria ricchezza, a cui, anche per quanto riguarda temi quali il viaggio, la lontananza, i siti della guerra, la poesia elegiaca non mancherà di attingere, pur attraverso una più rigorosa selezione di forme e motivi.

Le pagine dedicate alla costruzione simbolica dello spazio in Tibullo si misureranno con una questione diffusamente dibattuta dalla letteratura specialistica: la natura delle rêveries bucolico-georgiche tibulliane. Trasportando l’analisi sul piano del posizionamento spaziale dell’ io poetico nell’ intera produzione del nostro autore, non escluse le elegie cui è più legato il cliché del Tibullo ‘poeta della campagna’, tenteremo di proporre una lettura del suo universo spaziale nella chiave di una ‘fuga verso l’interno’, a partire da un ‘piano di realtà’ legato invece agli spazi della città e della guerra. Come non tarderemo a vedere, un precedente di tale costruzione simbolica dello spazio può forse rintracciarsi nella perduta silloge di Cornelio Gallo. Sarà pertanto necessario rileggere un componimento di particolare rilievo ai fini della ricostruzione della poetica galliana, e, in generale, dei nodi problematici del genere elegiaco: la decima ecloga di Virgilio.

Passando all’indagine della poesia properziana, occorrerà dapprima trattare in maniera separata i due assi intorno ai quali si costruisce la retorica dello spazio dell’autore umbro, e, in ultima analisi, dell’intero genere d’appartenenza: la città e il viaggio. Per quanto riguarda il primo tema, cercheremo di analizzare la cifra di una poesia fortemente radicata nel mondo urbano, ma che tuttavia sembra temere le forze ‘centrifughe’ insite nella realtà della vita galante, il cui teatro preferenziale, se non elusivo, coincide con la topografia dell’ Urbs . Il tema della lontananza, invece, si delineerà nei termini di una vera e propria ossessione properziana, segno di un rifiuto radicale di ogni forma di spazio esterno in cui si rispecchia la natura ‘esclusiva’ dell’ideologia elegiaca. In questa luce, ovvero attraverso il rifiuto di quanto si pone all’esterno del mondo chiuso degli amanti, potremo esaminare l’intera costruzione simbolica dello spazio in Properzio, sia in relazione ai Realien urbani, visti come luogo di pericolosa evasione dalla monogamia elegiaca, sia nei confronti di ogni forma di viaggio, fosse anche la più inoffensiva delle gite fuori porta.

Concluderemo la nostra analisi, come ovvio, con la produzione giovanile di Ovidio, all’interno della quale, muovendo dai noti studi sulla piena realizzazione del concetto di urbanitas e dall’appropriazione ormai non più problematica dello spazio urbano, evidenzieremo come il venir meno delle contraddizioni e delle antinomie di cui si animava la ‘retorica esclusiva’ dell’elegia latina provochi un sostanziale smantellamento delle simbologie spaziali fondate sull’opposizione polare ‘interno vs. esterno’ e su una ideologia della staticità basata sulla desidia . Al suo posto vedremo costruirsi, già negli Amores , una nuova etica ‘dinamica’ per l’amante elegiaco, che troverà la sua compiuta espressione nell’ Ars amatoria . Che quest’ultima forma di semantizzazione delle categorie spaziali venga poi nuovamente mutata di segno nei Remedia amoris non desterà meraviglia – il sistematico rovesciamento dell’ Ars costituisce, come ben si sa, la matrice genetica del poema. Ad ogni modo, il recupero tardivo delle categorie spaziali elegiache nei Remedia non costituirà che l’ultimo omaggio ad una retorica dello spazio irrimediabilmente legata ad un genere e ad una ideologia che hanno perso, con la loro problematicità, la loro ragione di essere.

 

Capitolo 1
I precedenti

1.1 I precedenti ellenistici: scoperta della città e invenzione della campagna

1.1.1 Dalla πόλις alla metropoli, attraverso Alessandria. Un rapido consuntivo

Non presumiamo di dire qualcosa di nuovo asserendo che lo stretto collegamento tra vita, amore e creazione artistica che caratterizza la poesia elegiaca latina trova il suo punto di riferimento privilegiato nella vita e la cultura della metropoli e delle sue élites intellettuali. Tuttavia è nostra opinione – da sottoporre a verifica nel corso del presente studio - che le coordinate spaziali tracciate dal genere elegiaco al proprio interno e caricate di valenze simboliche si costruiscano fondamentalmente in rapporto a tale punto di riferimento. Riteniamo perciò indispensabile muovere gettando uno sguardo su quella stagione letteraria che ha realizzato appieno la ‘scoperta della città’, in un senso che preciseremo tra breve. Pensiamo, naturalmente, all’Ellenismo.

In una suggestiva pagina del suo saggio sulla vita quotidiana nella Roma repubblicana, Dupont può scrivere che “per i Romani la loro città è unica, è l’unica città al mondo, marcando una differenza sostanziale con le città greche, le quali ‘germogliavano’ le une dalle altre, producendo una costellazione policentrica estranea alla mentalità romana 1 ”.
Se vogliamo vedere dietro le ‘città’ della Dupont sostanzialmente le πόλεις greche classiche, tra i due poli individuati dallo studioso ( πόλεις greche ‘plurali’ e Urbs romana ‘unica’) andrà individuato un anello di congiunzione basilare: la metropoli ellenistica – metropoli che, almeno per i letterati, ha un nome preciso: Alessandria 2 .
Dopo la morte di Alessandro Magno, con l’instaurarsi della nuova forma statale costituita dai regni territoriali, con al centro una città capitale, muta sensibilmente l’organizzazione ‘politica’ dello spazio, fenomeno denso di importanti ricadute sulle rappresentazioni letterarie dello spazio stesso . Da questo punto di vista, l’evoluzione della distribuzione di senso tra i due termini πόλις e ἄστυ può costituire un’affascinante ‘traccia linguistica’ del percorso compiuto nel mondo greco dall’idea stessa di città: sostanzialmente sinonimi in età arcaica, essi si specializzano semanticamente man mano che nella Grecia classica viene prendendo forma un modello statale dominante, quello della città-stato. A questo concetto di realtà urbana che coincide con una precisa organizzazione politica del territorio e della popolazione i testi classici si riferiscono di norma col nome di πόλις , mentre ἄστυ indica la più generica idea di insediamento urbano 3 . Nel periodo ellenistico, però, in coincidenza col tramonto della realtà della città-stato autonoma, la stessa distinzione  tra  le  due  designazioni  perde  di  funzionalità,  e   πόλις  guadagna  terreno  ai  danni  di ἄστυ, divenendo il termine indifferenziato per un’idea di città che ormai non si identifica più necessariamente con lo Stato 4 .
La πόλις classica, nel senso sopra specificato, aveva conosciuto una stretta simbiosi tra l’ambito rurale, di cui praticamente si sostanziava a livello demografico e territoriale, e quello cittadino, che ne costituiva il centro unificatore. In altri termini, la maggioranza della popolazione viveva e lavorava in campagna, pur partecipando alle attività politiche e alle ricorrenze religiose o comunque simboliche aventi luogo nel centro urbano 5 , e d’altra parte la stessa economia ‘cittadina’ ruotava in buona parte intorno a quell’agricoltura praticata nell’ Hinterland , sicché la città viveva a strettissimo contatto con la propria campagna, sicché potremmo dire che ambedue costituivano, insieme, la πόλις 6 .

La metropoli ellenistica, invece, rappresenta come il centro di un’enorme χώρα , con cui non ha più uno scambio simbiotico: essa è sovraordinata a tutte le altre città del regno, è popolata in modo non più proporzionato alle possibilità di un Hinterland in cui impiegare la propria forza-lavoro contadina, e da cui trarre approvvigionamento. Costituisce, viceversa, un polo di attrazione per un vero e proprio flusso di inurbamento, in quanto essa accentra in sé le dinamiche politiche, economiche e commerciali dell’intero regno.

La ‘separatezza’ della metropoli dalle realtà periferiche è marcata ulteriormente da una realtà culturale straordinaria, non ultimo tra i portati della prodigiosa impresa politico-militare di Alessandro: quelle città che siamo abituati a considerare come le tedofore della grecità – e non a torto, almeno dal punto di vista della cultura letteraria, filosofica, artistica –, città come Alessandria, Pergamo, Antiochia, erano, almeno nelle prime fasi del loro sviluppo, delle ‘ enclaves ’ di cultura greca all’interno di territori etnicamente e linguisticamente non ellenici.

1.1.2 La Grecia classica: l’occhio del cittadino sulla campagna ‘vicina’

I molteplici riflessi sul piano letterario di questa mutata organizzazione dello spazio urbano e rurale in età ellenistica rivestono un’importanza particolare all’interno dello studio che intendiamo compiere all’interno dell’elegia latina, in quanto proprio nella nuova centralità della città in età alessandrina, nel diverso organizzarsi intorno ad essa, ed in relazione ad essa, di ogni altro paesaggio letterario, scorgiamo una tappa ineludibile per la comprensione molti aspetti delle rappresentazioni spaziali interne al genere elegiaco latino.

Prima di affrontare l’analisi dei testi ellenistici, però, converrà fare un passo indietro, per rintracciare brevemente alcuni riflessi della contrapposizione urbano-rustico così come essa si configurava nella letteratura greca arcaica e classica – in relazione, dunque, alla realtà della πόλις , nel senso precisato sopra. Scrive al riguardo Thomas Reinhardt, all’inizio del suo studio sulla Darstellung der Bereiche Stadt und Land bei Theokrit : “Gli ambiti della città e della campagna non sono tematizzati e contrapposti l’uno all’altro per la prima volta in Teocrito. A causa della grande importanza economica dell’agricoltura per la civiltà urbana greca, le figure del cittadino e del contadino hanno trovato a partire dall’epica arcaica un loro posto sicuro nella letteratura greca 7 ”. E proprio la puntigliosa disamina di Reinhardt, come quella successiva di Vischer e l’annosa quanto rispettabile “ethologische Studie” di Ribbeck costituiscono i punti di partenza per un tale studio 8 .
La prima rappresentazione del dualismo tra attività urbane e rurali, perfettamente integrate, si trova, come appena ricordato, già nell’epica omerica, e proprio in uno dei ‘quadri’ in cui più esplicitamente l’ epos arcaico intende dare una diretta autorappresentazione, quasi una sintesi ecfrastica, del mondo greco: lo scudo di Achille nell’ Iliade 9 . Sempre ad Omero Reinhardt fa risalire la prima declinazione del paradigma della purezza agreste contrapposta alla corruzione cittadina, individuando una dicotomia etica tra il fedele porcaio Eumeo e il pastore Melanzio, ‘compromesso’ con la vita della reggia invasa dai Proci 10 .

Esiodo rappresenta in questa prospettiva uno snodo importante, poiché già nelle sue opere si dividono, per così dire, le strade della campagna ‘agricola’ da quella ‘pastorale’: l’una è destinata a colorarsi, a partire dalle Opere e i Giorni , di connotazioni più realistiche, legate alla durezza della vita nei campi, e insieme di significati morali, in relazione al valore ‘etico’ del lavoro; l’altra, la campagna dei pastori, viene caricata, nel celeberrimo proemio della Teogonia , di valenze metaletterarie come spazio sacrale della poesia. E, dato che il nostro discorso convergerà a breve verso la letteratura ellenistica e verso Teocrito in particolare, è inutile ricordare l’importanza del precedente esiodeo a tal riguardo.

La figura del contadino e il suo controverso rapporto con la cultura cittadina fanno la loro  apparizione anche nella lirica arcaica, assumendo significati di volta in volta differenti: vi si individua la voce ‘popolare’ che pronuncia il giambo semonideo contro le donne , come anche il disprezzo aristocratico di Teognide contro gli inurbati che tentano la scalata sociale 11 . E anche nella tragedia euripidea Reinhardt, sulla scia di Ribbeck, individua elementi che rimandano ad una tendenza ad attribuire all’opposizione città-campagna valenze morali, stavolta nel senso della già citata ‘corruzione’ del mondo urbano – per quanto la conclusione dello studioso sia piuttosto prudente al riguardo: “tuttavia è arduo trarre conclusioni sulla posizione di Euripide partendo da questi passi 12 ”.

Evidentemente il mondo agreste era sentito come legato alle sfere ‘basse’ della realtà, se la sua presenza diventa fondamentale man mano che si ‘scende’ dalla tragedia verso i generi drammatici meno elevati (all’interno di quella classificazione estetica antica che per noi si identifica indelebilmente con l’enunciazione aristotelica nella Poetica ): quei generi, come il dramma satiresco o la commedia, in cui alla trasfigurazione ‘eroica’ di epos e tragedia si sostituiva un approccio più realistico, o piuttosto una trasfigurazione di senso opposto, verso il parodico, il deforme, il grottesco.

Il dramma satiresco, con la sua messa in scena dell’aspetto ‘selvaggio’ della natura, costituisce il polo opposto, parodico, del mondo degli eroi tragici, abitato, nel bene e nel male, da personaggi di educazione urbana. Nondimeno, è soprattutto nella commedia di Aristofane che il mondo dei contadini acquista un ruolo di primo piano. Tuttavia questa centralità presenta un duplice aspetto: all’innegabile parodia nei confronti dei contadini incolti, si affianca una sorta di solidarietà ideologica nei loro confronti. Dopo aver ricordato come il pubblico stesso di Aristofane fosse costituito sostanzialmente da contadini 13 , che costituivano poi il nerbo della stessa ἐκκλησία ateniese, Ribbeck sostiene che il poeta sentisse in essi i propri migliori compagni nella sua aspirazione alla pace 14 .
In Menandro ritroviamo gli aspetti ‘morali’ della dinamica città/campagna al centro di una commedia come il Dyskolos : nei personaggi del ‘burbero’ Cnemone e del ‘teorico della vita in campagna’ Gorgia, come nell’altro Gorgia del Georgós , coesistono divertimento parodico e riflessione sul valore etico della vita e delle stesse fatiche della campagna. Il graduale affievolirsi – ad esempio rispetto ad Aristofane – degli aspetti ‘crudi’, realistici, della rappresentazione della vita dei campi, e lo spostamento dell’attenzione da tensioni attuali (come il tema della pace e della devastazione dei campi) a più generici temi etici, costituiscono un passo nella direzione della ‘invenzione’ ellenistica della campagna come luogo fuori dalla realtà, come spazio purificato dai mali della città (come dire, della vita reale). Alla fine di questo percorso, che passa ovviamente per gli Idilli di Teocrito, troveremo – in modi diversi – il mondo bucolico e quello georgico di Virgilio 15 .

1.1.3 L’Ellenismo e l’‘invenzione della campagna’

Pur mediante brevi saggi, abbiamo dunque intravvisto lo svolgersi, tra età arcaica, classica e post-classica, della contrapposizione tra le ‘due anime della πόλις ’, ovvero l'ἄστυ e la χώρα ad esso collegata. Se fosse possibile trarre da un materiale tanto disomogeneo, e distribuito nel tempo, qualche conclusione, questa sarebbe probabilmente riassumibile in quell’approccio stadtorientiert di cui parla efficacemente Reinhardt. Per quanto la città classica vivesse in simbiosi con la propria campagna, la cultura (almeno quella ‘alta’, che è giunta fino a noi), veniva comunque prodotta e fruita in città: da qui, nota lo studioso tedesco, la ricorrenza quasi costante, accanto all’ammirazione per la purezza morale e la semplicità della vita dei contadini, di un presupposto atteggiamento di superiorità, che trova spesso espressione nella derisione, nella parodia 16 .
All’inizio del capitolo dedicato a Teocrito nel recente volume sulla poesia ellenistica, Mario Fantuzzi distingue sostanzialmente “l’attenzione teocritea per la descrizione e l’opposizione degli ambienti urbano e rurale” da quella della νέα o di Aristofane, affermando che “in Menandro come in Aristofane, la campagna è vista soprattutto come l’anti-città: non tanto come un luogo geografico da descrivere quanto come uno stilizzato termine di contrasto rispetto ai pochi pregi e ai molti difetti che caratterizzano la vita urbana [...]. D’altra parte la vita della città è percepita come la realtà di base, condivisa dal pubblico e dall’autore, e dunque come il termine scontatamente non marcato della polarità città-campagna, così che anch’essa molto raramente diventa tema di descrizione 17 ”. Considerazioni, dal nostro punto di vista, del tutto sottoscrivibili, soprattutto ove si consideri che l’intenzione dello studioso è di mettere a fuoco la novità del ‘realismo’ alessandrino nella descrizione della realtà urbana (si pensi ai mimiambi di Eronda, ai mimi urbani di Teocrito, ad epigrammatisti come Leonida 18 ) e del mondo agreste.
Confessiamo però un certo imbarazzo di fronte alla lucidissima definizione della campagna come ‘anti-città’, nel senso che, per parte nostra, la estenderemmo anche alla letteratura ellenistica. Ci pare anzi che risultino particolarmente calzanti alla campagna ‘inventata’ da Teocrito le parole di Del Corno (riferite a Menandro): “ogni qual volta Menandro introduce nei suoi drammi figure di contadini o riferimenti alla loro vita – solo raramente vi si trovano toni paesistici – appare sotteso un raffronto antitetico con gli uomini e con la vita della città 19 ”. Ancora una volta, concordiamo nel notare nella poesia teocritea una maggiore presenza di notazioni paesistiche, ma non si potrà negare come anche la campagna del poeta siracusano, e soprattutto la vita in essa immaginata, costituisca una costruzione ‘in negativo’: si tratta di uno spazio ‘altro’ rispetto alla quotidianità della metropoli ellenistica, da cui mancano (e sono anzi invertiti di segno) gli aspetti deteriori di quest’ultima, dall’attività frenetica alla ristrettezza degli spazi, dalla politica alla guerra, dal commercio alla sofisticazione degli stili di vita 20 .

Costituirebbe dunque una forzatura, il cercare un discrimine, una ‘sostanziale’ differenza tra lo sguardo che hanno gettato sulla campagna gli scrittori della πόλις e quelli dei regni post-alessandrini? Certo, un approccio così problematico alla questione potrà forse preservare la nostra analisi da conclusioni semplicisticamente manichee, e d’altra parte un discorso rigidamente dualistico si troverebbe in grave impaccio nel comprendere Menandro, che rappresenta un momento intermedio in un’evoluzione che dalla Grecia classica porta al mondo ellenistico.

Eppure forse qualche ipotesi di potrà avanzare, in primo luogo sulla peculiarità della rappresentazione ellenistica della campagna: saremmo del parere che la campagna di autori come Aristofane fosse ancora una campagna ‘vicina’, appartenente all’orizzonte quotidiano di quel pubblico che veniva sì a teatro in città, ma sperimentava concretamente una vita a stretto contatto con la realtà dei campi proprio in virtù di quella ‘simbiosi’ di cui ho parlato sopra tra la πόλις e il suo circondario. Invece, la campagna della letteratura ellenistica è spesso ‘lontana’: si ripensi al concetto, accennato sopra, della ‘separatezza’ della metropoli ellenistica da quello che potremmo definire oggi il suo bacino urbano. Le derrate alimentari e, in buona misura, la popolazione di città come Alessandria, vengono comunque dalla campagna, ma all’interno di questa massa di inurbati gli esponenti delle classi elevate, ovvero i produttori-fruitori della cultura artistico-letteraria, sperimentano un rapporto con il mondo esterno alle mura della propria città radicalmente diverso da quello del πoλίτης della piccola cittadina greca classica. I campi sono ormai irrimediabilmente una realtà estranea, più immaginata che vissuta, e, dunque, passibile di una riscrittura sempre meno realistica. E questa tendenza progressiva ad una sorta di ‘astrazione’ nella rappresentazione della realtà rurale passa, come abbiamo già suggerito, per Menandro, per poi investire pienamente la poesia ellenistica 21 .
In questo senso interpretiamo, riprendendolo in questa sede, il concetto di “coerenza interna” di cui parla Fantuzzi a proposito della “costruzione di un ‘nuovo’ mondo poetico” da parte di Teocrito: una vera e propria ‘invenzione’ della campagna, che nasce dalla selezione, all’interno del dato realistico, dei soli aspetti funzionali ad un preciso progetto poetico, funzionali alla creazione di uno spazio irreale, ‘altro’, (quasi) tutto letterario 22 . E bisognerà scrivere ‘quasi’: perché per veder sfumare anche quanto di realistico ancora sopravviveva in Teocrito bisognerà spingersi ai suoi imitatori, ovvero agli idilli spurî del corpus teocriteo, attraverso Mosco e Bione, fino a Virgilio bucolico 23 .
A tal riguardo ben poco si potrà aggiungere all’equilibrata sintesi di Fantuzzi: “Teocrito mostra di aver perseguito, soprattutto nei mimi campestri, la costruzione di ben precisi ‘mondi possibili’ che risultassero animati da una forte coerenza intera, sia logica sia formale [...]. In questa intenzionalità consiste la sua più cospicua differenza rispetto al mimo (fondato con ogni probabilità sul rispecchiamento più o meno diretto, pur se talora distorto, del reale) o alla pura e semplice ‘fantasia sul reale’ della commedia (fondata su sue logiche interne per lo più paradossali, e comunque mutevoli da pièce a pièce ) 24 ”. Quanto però preme sottolineare qui è che l’‘invenzione’ della campagna teocritea nasca, prima ancora che dalla ‘realtà’ campestre, da quella urbana, e con questa intrattenga rapporti diretti non meno che con quella. Si tratta comunque di rapporti di rovesciamento, di inversione di segno. E a tal proposito sarà il caso di ricorrere proprio ai termini usati da Fantuzzi per Menandro: questa campagna è soprattutto anti-città, laddove l’unico vero orizzonte di esperienza per i produttori e il pubblico di questa letteratura rimane quello della metropoli ellenistica.
Giustamente lo studioso precisa che con Teocrito il mondo dei campi diviene oggetto di dettagliata descrizione , il che non avveniva né in Aristofane né nell’‘urbano’ Menandro, dove “solo raramente si trovano toni paesistici 25 ”. Ma, fatte salve queste considerazioni, reputiamo sia il caso di sottolineare come la rinnovata attenzione di Teocrito per il mondo dei campi, e i suoi dettagliati quadri paesaggistici, non costituisca per questo affatto un’inversione di tendenza rispetto all’approccio stadtorientiert di Menandro: semplicemente, il poeta ellenistico, proprio profondendo maggior impegno poetico nella sua ‘fuga poetica’ dalla città, dà maggior corpo al proprio sogno d evasione 26 .

1.1.4. La città ellenis tica

Tanto basti per chiarire cosa intendiamo per ‘invenzione della campagna’. Che dire, invece, della ‘scoperta’ della città? Se guardiamo a testi come i mimi urbani di Teocrito, e più ancora ai mimiambi di Eronda, l’impressione che sortisce è quella di una tendenza divergente: alla maggiore astrazione nella rappresentazione della campagna cui si è fatto cenno corrisponde qui un maggiore realismo nei confronti della realtà urbana.

Il tema dell’innamoramento della fanciulla durante una festa religiosa in  Theocr. 2, spunto proveniente dal teatro comico 27 , offre l’occasione per scorci di paesaggio urbano che traggono il loro sapore realistico proprio dal loro limitarsi alla realtà ‘bassa’ di una topografia quotidiana: al v. 76 la processione è “arrivata a metà strada, dove sono le case di Licone 28 ”, e al v. 97 scopriamo che il ginnasio, già citato al v. 80 in termini generici, è quello di Timageto. Nell’idillio 15, alla ‘scena d’interno’ della prima parte (vv. 1-43) subentra, ai vv. 44-99, il ben noto, vivido quadro di un’altra Alessandria, non meno ‘quotidiana’, ma stavolta legata a contesti come la via in cui si svolge la parata militare, il palazzo del βασιλεύς . Dopo la città ‘privata’, quella ‘pubblica’, lo spazio in cui la dimensione individuale dell’esistenza si incontra con la dimensione collettiva. Dove protagonisti non sono più cittadini, parte attiva nella vita della πόλις: al loro posto subentrano degli spettatori. Ce ne ricorderemo allorché vedremo i poeti elegiaci, cives di una Repubblica che (ancora per poco, e sempre meno tale) richiedeva loro forme di partecipazione diretta, scegliere di essere semplici spettatori a margine di parate trionfali per guerre che non hanno combattuto, preferibilmente accompagnandosi ad una puella avvenente 29 .
Ma tornando alla diversa attitudine realistica di Teocrito nei mimi urbani, risulta innanzitutto condivisibile la proposta di Fantuzzi, laddove questi propone che il poeta siracusano “sentisse l’opportunità di concentrare il suo impegno più forte e più sistematico proprio nella costruzione di un ‘nuovo’ mondo poetico per i carmi bucolici, avvertendo invece per i suoi ‘mimi’ urbani la presenza di modelli già ben strutturati dalla lunga tradizione para-letteraria del mimo siciliano e del mimo letterario (e non) a lui contemporaneo 30 ”. Ed è noto come la caratteristica fondamentale del mimo fosse, come traspare dal nome stesso, la μίμησις di situazioni reali, o realistiche. Ci pare però che la fortuna di un mimo letterario di ambientazione urbana in età alessandrina – pensiamo, naturalmente, anche ad Eronda – non possa essere scissa dalla nuova realtà dell’urbanesimo ellenistico. In questo quadro, e in relazione a quel concetto di ‘separatezza’ della città dalla campagna, cui aggiungeremmo la sempre più orgogliosa separazione tra una cultura ‘urbana’ (inclusi tutti i campi metaforici implicati) e una ‘rustica’ 31 , e tra cultura delle classi superiori e delle classi subalterne 32 , riterremmo che l’unico vero ‘realismo’ possibile in età alessandrina, con tutti i limiti che questo concetto ha nella teoria letteraria soprattutto in relazione a testi antichi, sia un realismo urbano 33 .
Tuttavia la canonica distinzione tra ‘mimi urbani’ e ‘rurali’ in Teocrito, che anche noi abbiamo seguito fin qui, non rende giustizia alla complessità del suo gioco letterario sullo spazio: negli stessi carmi di argomento bucolico o comunque campestre, la città non è assente. In primo luogo, come hanno sottolineato gli studi di Francis Cairns, essa ‘traspare’, traluce dietro τόποι di azione e di linguaggio applicati a personaggi legati alla rusticità 34 . L’effetto ironico che ne deriva è tutto letterario, e non sarebbe possibile senza presupporre la conoscenza da parte di un pubblico colto delle convenzioni letterarie di genere e, per riprendere un concetto-chiave nella Generic composition di Cairns, di ‘micro-genere’: per i fruitori di una letteratura oramai d’ élite , la commistione tra le squisitezze della cultura cittadina e l’amabile ingenuità di chi urbano non è doveva essere sentito come particolarmente paradossale.
Inoltre, aspetto questo che ha affascinato particolarmente gli studiosi di Teocrito, l’idillio cui l’autore affida il proprio testamento poetico, le Talisie , si configura, dal punto di vista delle simbologie spaziali, ‘in movimento’ tra città e campagna, e attraverso tale dualismo spaziale sembra costruire il proprio discorso metapoetico: “Simichida impersona per molti aspetti l’autore stesso, nel suo presentarsi come ‘poeta di città’ (cfr. vv. 2, 24) che pare venga investito poeta pastorale dall’esperto, forse semi-divino poeta bucolico Licida 35 ”. Del resto, come abbiamo accennato in precedenza, la campagna era luogo deputato alle investiture poetiche già a partire dal celebre prologo delle Opere e i giorni di Esiodo, poeta caro agli ellenistici ; eppure un simile grado di simbolizzazione metaletteraria dello spazio poteva essere possibile solo in un autore che, affondando le sue radici all’interno di una cultura esasperatamente urbana, avesse fatto di un paesaggio ‘altro’ un genere letterario, creando una ‘nuova’ campagna letteraria, e identificando con essa una parte significativa della propria produzione.

Possiamo ora tornare al punto da cui eravamo partiti, e chiarire meglio in cosa consista, almeno dal punto di vista del ruolo dello spazio all’interno della creazione artistica, l’eredità principale della poesia ellenistica per un genere letterario come l’elegia latina.

Il nuovo ruolo della città legata alla trasformazione della πόλις classica nella metropoli ellenistica porta ad una forma di ‘autoreferenzialità spaziale’ della cultura letteraria: la cultura ‘alta’ prodotta in città finisce per parlare di se stessa, sia quando rivolge lo sguardo direttamente ai Realien della vita di Alessandria, sia quando crea letterariamente una campagna che è poco altro che una ‘città rovesciata’ 36 . Per quanto, come abbiamo visto, i precedenti di questo atteggiamento fossero presenti sin dalle prime fasi della letteratura greca, ora più che mai la città è il centro di ogni elaborazione letteraria, e lo stesso ‘callimachismo’, sul piano stilistico, non fa altro che riprodurre questo paradigma di separazione ed autoreferenzialità, traslandolo sul piano delle scelte di poetica.

Non potremo prescindere da tali considerazioni quando affronteremo lo studio delle simbologie spaziali elaborate nel corpus elegiaco latino. Ma prima dovremo spostarci a Roma, in quanto il presente quadro preliminare necessita di essere completato prendendo in considerazione i precedenti romani, letterari e più generalmente culturali, che hanno costituito l’imprescindibile contesto in cui si innerverà l’esperienza dei νεώτεροι prima, e dei poeti elegiaci poi.

1.2 I precedenti romani: i manifesti del ‘catonismo’

Nelle pagine precedenti si è preso in considerazione un aspetto specifico delle rappresentazioni letterarie dello spazio nei testi greci: il rapporto tra spazio urbano e rurale, dai primi affioramenti di tale tematica nei testi basilari della cultura ellenica fino ai riflessi dell’urbanesimo ellenistico. Non perché questo punto di vista rivesta una centralità assoluta rispetto ad altri, quali ad esempio l’analisi delle aperture agli spazi completamente ‘esterni’ all’orizzonte culturale ellenico, i ‘confini del mondo’ o anche semplicemente le terre dei barbari o dell’affascinante Oriente, ma perché abbiamo inteso privilegiare piuttosto una linea di indagine precisa, che dalla πόλις arcaica e classica e dal suo rapporto simbiotico con la propria χώρα porta allo spazio ‘separato’ della metropoli ellenistica – nell’intento, dichiarato sin dall’inizio, di giungere, attraverso Alessandria, a Roma. La convinzione di fondo rimane invariata: per i fini di una ricerca orientata all’analisi dell’elegia latina appare prioritario investigare i precedenti e il contesto culturale da cui nasce la centralità dell’ Urbs , centralità che caratterizza, come vedremo, quel mondo letterario da numerosi punti di vista e in modi a volte complessi e contraddittori.

Roma, dunque. Se non la città più ellenizzata del Mediterraneo antico, probabilmente quella ellenizzata più volte. La cultura greca sembra investirla con successive ondate, o forse senza soluzione di continuità: l’indagine archeologica e storica dimostra già per le fasi più remote della sua civilizzazione un ininterrotto movimento, dalla Magna Grecia verso nord, di lettere (l’alfabeto), parole, manufatti, linguaggi figurativi, che poi diventerà movimento di testi letterari, e quindi di idee. Le vicende di questo influsso contraddittorio e problematico tracciano di fatto la fisionomia della storia culturale della Roma repubblicana, tanto nei dibattiti politici 37 quanto nella vita intellettuale delle classi alte.

Mentre si andava formando una letteratura in lingua latina, in costante riferimento ai modelli greci, ovvero ai grandi classici dei secoli precedenti, tuttavia soprattutto, com’è ovvio, alle correnti letterarie contemporanee (cioè ellenistiche), la Grecia produceva già da tempo una letteratura ‘alta’ pienamente ‘urbana’, nel senso precisato nel capitolo precedente. La domanda centrale di queste pagine sarà: quale terreno culturale trovavano a Roma i semi di questa letteratura, ma, più in generale, di questa cultura della città, della raffinatezza, del rifiuto di ogni aspetto ‘rustico’?

Una risposta a tale interrogativo verrà, speriamo, dal percorso di lettura seguito in queste pagine, attraverso alcuni testi romani di età repubblicana in cui l’ urbanitas di stampo ellenistico (o almeno percepita come tale da settori della stessa cultura romana) viene posta in contrasto con alcuni aspetti, presentati a loro volta come autenticamente romani, di ‘ideologia agraria’ 38 . E per chiarire cosa si intenda qui con la formula di ideologia agraria a Roma, converrà prendere le mosse dal personaggio che meglio di tutti sembra incarnarne i valori: Marco Porcio Catone.
All’interno di quella lunga e variegata dialettica culturale tra ellenismo e tradizionalismo cui si faceva cenno sopra, Catone ha rappresentato per gli stessi contemporanei il punto di riferimento  primario, e per i posteri il simbolo, della ‘resistenza’ ideologica all’‘invasione’ di Roma da parte della cultura greca. Tanto quello che possiamo ricostruire della sua effettiva figura storica, quanto l’‘aureola mitologica’ costruitagli intorno dalle generazioni successive appaiono interessanti per il discorso che stiamo sviluppando, e certamente da questo punto di vista il secondo aspetto non è meno interessante del primo. In Catone, scrittore e personaggio 39 , appare evidente come, quando l’identità culturale romana intendesse contrapporsi polarmente a quella ellenica contemporanea, uno dei modi cui essa faceva ricorso per autorappresentarsi consistesse nel ricorrere ad una dicotomia campagna-città, in cui la romanità si identificasse col primo polo. Tale paradigma appare operante già a partire da Catone stesso, autore di un trattato De agri cultura il cui significato culturale, se anche lo si volesse ignorare, viene ricordato al lettore sin dalle prime battute di apertura.

Tutto il proemio del trattato, nella sua secca brevità, delinea di fatto i contorni di un’ideologia ben precisa. Nell’affermata primazia dell’agricoltura sul commercio e su altre attività ‘finanziarie’, come il prestito ad usura, si individuano, legati in modo inscindibile, aspetti che noi diremmo puramente economici (maggiore sicurezza dei profitti) e aspetti ‘morali’:

Est interdum praestare mercaturis rem quaerere, nisi tam periculosum sit, et item foenerari, si tam honestum sit. maiores nostri sic habuerunt et ita in legibus posiverunt: furem dupli condemnari, foeneratorem quadrupli. quanto peiorem civem existimarint foeneratorem quam furem, hinc licet existimare.  et virum bonum quom laudabant, ita laudabant: bonum agricolam bonumque colonum;  amplissime laudari existimabatur qui ita laudabatur. mercatorem autem strenuum studiosumque rei quaerendae existimo, verum, ut supra dixi, periculosum et calamitosum.  at ex agricolis et viri fortissimi et milites strenuissimi gignuntur, maximeque pius quaestus stabilissimusque consequitur minimeque invidiosus, minimeque male cogitantes sunt qui in eo studio occupati sunt. nunc, ut ad rem redeam, quod promisi institutum principium hoc erit.

 

Il tono dell’esordio dell’opera suona assai ‘pragmatico’: l’obiettivo di fondo è semplicemente rem quaerere . Ma che il testo, parallelamente, stia pubblicizzando un discorso politico-morale è reso chiaro dall’immediata menzione, in brusca paratassi, dei maiores : il Catone destinato a divenire poi figura di riferimento quasi idealizzata per i passatisti della tarda Repubblica (e non solo), è egli stesso un passatista; il Maior per antonomasia fonda la sua argomentazione sull’esemplarità del comportamento dei maiores , sulla tradizione. Tuttavia gli antichi, com’è risaputo, non concepivano il discorso ideologico o politico se non in termini morali, ed ecco che la scelta della migliore attività per rem quaerere discende dalla definizione di un modello di vir bonus . Più di un sospetto che questo vir sia poi sostanzialmente il civis romanus , con quanto di ‘politico’ ne consegue, nasce poi quando il testo si preoccupa di elencare per primi, tra i prodotti dell’agricoltura, non grano e tuberi, bensì viri fortissimi et milites strenuissimi 40 . Il bonus agricola bonusque colonus , vestendo i panni del miles , diventa l’elemento-base della compagine statale, e svela come le preoccupazioni di Catone trascendano la dimensione individuale, dimensione all’interno della quale esse sarebbero facilmente archiviabili come τόποι di origine diatribica 41 , e si rivolgano piuttosto alla Res publica , delineando un programma che, proprio in quanto redatto in termini moralistici, è, nel senso antico, più genuinamente ideologico e politico 42 .

Insomma, il ‘prologo’ del De agri cultura rappresenta una sorta di ‘manifesto’ – naturalmente non nel senso moderno – di un’ideologia che conglomera intorno all’agricoltura e, come vedremo meglio più avanti, al suo spazio, valori economici,  ideologico-morali, politici, nel quadro della costruzione dell’identità culturale romana. In questo nodo concettuale, nell’inscindibilità di questi aspetti, consiste l’essenza di quello che, se ci si passa il termine, vorremmo chiamare ‘catonismo’.

È però nella prefazione al secondo libro del De re rustica di marrone che troviamo più ampiamente sviluppate le implicazioni del discorso ‘catoni ano’. Ecco il testo 43 :

Viri magni nostri maiores non sine causa praeponebant rusticos Romanos urbanis. ut ruri enim qui in villa vivunt ignaviores, quam qui in agro versantur in aliquo opere faciendo, sic qui in oppido sederent, quam qui rura colerent, desidiosiores putabant. itaque annum ita diviserunt, ut nonis modo diebus urbanas res usurparent, reliquis septem ut rura colerent. quod dum servaverunt institutum, utrumque sunt consecuti, ut et cultura agros fecundissimos haberent et ipsi valetudine firmiores essent, ac ne Graecorum urbana desiderarent gymnasia. quae nunc vix satis singula sunt, nec putant se habere villam, si non multis vocabulis retineant graecis, quom vocent particulatim loca, procoetona, palaestram, <a>podyterion, peristylon, ornithona, peripteron, oporothecen. igitur quod nunc intra murum fere patres familiae correpserunt relictis falce et aratro et manus movere maluerunt in theatro ac circo, quam in segetibus ac vinetis, [ac] frumentum locamus qui nobis adve<h>at, qui saturi fiamus ex Africa et Sardinia, et navibus vindemiam condimus ex insula Coa et Chia.

 

Praticamente una citazione letterale del proemio catoni ano, e in posizione tale da non passare inosservata, sono quei maiores nostri in incipit , che valgono quanto un riferimento bibliografico: anche marrone si pone sotto l’egida dei maiores , ma ormai di essi fa parte, insieme referente ideologico e riferimento inter testuale, Catone medesimo 44 .
Se fatti interagire, i due passi palesano una leggera ‘sfasatura’: mentre Catone contrappone diverse forme di attività , l’agricoltura da una parte e  commercio e usura dall’altra (per parte loro, anzi, forse troppo febbrili), marrone confronta essenzialmente due spazi e due stili di vita, campagna e città, facendo di quest’ultima un luogo di ozio, o di svaghi improduttivi 45 .

Eppure non è difficile accorgersi come anche nel primo dei due autori le due forme di guadagno contrapposte a quella degli agricole rimandassero in sé ad un contesto urbano, soprattutto ove si consideri che il commercio cui faceva cenno, in quanto pediculosi et calamitoso , ben difficilmente sarà stato quello della bancarella dello smercio al minuto in una qualunque fiera. Evidentemente Catone si riferiva ai rischi del grosso commercio trasmarino, esposto a naufragi e pirateria, e legato alla presenza di un certo tipo di capitali e di infrastrutture (se così possiamo chiamare i porti dell’antichità per-industriale), che non si potevano trovare che in città. Ecco dunque che marrone, eliminando dalla vita urbana ogni attività produttiva (ancora presente, seppure seccamente ‘bocciata’, in Catone) appare proseguire proprio sulla strada dell’illustre predecessore nel porre la questione della dicotomia tra città e campagna in termini etici. Catone citava le attività ‘urbane’, rifiutandole su basi economiche e morali: Varrone le nega addirittura, sostituendole – sulla base della stessa impostazione moralistica – con il godimento di beni e servizi (Varr. praef. 1: urbanas res usurparent ) e con gli applausi scroscianti nel circo.

Ma soprattutto, sono presenti i due tratti fondamentali del catonismo: l’interconnessione tra valutazioni morali ed economiche, e il discorso identitario.

Il primo punto è chiaro: dal malcostume degli inurbati derivano direttamente, per Varrone, i cronici problemi di approvvigionamento granario della capitale, emblema forse di una crisi agricola più vasta in Italia 46 . Per la mentalità varroniana, come per quella antica in generale, sono i costumi corrotti degli uomini (che a volte, come in questo caso, operano condizionando comportamenti di massa), non le nude dinamiche sociologiche, a generare crisi che sono sempre, oltre che produttive o politiche, anche morali 47 .

Tuttavia, ancora maggior attenzione merita il secondo punto: qui, molto più esplicitamente che in Catone, la costruzione dell’identità romana passa attraverso un’adesione ai valori del ru s in quanto contrapposti alla cultura greca. Direttamente, in Varr. praef. 1, sono citati i Romani , i quali, finché non si erano allontanati dall’ institutum antico che assegnava la priorità alla campagna anche in termini di scansione del tempo, ne Graecorum urbana desiderarent gymnasia . La desidia che corrompe i costumi e l’economia contemporanea, l’origine di tutti i mali di una nazione un tempo virtuosamente contadina, prende adesso forma concreta nel testo varroniano, incarnandosi nel nefasto binomio (creato tramite l’iperbato di urbana ) cultura greca/cultura cittadina. Non è certo un caso se l’ellenismo corruttore è icasticamente rappresentato in un grecismo, gymnasia . Nelle mani dell’autore del De lingua latina e delle Saturae Menippeae , la polemica contro l’‘urbanizzazione’ delle stesse villae rustiche, dotate ora di ogni forma di comfort alla moda (moda ellenica), diventa satira a sfondo linguistico contro la stessa esterofilia lessicale.

È lecito chiedersi, ovviamente, quale sostanza avesse, al di fuori degli scritti di Catone e di quelli di Varrone (ma anche all’interno di essi), quel ‘catonismo’ che ci può apparire come una forma mentis così coerente e compatta. La risposta è stata già data da tempo, anche in relazione alla formazione culturale di Catone. Ma rimanderemo queste domande ancora di poco: giusto il tempo di completare il percorso di lettura all’interno del De re rustica varroniano.

Anche altri passaggi, come Varr. De re rustica 2, 1, 3-5 o 3, 1-6 (il proemio al terzo libro), trovano infatti posto nel quadro che stiamo delineando: nel primo di essi è tracciata, con dovizia di ‘riferimenti bibliografici’ di stampo filosofico, una storia delle attività rurali come parte della storia del genere umano: resta esclusa la vita urbana consociata 48 . Il secondo brano, più interessante per noi, mette ancora a confronto le duae vitae , rustica ed urbana . Qui la  sequenza cronologico-evolutiva non è più interna alle sole forme di lavoro rurale, ma riguarda piuttosto la maggiore antichità dell’agricoltura rispetto alla cultura urbana. La Noè, sulla scia di Martin, vi scorge una contraddizione con il secondo proemio varroniano, in quanto la vita urbana non sarebbe più concepita come decadenza morale, ma come naturale evoluzione, e spiega ciò presupponendo una sovrapposizione tra “convincimenti personali e opinioni tradizionali” di stampo moralistico, non sempre ben integrati gli uni con le altre. Vorremmo però sottolineare, più di quanto non faccia lo studio della Noè, che la priorità cronologica dell’agricoltura viene sì dimostrata in 3, 1-6 in modo più ‘scientifico’, però essa era stata postulata anche nel secondo proemio, come implica il paragone di stampo storico tra i maiores romani e gli usi contemporanei; e soprattutto ci preme notare come, nel proemio al libro terzo, tale primato sia insieme cronologico e morale 49 .
Appare ormai chiaro quanto si intendeva parlando della mentalità ‘catoniana’ e del suo rifiuto di una cultura dell’urbanità di cui era chiaramente percepita l’origine ellenistica: non sarà pertanto necessario analizzare nel dettaglio altri testi, come Columella, De re rustica 1 praef. 13-20, dove troviamo, ancora nel I sec. d. C., una citazione diretta di Varrone, e soprattutto vediamo riprese le sue argomentazioni 50 . Ad ogni modo, per non dare l’impressione che gli unici testi in cui tali posizioni emergano siano i proemi a trattati agricoli 51 , non sarà inopportuno accennare anche ad un paio di luoghi ciceroniani, in primis quello che Fedeli definisce “il manifesto più chiaro dell’ideologia della terra, che nel I sec. a.C. si andò sempre più consolidando” 52 , ovvero Cic. De off. 1, 42, laddove all’agricoltura viene data la palma tra le attività produttive degne di un uomo libero ( liberales ) 53 . Non meno significativo appare il maximum argumentum portato da Cicerone in Pro S. Roscio 75 a favore dell’innocenza del suo imputato: egli è cresciuto in campagna, dove non si originano atti malvagi. È infatti in città che nascono i vizi che portano ai crimini, mentre la vita dei campi è parsimoniae, diligentiae, iustitiae magistra . E non si potrà concludere senza menzionare le lodi della vita rustica pronunziate, naturalmente, da Catone nel Cato maior (51-59), in cui non ci sorprende ritrovare gli argomenti ormai familiari della utilitas economica (51 e 54) accanto all’esaltazione delle virtù etiche individuali (51: voluptates agricolarum... mihi ad sapientis vitam proxime videntur accedere ) e politico-sociali (in 55-56 fanno la loro comparsa Manlio Curio Dentato e Cincinnato: in agris erant tum senatores ), il tutto immerso, per così dire, in un certo gusto georgico estetizzante (53: non utilitas me solum ut ante dixi, sed etiam cultura et natura ipsa delectat ) 54 .
Come accennavamo sopra, è possibile chiedersi quanto integralmente ‘catoniano’ fosse l’anti-ellenico Catone che componeva trattati didascalici imbevuti di cultura scientifica ellenica, evidenza questa tutto sommato più credibile delle parole postegli in bocca da Cicerone in relazione ad una senile passione per le lettere greche 55 ; o che tipo di coerenza esista tra la polemica varroniana contro il latifondo, contro le grandi estensioni di terreni messi a pascolo,  contro i lussi e le uccelliere delle villae rustiche da una parte, e dall’altra lo stesso corpo dei precetti del De re rustica , il cui referente effettivo è costituito dall’economia latifondistica contemporanea (non molto diversamente, peraltro, dal trattato catoniano...) 56 .
Ma soprattutto, l’incoerenza che qui interessa notare è di un altro tipo, diremmo propriamente culturale: se parlare della cultura greca di Catone può ancor oggi, a più di trent’anni dallo studio di Boscherini, suonare in certa misura paradossale, provocatorio, difficilmente si troverà chi voglia negare la profonda conoscenza da parte di Varrone della filosofia, della linguistica, in generale delle lettere greche – il che vale, naturalmente, anche per Cicerone. Eppure si tratta dello stesso Varrone che, come abbiamo osservato, si scaglia con tanto sarcasmo contro gli appassionati dei Graecorum g ymnasia , e contro quanti riempiano le loro villae (come certamente faceva anche lui) di optionals – e la loro bocca di raffinati grecismi 57 .

Tali contraddizioni non turberanno più di tanto, se consideriamo come la stessa formazione, all’interno della cultura romana tra II e I sec. a.C., di un’identità culturale attorno alle proprie radici rurali costituisca essa stessa sin dal principio una risposta, una reazione ad una massiccia penetrazione della cultura greca a Roma. Questa stessa pretesa identitaria altro non è che una costruzione culturale: non può esistere, nelle classi alte della Roma ellenizzata, una condotta puramente ‘catoniana’. Soprattutto, quanto qui più ci interessa, non può esistere neppure un testo davvero immune dal ‘morbo’ ellenico.

Che valore attribuire dunque alle posizioni ‘catoniane’? Sono solo vox clamantis in deserto , utopia isolazionistica? Siamo del parere che sia necessario cogliere a fondo il senso di un grande travaglio culturale, con importanti sponde sociali e politiche: Roma, tra II e I sec. a.C., ‘studia’ da metropoli ellenistica, somigliando sempre meno al borgo rurale in cui i senatori erano visti arare i campi, e le ambascerie straniere corruttrici potevano sorprenderli a cuocere rape 58 . Eppure a quel borgo, a quella stretta connessione con la campagna, essa fa ancora riferimento, quando – proprio di fronte al dilagare dell’ellenizzazione ad ogni livello – vuole costruire la propria identità, recuperando le proprie radici.

Nella seconda metà del I sec. a.C., queste contraddizioni deflagrano a vari livelli: la pesonalizzazione ormai pienamente ‘ellenistica’ della politica e della gestione del potere, la nuova dimensione, davvero metropolitana, di Roma, legata ai nuovi orizzonti geopolitici dell’impero, l’assimilazione ormai diffusa e profonda all’interno di gruppi sociali sempre più ampi di stili di vita, filosofia, arte, letteratura greche creano le condizioni per la crisi della Repubblica e la ‘rivoluzione romana’. Sul versante letterario, saranno i νεώτεροι a trarne per primi le conseguenze estreme, operando la loro ‘rivoluzione del gusto’.

Nondimeno, tanto non basterà per cancellare dall’orizzonte della cultura romana quella dualità di fondo tra la sua anima tradizionalista e ‘rurale’ e quella ellenica e ‘cosmopolita’ 59 . Le premesse poste in questo capitolo ci saranno d’aiuto, quando vedremo i poeti elegiaci muoversi tra città e campagna come tra mondi diversi, mai in modo ideologicamente ‘neutro’, ma sempre significativo – e problematico 60 .

Con una decisa manovra di avvicinamento all’oggetto centrale del presente studio – l’elegia erotica soggettiva latina e le sue forme di simbolizzazione letteraria dello spazio – ci occuperemo dunque nel prossimo capitolo di quel liber catulliano che ne costituisce un così importante precedente letterario.

Capitolo 2
Catullo: la società delle lettere e le sue periferie

2.1 Introduzione

Nonostante la controversa questione dei precedenti dell’elegia latina di stampo erotico-soggettivo non ammetta soluzioni semplicistiche, il ruolo particolare rivestito in questo quadro dal liber catulliano appare un dato generalmente riconosciuto 61 . Anche per l’àmbito specifico della presente analisi, ovvero le rappresentazioni dello spazio e i loro significati, Catullo rappresenta un precedente imprescindibile, tanto per la trattazione dell’opposizione urbano-rustico, quanto per un tema altrettanto significativo, ovvero gli spazi ‘esterni’, esotici – soprattutto, ma non solo, legati alle campagne militari – e per alcuni aspetti di uso ‘metaletterario’ dello spazio, che avremo modo di esaminare oltre. Alcune delle tematiche che incontreremo nei carmi del Veronese avranno ampio séguito nella tradizione elegiaca, altre subiranno una profonda rivisitazione, altre ancora non rientreranno nelle più rigide convenzioni del nuovo discorso erotico.

Per ricollegarci alle considerazioni formulate nei capitoli precedenti, intanto prenderemo le mosse dal problema del ruolo rivestito dalla città di Roma nella poesia catulliana.

2.2 La città come sfondo della creazione letteraria

Le molteplici ‘ondate’ di ellenizzazione cui Roma andò incontro fra il III e il II sec. a.C.  fanno fede della complessità del processo di trasformazione e di avvicinamento alla cultura d’oltremare ineludibile per una città che ambisse, oltre alla talassocrazia, all’egemonia culturale sulle altre metropoli affacciate sul Mediterraneo. Ma la ‘rivoluzione letteraria’ condotta dal circolo di poeti che Cicerone sdegnosamente ebbe a bollare con il notorio epiteto di poetae novi si impone in modo particolare per i suoi caratteri di rottura con larga parte della mentalità quiritaria tradizionale . La ‘poesia di circolo’ neoterica si concepisce e si presenta come l’erede diretta di quella concezione élitaria della letteratura di origine alessandrina di cui abbiamo trattato nel primo capitolo di questo studio.

All’interno della fusione tra poesia e vita nella produzione catulliana, l’ urbanitas è termine-chiave. La poesia catulliana è poesia della città tout court perché solo all’interno della metropoli ellenizzata sarebbe possibile iscrivere l’esperienza di quella ‘società delle lettere’, quel Μουσαῖον privato che è il circolo degli amici-poeti 62 . Il ruolo di questo sistema di rapporti all’interno del liber è stato analizzato  così finemente da Mario Citroni da rendere superfluo qualunque catalogo di passi: ma soprattutto lo studioso ne ha messo in luce l’intima connessione con la stessa attività poetica. Catullo traccia i fili di una trama di rapporti insieme personali e letterari in cui i sodali condividono un gusto poetico callimacheo e uno stile di vita improntati alla raffinatezza 63 . Dal punto di vista delle coordinate spaziali,  è la vita cittadina a stagliarsi sullo sfondo: queste relazioni si sostanziano infatti di banchetti 64 , visite reciproche 65 , scambi di doni letterari e non 66 , peregrinazioni per le vie della città 67 . Al di fuori di essa, non sarebbe possibile neanche immaginare un tale tipo di vita intellettuale, né, tanto meno, la stessa relazione ‘irregolare’ tra Catullo e Lesbia o Giovenzio, e in definitiva la medesima attività poetica del Veronese. In questa direzione, una sorta di conferma, di sigillo d’autore si rinviene in c. 68, 27-40, laddove il poeta imputa la propria attuale incapacità a scrivere versi, oltre alla morte del fratello, anche alla lontananza da Roma:

Quare, quod scribis Veronae turpe Catullo

    esse, quod hic quisquis de meliore nota

frigida deserto tepefactet membra cubili,

    id, Manli, non est turpe, magis miserumst.

ignosces igitur, si, quae mihi luctus ademit,

    haec tibi non tribuo munera, cum nequeo.

nam, quod scriptorum non magna est copia apud me,

    hoc fit, quod Romae vivimus: illa domus,

illa mihi sedes, illic mea carpitur aetas;

    huc una ex multis capsula me sequitur.

quod cum ita sit, nolim statuas nos mente maligna

    id facere aut animo non satis ingenuo,

quod tibi non hucusque petenti copia praesto est:

    ultro ego deferrem, copia siqua foret.

 

Un problema di mancanza materiale di capsulae , certo, ma per un poeta dotto come Catullo, questa stessa mancanza, unita alla lontananza da Lesbia, è già il riflesso spaziale di un ‘esilio’ dalla poesia, da quella vita di rapporti intellettuali ed amicali, di arte e di amore da cui scaturivano i carmina medesimi 68 .

2.3 Periferie vicine e lontane

Posto che ogni centro generi una periferia, è scontato che all’idea e alla rappresentazione letteraria dell’ urbanitas all’interno del liber catulliano debba corrispondere una complementare presenza del suo rovescio, ovvero di quel mondo ‘esterno’ ed estraneo alla vita intellettuale ed alle finezze culturali di cui abbiamo parlato: lo spazio del rusticum .

Non mancano nel corpus catulliano menzioni del mondo rustico nel senso più letterale del termine, ovvero di terreni in campagna 69 . Solo di rado esse appaiono ‘neutre’ dal punto di vista dei significati simbolici, come è tutto sommato la villula del c. 26, semplice oggetto di un’arguzia verbale: già il fundus del c. 44, che ha buone probabilità di essere quello su cui insisteva la stessa villula 70 , è presentato in una duplice luce – i nemici di Catullo lo vogliono sabino, e quindi di scarso valore; quelli che non hanno niente contro di lui sostengono che si trova  presso Tivoli, luogo di villeggiatura per la buona società romana 71 . Dove si trovasse davvero l’appezzamento di terreno di Catullo ci interessa relativamente: più importante sarà notare come, a seconda di quanto lo si pensasse vicino a quella Tivoli che costituiva la dépendance rustica di Roma, il suo ‘significato’ mutasse radicalmente agli occhi della società che il poeta si rappresenta intorno. La villula si trova in bilico tra due condizioni antitetiche: può diventare status symbol pienamente ‘urbano’, oppure ‘contaminare’ con la sua rusticità sabina il proprio possessore 72 . Affrettandosi ad accusare di malafede i sostenitori dell’‘ipotesi sabina’, Catullo schiva il rischio di fare egli stesso la fine di Mamurra, la cui sistematica denigrazione all’interno del liber passa anche attraverso una continua associazione con luoghi esterni alla città.
Nei carmi 41 e 47, infatti, il cesariano avversario di Catullo non si scrolla di dosso l’epiteto di Formianus . Anche in Cat. 43 compare (con un rimando testuale preciso a 41, 4) la decoctoris amica Formiani , e il significato di quella designazione geografica, se fosse necessario, si rafforza e si precisa: la provincia (con ogni probabililtà proprio la Gallia Cisalpina di Catullo), nel paragonare l’ amica di Mamurra a Lesbia, mostra la propria mancanza di gusto estetico, e questa si proietta all’indietro su Mamurra stesso – che altro ci si poteva aspettare, del resto, da un formiano 73 ? Se volessimo aggiungere anche la menzione dei terreni posseduti dall’uomo politico negli epigrammi 114 e 115, risulterebbe che degli otto carmi riconducibili al ‘ciclo di Mamurra’, cinque mettono il personaggio in relazione con spazi extra-urbani, a vario titolo ‘provinciali’ o comunque rurali 74 .
I cesariani sembrano essere poi particolarmente vulnerabili all’accusa di rusticitas da parte di Catullo, probabilmente in relazione alla loro natura di parvenus : questo sembra essere il caso di Ottone (o forse di Herus?) in Cat. 54, le cui gambe sono mal lavate, alla maniera dei contadini 75 .
Esiste poi un piccolo novero di carmi in cui l’opposizione tra urbano e rustico viene semantizzata nel senso di una metafora letteraria: in questi termini è espressa, in Cat. 22 , la contraddizione tra la raffinatezza tutta esteriore di Suffeno e la scarsa qualità dei suoi componimenti. Date le premesse sinora avanzate, non ci stupiamo di vederlo definito, ai vv. 2 e 9, urbanus . La pointe epigrammatica arriva un verso dopo (10), quando di converso ( rursus ) egli si dimostra unus caprimulgus aut fossor . Il contrasto è ripetuto nei versi seguenti: scurra e scitus al massimo grado in apparenza (vv. 12-13), in realtà idem infacetior infacetiost rure (14). Ma quel che, a mio vedere, più stupisce è il ricorrere all’interno della descrizione dei volumina di Suffeno di termini-chiave della stessa autorappresentazione della letteratura neoterica 76 . All’apparenza, questo prolifico autore sembrava un perfetto poeta neoterico: in realtà è artisticamente più sgraziato della campagna stessa 77 .
Anche sugli Annales di Volusio in Cat. 36, sottoposti ad un processo sommario prima di essere condannati al rogo, pesa un unico capo d’accusa (oltre alla generica designazione di cacata charta ), di essere cioè pleni ruris et inficetiarum , pieni ‘di campagna’ e di ogni ineleganza 78 .
In un terzo componimento, Cat. 44, i termini di questa fin troppo schematica opposizione si scompaginano alquanto, in quanto il fundus tiburtino (o sabino?) di cui abbiamo già parlato mostra, proprio nel contesto di un lusus metaletterario, un’inaspettata natura di ‘luogo di purificazione’: Catullo è stato a cena da Sestio, che gli ha propinato però anche una sua orazione ‘ In Antium petitorem ’ / plenam veneni et pestilentiae (vv. 11-12) 79 . Già il campo metaforico introdotto dai due termini ‘medici’ suggerisce il Witz su cui si costruirà il componimento: l’influenza di Catullo è legata alla pestifera retorica dell’ospite di quella sera. È al v. 20, però, che i conti tornano perfettamente: il ‘raffreddore’ del poeta (v. 13: gravedo frigida 80 ) è dovuto al frigus dei nefaria scripta di Sestio. Qualche secolo dopo Celso ( De Medicina 1, 2, 3) metterà in guardia (troppo tardi ormai per Catullo) dagli sbalzi di temperatura: minimeque nubilo caelo soli aperienti se * * committere, ne modo frigus, modo calor moveat; quae res maxime gravedines destillationesque concitat . Abbastanza curiosamente, all’inizio dello stesso paragrafo, lo stesso aveva consigliato, come misura preventiva, di abitare in un edificio luminoso e ben ventilato, soprattutto nei mesi caldi: Habitare vero aedificio lucido, perflatum aestivum, hibernum solem habente . Il poeta neoterico sembra dunque aver scelto il posto giusto, per riprendersi.
Il punto è, però, che il male di Catullo è tutto ‘letterario’, sicché, in fin dei conti, ha poco a che spartire con i precetti della tradizione medica destinata a confluire in Celso 81 . A questo punto, se il malanno è caricato di valenze metaletterarie, ci si può chiedere se anche la cura ‘significhi’ qualcosa.
Considerato come categoria di giudizio artistico, e specialmente legato a quella forma d’arte performativa che è la retorica, il frigus non ricorre infrequentemente  in Quintiliano, Cicerone, Tacito, e viene spesso collegato all’ adfectatio 82 , ovvero all’imbarazzante situazione in cui un oratore non particolarmente amato dalle Muse insegua artificiosamente effetti di eleganza al di sopra delle sue possibilità. Se ci fosse lecito proporre deduzioni così azzardate, potremmo farci un’idea più precisa del giudizio catulliano sull’oratoria di Sestio, contrastando la categoria principale della stroncatura – la frigiditas – nei confronti di quest’uomo che pure cerca l’approvazione di Catullo cum malum librum fecit (v. 21) invitandolo a banchetto – il che lo include già in quella cerchia di letterati che condividevano (almeno nelle intenzioni) i canoni della poetica neoterica. Il risultato potrebbe rivelarsi una retorica frigida in quanto affettata, pretenziosa nella sua ricerca di eleganza, priva tuttavia di qualità artistiche 83 .

Eppure, in questo giudizio letterario, si può notare un’assenza: la condanna non passa attraverso il lessico della rusticitas , che pure abbiamo visto all’opera altrove, e neanche attraverso quello, complementare, dell’ urbanitas . Ed è qui che si alterano le troppo facili schematizzazioni sull’uso metaletterario delle categorie spaziali di città (= eleganza ‘neoterica’) e rus / provincia (= fallimento artistico).

L’errore di Sestio non consiste nell’essere rusticus , troppo poco elegante, ma forse di esserlo troppo – e male. Approdando ad uno stile tanto freddo da far venire l’influenza Catullo. A questo punto, come suggerivamo sopra, può nascere il dubbio che la scelta del luogo di cura di Catullo non sia casuale.

Per liberarsi dalla tosse e dalla gravedo frigida che gli ha procurato la In Antium petitorem di Sestio, Catullo fugge in campagna, in una villa il cui status ‘urbano’ è sub iudice , e oscilla tra una collocazione sabina e una ‘semiurbana’ presso Tivoli. Nel complesso, la villa si situa in una posizione ambigua rispetto alla città: collocata in un prestigioso resort di ricchi cittadini, essa è suburbana (mai, nel carme, rustica ). Tanto lontana da Roma da permettere a Catullo di ‘disintossicarsi’ dal suo malanno legato alla malintesa urbanitas del proprio ospite oratore, ma comunque tanto vicina (almeno culturalmente, dato lo status di Tivoli) da non fare di Catullo un altro Mamurra, stavolta sabino 84 .

Fuori da ogni schematismo, penso si possa concludere che l’asse spaziale città-campagna viene caricato nel liber catulliano di simbologie letterarie e poetologiche, in modi a volta più semplici – come nel caso dell’identificazione tra cultura cittadina e poesia nuova –, a volte, come nel caso del carme 44, più complessi, dove accortamente la coppia di key-words urbanus / rusticus non viene impiegata, nonostante l’intero discorso letterario sia giocato su una simbologia spaziale. Accortamente, al posto di quella polarizzazione compare una villa suburbana , in cui Catullo si rifugia dissociandosi dall’ ‘affettato’ cittadino Sestio.

Dalle considerazioni svolte finora appare come, in una costruzione dello spazio che ha in Roma, sede dell’ urbanitas , il proprio centro, tutto ciò che si colloca al di fuori di esso diviene ‘passibile’ di condanna. Nella categoria dell’inurbano rientrano, come abbiamo visto, tanto la vicina Sabina e Formia quanto le altre regioni italiche e la provincia Cisalpina 85 . Ma questo spazio definito ‘in negativo’ a partire dal centro può estendersi fino alla Spagna da cui viene Egnazio, odiato rivale di Catullo.
Il modo soprendente in cui i Celtiberi si lavano i denti è sfruttato contro Egnazio sia in Cat. 37, 17-20 sia nel c . 39 86 , che ruota tutto intorno a questo spunto parodico. In quest’ultimo componimento Catullo, con una ‘ climax spaziale’, disegna quasi davanti ai nostri occhi la propria geografia dell’inurbano (Cat. 39, 7-17), partendo dalla città ed allargando il quadro prima al Lazio, poi alle altre regioni italiche, quindi alla ‘sua’ terra transpadana. I luoghi si dispongono in un generico ordine di distanza dalla città, quindi i loro abitanti presumibilmente si distaccano sempre più dai modi di quest’ultima, e non si può pretendere da essi un’eleganza impeccabile come quella di un urbanus 87 . Eppure (questo parrebbe il senso del tamen al v. 15) anche ad essi Catullo richiederebbe che correggessero una tale menda. Alla fine della climax , di gran lunga più lontani di tutti, stanno Egnazio e i suoi compatrioti celtiberi. Tuttavia, tra tutti i popoli citati fin qui (cittadini di Roma come anche ‘imperfetti’ italici) e i celtiberi di Egnazio esiste un discrimine, una estrema frontiera dell’inurbanità che questi superano: i primi si lavano i denti puriter ; i secondi, con la propria urina. Di fronte a tanta barbarie, Catullo sembra abbandonare il proposito iniziale (v. 9) di ammonire Egnazio a non sorridere a sproposito: i suoi moniti avrebbero ancora qualche speranza di successo ad un raggio minore di distanza (culturale e fisica) dalla capitale, con gli italici. Con il celtibero rivale, non resta altro che denunciare cosa stia dietro al bianchissimo sorriso che pure – data l’acrimonia di Catullo – doveva evidentemente riscuotere qualche successo 88 .

2.4 Poli decentrati

La rappresentazione del non-urbano in Catullo, però, non conosce solo modalità parodiche. Lo stesso legame del poeta, mai del tutto sconfessato, con la provincia da cui viene, rende più varia la gamma dei trattamenti di questo tema.

Il tema della centralità di Roma, dell’identificazione completa tra vita, amore, poesia da una parte e spazio urbano dall’altro, tema destinato a costituire un asse portante della rappresentazione dello spazio presso i poeti elegiaci, vive già – come abbiamo visto – nella poesia catulliana. A mio parere, però, questo è uno dei casi in cui un motivo, per dire così,  ancora ‘magmatico’ in Catullo troverà nella poesia elegiaca la sua canonizzazione: nel liber di Catullo infatti è ancora possibile trovare un’eccezione all’unicità di Roma quale sede della creazione poetica come quella di Cat. 35, in cui il poeta si trova a Verona, e lì avrà luogo uno di quegli incontri di cui si sostanzia la vita letteraria dei νεώτεροι 89 .
In Catullo tali ‘eccezioni’ sono ancora pienamente possibili: Verona rappresenta il set di componimenti come 17 (il rito del ponticello) e 100 (l’amore di Celio e Quinzio); Brescia del c. 67 (pettegolezzi municipali). Si tratta di carmi che, anche quando presentano un impianto scoptico, hanno ben poco in comune con gli spunti di parodia della rusticitas visti finora 90 . I toni derisori, laddove presenti, sono rivolti verso i personaggi in sé, come sarebbe avvenuto in un qualunque carme privo di una collocazione spaziale precisa o ambientato a Roma, e anzi non mancano incisi con cui il poeta marca la sua identificazione, a volte anche affettiva, con il proprio municipio 91 .

2.5 Spazi esotici

Anche noi, come il Catullo del c. 39, procediamo dunque con movimento centrifugo, da Roma verso l’esterno. Gli spazi ‘esterni’ fin qui esaminati rientravano per lo più – con le eccezioni esaminate nel paragrafo 2.4 92 – nella categoria del rusticum , di ciò che vive tutt’intorno alla città, senza riuscire ad accedere alla categoria dell’ urbanum . Sulle tracce di Egnazio, però, avevamo già ‘sconfinato’ in una tematica diversa, che ora converrà affrontare più sistematicamente: i luoghi esotici, o comunque percepiti come estremamente lontani.
Quando l’esterno diventa lontano, non è più la parodia il modo privilegiato per la sua rappresentazione 93 : anche qui l’arte di Catullo conosce una libera varietà di toni, compresi tra quelli più gravi relativi agli spazi della guerra e delle campagne militari e quelli più luminosi del fascino per l’esotico e le sue raffinatezze.
Gli spazi ‘ampi’ delle campagne militari evocati in Cat. 29 serbano parte del loro appeal come fonte di fantastiche ricchezze, la praeda che fa la sua comparsa ai vv. 18-19. I commentatori sottolineano, a proposito di questo componimento, le speranze di guadagno evocate da quei luoghi che allora costituivano davvero i confini del mondo, come l’ ultima Britannia del v. 4 94 . Tale aura fantastica, però, cede il posto ad un quadro ben più realistico quando in guerra va Catullo stesso: il quadro che dipinge della militanza al séguito di Pisone nel c. 28 non è altrettanto esaltante, né lo è il racconto che fa della sua esperienza in c. 10 allo scortillum dell’amico Varo, in cui ricorrono più o meno gli identici elementi (condizioni di vita disagevoli, niente denaro, irrumator praetor ).

I luoghi di preda di Mamurra, visti da lontano, appaiono dunque scintillanti di ricchezze; non così la Bitinia, che pure la donna di Varo in Cat. 10, 8 immaginava fonte di arricchimento sicuro per Catullo: vista da vicino, aveva rivelato una realtà ben più squallida. Esiste però anche un altro punto di vista attraverso cui guardare da Roma ai luoghi lontani della guerra: quello di chi resta.

Anche in questo caso incontriamo in Catullo l’anticipo di un tema provvisto di amplissima fortuna nella produzione elegiaca: partire alla ricerca di ricchezze guerreggiando in luoghi inaccessibili, o restare accanto alla propria donna. La scelta che, a loro volta, compiranno gli elegiaci è nota . Un precedente diretto, per tale rifiuto del viaggio a sfondo militare, è senz’altro rappresentato da Cat. 45, un quadretto di amore corrisposto di stampo alessandrino 95 , in cui però viene enunciata, quasi sottotono, quella risoluzione che assumerà a volte toni così drammatici nel mondo elegiaco (vv. 21-22):

Unam Septimius misellus Acmen

mavult quam Syrias Britanniasque.

 

La scelta di due luoghi che avevano fama di fornire ricca praeda , e per di più verso i quali stavano per partire importanti campagne militari, lascia pochi dubbi sull’interpretazione del passo 96 .

Il tema del rifiuto del viaggio si riaffaccia peraltro nei tre componimenti ‘del ritorno’: Cat. 46 (la partenza); 31 (il ritorno a Sirmione); 4 (la navicella).

Esso si dipana nel modo più chiaro nel c . 31 97 : il sollievo e la gioia provati nel poter rivedere la villa di Sirmione può essere attribuito solo in parte ai travagli e ai rischi del viaggio (come farebbe pensare in tuto del v. 6): come interpretare espressioni come peregrino labore / fessi (8-9), e soprattutto vix mi ipse credens Thyniam atque Bithynos / liquisse campos (5-6), se non nell’ottica di un rigetto dell’esperienza all’estero e di una scelta dello spazio appartato e familiare della propria casa 98 ? Sulla stessa linea sembra collocarsi il c. 4, a meno che non lo si voglia interpretare in chiave completamente ironica,  vista l’enfasi degli accenti utilizzati per commentare i pericoli del viaggio in sé 99 .
Meno facilmente iscrivibile in questo schema appare invece Cat. 46, dove troviamo sì la gioia di partire dalla Bitinia, ma anche un paio di elementi che non rimandano ad uno schema polare in cui l’unico elemento positivo sia la domus del v. 10, a discapito della Bitinia stessa: in primo luogo, la descrizione di quest’ultima non sembra affatto connotata negativamente (essa è anzi ingentilita dall’arrivo della primavera 100 ); inoltre, l’entusiasmo espresso al v. 6 è motivato da una meta che non è la domus (almeno non direttamente), bensì le claras Asiae... urbes , la qual cosa ingenera il fondato sospetto di un tour turistico 101 . Certo, la destinazione ultima del viaggio ritorna nella chiusa (vv. 10-11), ma non basta certo a restituire l’immagine di un carme votato al rifiuto degli spazi ‘esterni’ in nome della chiusura nello spazio appartato della domus .
Nella direzione di un rifiuto dell’esperienza del viaggio sembra puntare invece il celeberrimo incipit del c. 101: Multas per gentes et multa per aequora vectus / advenio has miseras, frater, ad inferias , dove è il vectus del v. 1 a suggerire l’immagine di un viaggio non desiderato, tuttavia anche qui non si tratta che di una suggestione sfuggente, per di più da leggere con estrema cautela, alla luce delle probabili ascendenze odissiache 102 . Simili spunti si possono cogliere peraltro anche nei carmina docta , dal ‘sacrilegio’ degli Argonauti, autori del primo viaggio per mare, in Cat. 64, 1-18, al rimpianto di Attis per i luoghi familiari che ha abbandonato per l’inospitale Frigia nel c. 63 103 .
Alla categoria degli spazi ‘lontani’ connotati negativamente sarei portato ad ascrivere anche quella che mi pare una costante catulliana: la ricorrenza di Troia come luogo della morte. Già Cat. 65, 5-8 avvicina di fatto l’onda del fiume infero Lete a quella della costa della Troade, ma è in 68b, 90-100 che la morte del fratello è accostata, in funzione certo ‘nobilitante’, alla strage della guerra iliadica 104 , quella stessa strage che, per quanto ‘eroica’, ispirava in 64, 342-370 lo scenario di morte e distruzione prefigurato dalla profezia delle Parche sul futuro di Achille 105 .
  Alla stessa rubrica, infine, può essere ricondotto un carme come Cat. 11, in cui compare un tema che avrà  scarsa fortuna in sé presso gli elegiaci, ma le cui risonanze non si spegneranno del tutto: la disponibilità da parte degli amici fidati (Furio e Aurelio) a seguire Catullo anche nei luoghi più lontani e inospitali della terra (vv. 1-14) 106 .
Nel complesso, siamo obbligati a concludere che il tema del rifiuto del viaggio, pur presente nel poeta veronese, non conosce ancora quella sorta di ‘normatività’ di cui si caricherà nella poesia elegiaca, come vedremo nei prossimi capitoli: un’altra tematica, dunque, che in Catullo appare come ‘in embrione’, ma si avvia a rivestire un ruolo importante in epoca posteriore 107 .
Ancor più screziato risulta il quadro complessivo delle rappresentazioni degli spazi ‘lontani’ nel liber catulliano se prendiamo in considerazione l’evocazione un po’ frivola di luoghi esotici in relazione ad oggetti di lusso, non contraddistinta da alcun tratto negativo, dimostrando al contrario un apprezzamento, nella micro-società urbana degli amici di Catullo, per gli oggetti di provenienze lontane e pregiate 108 . Un simile tono ‘leggero’ torna in Cat. 9: alla gioia per il ritorno dell’amico Veranio, che ricorda il carme di Sirmione, non si unisce qui però alcuna forma di ripudio del luogo in cui si è stati – anzi, il poeta è entusiasta all’idea di ascoltare i fantastici racconti sui loca, facta, nationes degli spagnoli (v. 7) .

Le risonanze ‘esotiche’ dei luoghi distanti, soprattutto di quelle con un più altisonante nome greco, sono alla base di un altro carme metaletterario costruito su una simbologia spaziale, Cat. 95:

Smyrna mei Cinnae, nonam post denique messem

    quam coeptast nonamque edita post hiemem,

milia cum interea quingenta Hatriensis in uno

    <versiculorum anno putidus evomuit,>

Smyrna sacras Satrachi penitus mittetur ad undas,

    Smyrnam cana diu saecula pervolvent:

at Volusi annales Paduam morientur ad ipsam

    et laxas scombris saepe dabunt tunicas.

parva mei mihi sint cordi monumenta Philitae:

    at populus tumido gaudeat Antimacho.

 

Presso il fiume Satraco Smirna lavava Adone: immaginare una ricezione del poema di Cinna nei luoghi in cui l’azione del poema si svolge è quindi un modo elegante per confondere i piani dell’opera letteraria 109 . A un gioco analogo pensa Della Corte per spiegare la presenza del toponimo   Padua : “forse nei pressi della Padoa si svolgevano i fatti narrati da Volusio, che nei suoi Annales (carme 36) deve essere risalito alla venuta di Antenore in Italia per fondare Padova” 110 . Ad ogni modo, credo che la scelta di conferire a tale contrapposizione importanza strutturale all’interno del il carme non sia legata a questi soli fattori. Ritengo che non le sia estranea la volontà di collegare la Smyrna all’aura esotica di un fiume remoto di cui solo i dotti conoscevano l’esistenza, e, per converso, gli Annales di Volusio ad una dimensione piccola, provinciale, da cui scaturisce naturalmente la degradazione a cartocci per il pesce 111 .

2.6 Conclusioni

Il dossier delle simbolizzazioni dello spazio nel liber catulliano che si è venuto formando mostra, come accennavo già all’inizio del capitolo, un quadro assai ricco e complesso. Vi si ritrovano tematiche che nella produzione elegiaca assumeranno la forma di vere e proprie costanti, preannunziandone la canonizzazione: pensiamo al ruolo della città di Roma, della sua cultura, dei suoi stili di vita, della sua concreta realtà topografica, premesse indispensabili per la creazione artistica e per la stessa relazione amorosa. Ma la sua centralità non è ancora assoluta, dato che ammette la coesistenza, in un numero limitato di passi, di un altro set , Verona. Il tema degli amici , della rete di letterati dentro cui e in relazione alla quale germoglia la produzione neoterica, come ha dimostrato Citroni 112 , è intimamente legato al ruolo della metropoli nella poesia catulliana: la cerchia dei νεώτεροι rappresenta la quintessenza dell’ urbanitas . A fronte di esso, ha ampio spazio la parodia del rusticum , che tanto minore spazio ha nel corpus elegiaco: in più punti, come si è visto, essa costituisce l’impalcatura simbolica su cui il testo costruisce un discorso metaletterario.

A sua volta, la rivalità con il celtibero Egnazio permette a Catullo di estendere le frontiere dell’inurbano fino alla Spagna, dove però essa assume comunque forme ‘estreme’, e diventa barbarie intollerabile. Eppure, sono altre, normalmente, le forme di rappresentazione di spazi così lontani come la Spagna, la Britannia, le lontane terre d’Oriente, o la stessa Troade, che riveste un ruolo particolare nel liber . Queste oscillano tra la categoria del meraviglioso da una parte – che caratterizza le terre ‘viste da lontano’ come fonte di ricchezza, di prodotti pregiati o di curiosità etnografiche, conoscendo anch’essa, nell’elegia sulla Smyrna , un suo riuso metaletterario –; e, dall’altra, l’aspetto detestabile che è soprattutto peculiare agli spazi delle campagne militari, almeno per chi queste campagne le ha fatte, come Catullo, o ha motivo di temerle come Acme, che rischia di perdere il suo Settimio. Da qui parte una linea che porterà al rifiuto totale del viaggio da parte degli elegiaci: nel momento in cui la dimensione amorosa diventerà la dimensione assoluta del connubio vita-poesia, un ruolo ben più complesso giocheranno i viaggi come quello catulliano in Bitinia alla ricerca di ricchezze – basti pensare, in prima istanza, a quell’elegia 1, 3 di Tibullo che di fatto mostra la punizione del poeta per avero osato infrangere  quello che è già un anatema elegiaco. Ma questo costituisce già l’argomento del prossimo capitolo.

 

Capitolo 3
Tibullo: il sogno rurale visto da lontano

3.1 Introduzione: unità e molteplicità nella poesia tibulliana

Nessun motivo è così caro a Tibullo, e con tanta musicale dolcezza cantato, quanto quello della campagna, delle tranquillità, della pace e delle primigenie innocenze della vita agreste”. È ad affermazioni di tale tenore 113 che resta ancor oggi legata la nostra immagine di Tibullo. Pertanto non basta, all’inizio di questo capitolo, affermare che il il corpus tibulliano si presta particolarmente ad un’analisi dell’elegia latina dal punto di vista delle categorie spaziali, in quanto il primo pensiero del lettore andrebbe alla campagna vagheggiata dal poeta in elegie come 1, 1; 1, 10; 2, 1 o 2, 5, mentre ritengo che non sia possibile ricostruire l’articolato quadro delle simbologie spaziali nella produzione tibulliana 114 restando legati ad una lettura unidimensionale della poesia di Tibullo e dei suoi imitatori in chiave georgico-bucolica.

Perché questa, giusto un passo al di là della liscia superficie dello stile, risulta complessa,  dotata di peculiare equilibrio fra unità e molteplicità: da una parte, essa appare ‘modulare’ in svariati sensi; dall’altra, è provvista di una sua unitarietà, in quanto una serie di motivi ricorrenti, riadattati a contesti diversi, ritorna in tutto l’arco dei due libri sicuramente tibulliani, formando come i fili essenziali di una trama.

La ‘modularità’ cui accennavo è evidente all’interno delle singole elegie – che procedono attraverso una successione di pannelli, temi, quadri, sicché l’interpretazione della loro struttura ha sollecitato molto l’interesse degli studiosi 115 –, però è altrettanto vistosa se allarghiamo lo sguardo ai cosiddetti ‘cicli’ poetici.

Il punto è che, mentre i diversi pannelli dei singoli componimenti sono comunque sapientemente armonizzati tra di loro, come dimostra la fioritura di studi sulla struttura delle elegie tibulliane, i cicli poetici ci restituiscono – se così si può dire – mondi poetici, e comunque immagini dell’ ‘io’ poetico a volte inconciliabili tra di loro.

Inconciliabili, s’intende, non nel senso biografico: se si volesse seguire un approccio di questo tipo all’opera tibulliana, come si è spesso fatto 116 , è sempre possibile ricostruire una arzigogolata storia di spedizioni militari, rientri, rapporti etero- ed omosessuali, tradimenti, disillusioni. Parlo invece della contraddizione tra atmosfere poetiche che non richiedono, per così dire, di essere conciliate. In tal senso, il ciclo di Marato non ha bisogno di essere letto in rapporto a quello di Delia: non è in relazione a quello che esso crea senso. Il nome di Nemesi rimanda sì ad una vendetta, e la vicenda d’amore inscenata nel secondo libro presenta certo alcuni aspetti ‘rovesciati’ rispetto a quella vissuta con Delia, ma non si vorrà negare che a quest’ultima essa non fa alcun accenno, presentandosi viceversa come autonoma, semplicemente diversa da quella.

Un notevole grado di coesione interna, però, è garantito dalla ricomparsa di determinati motivi nei diversi cicli, tra cui ad esempio il sogno bucolico-campestre, non esclusivo, come vedremo, delle elegie per Delia; il tema dell’età dell’oro – collegato al precedente –; o il tema della guerra, intrecciati tutti tra di loro e variati a seconda dei contesti di appartenza.

Da queste considerazioni preliminari intendiamo partire per cercare di restituire un’immagine più articolata di quanto spesso non si faccia delle simbologie spaziali sottese ad un corpus di testi che ospita, in uno spazio a più dimensioni, diverse personae poetiche.

3.2 Il triplice spazio di Tibullo

3.2.1 La natura irreale del sogno georgico-bucolico

Le considerazioni qui premesse non intendono certo negare la presenza e l’importanza dell’idea poetica del vagheggiamento della bukolische Einfachheit 117 : è nostra intenzione, invece, mantenere un più attento equilibrio lungo l’analisi da condurre tra questo motivo e gli altri temi (e spazi) in cui si snoda la poesia tibulliana.

In tale direzione, occorrerà preliminarmente ribadire la natura ‘irreale’ della campagna di Tibullo. Non alludiamo, sarà bene chiarirlo subito, solo al fatto ovvio che gli ‘spazi’ di cui ci occupiamo  rappresentano uno dei molteplici aspetti di una vera e propria finzione letteraria, bensì a qualcosa di più preciso: come è già stato notato, e cercheremo di riaffermare con ulteriori precisazioni, all’interno dello stesso mondo poetico di Tibullo lo spazio della campagna viene sempre presentato come uno spazio sognato, un luogo irreale nella prospettiva dello stesso io poetico che abita (e crea letterariamente) quel mondo.

Questo assunto della critica, che non andrebbe mai trascurato nell’approccio alla produzione di Tibullo, insieme alle considerazioni esposte in partenza sulla ‘pluralità’ della sua poesia, costituirà l’avvio alla presente analisi. Essa si svilupperà principalmente in due direzioni. In primo luogo, ci proponiamo di considerare ( nei paragrafi 3.2.2 e 3.2. 3) il carattere, per così dire, circoscritto di quella particolare idea poetica costituita dal ritorno alla campagna. Circoscritto, dico, non solo nel contesto del resto della produzione tibulliana (ovvero degli gli altri due cicli, di Marato e di Nemesi), che creano già intorno ad essa una cornice ‘straniante’, implicitamente urbana, bensì anche nel contesto delle singole elegie. Quindi ( nel paragrafo 3.2. 4) torneremo ad esaminare le rêveries campestri, per suggerire che la ‘distanza’ da cui esse vengono osservate non si misura solo sull’asse che separa Roma dalla famosa regio Pedana di memoria oraziana , ma che esse rappresentano la via percorsa da Tibullo per esorcizzare un tabù elegiaco per eccellenza: la longa via , i viaggi lontano da Roma e dall’amata – questi sì presentati dall’ io poetico come appartenenti alla sua (comunque fittizia) dolorosa esperienza . Dopo aver analizzato le ‘altre’ rappresentazioni dello spazio del viaggio e della guerra, rese possibili dalla già ricordata ‘molteplicità’ distintiva della poesia tibulliana ( paragrafo 3.2. 5), chiuderemo la nostra rassegna esaminando il ruolo che, nella formazione dell’universo simbolico spaziale tibulliano, può aver giocato la decima ecloga di Virgilio (vd. infra , 3.2.6), testo basilare nella formazione dell’universo letterario elegiaco

3.2.2  Il posizionamento dell’io poetico in rapporto alla campagna idealizzata

Sarà il caso di avvicinare la specola esegetica alle singole elegie, in quanto solo una rassegna del materiale testuale potrà chiarire quanto intendevo, parlando del carattere ‘circoscritto’ del tema bucolico-georgico nel macro-contesto della produzione tibulliana, e soprattutto all’interno delle stesse elegie considerate una ad una 118 .
I temi esposti in un testo proemiale come Tib. 1, 1 assumono, come prevedibile, un particolare rilievo all’interno dell’intera silloge poetica. Molto dell’immagine di Tibullo come poeta fondamentalmente legato al tema della campagna, se non proprio poeta-contadino 119 , è dovuta all’impressione generata dalla inequivocabile Lebenswahl pronunciata in questo componimento, che oppone l’ io poetico all’ alius , dedito all’accumulo di ricchezze (vd. il notissimo incipit ), alla guerra (vv. 3-4 e 53-54) e naturalmente ai viaggi richiesti dall’una e dall’altra (vv. 49-56) 120 . Eppure non è sfuggito alla critica più accorta come lo scenario campestre della prima metà dell’elegia vi sia rappresentato prevalentemente attraverso modalità espressive che lo collocano nella sfera del sogno, del desiderio: basti richiamare la puntuale analisi della trama delle forme verbali che attraversa il componimento compiuta da Hanslik, tra la prevalenza dei congiuntivi ottativi e iussivi (in contesti religiosi) e inserzioni all’indicativo che conferiscono ἐνάργεια a quello che lo studioso chiama un Wunschtraum 121 .
Tra i problemi-chiave inerenti a Tib. 1, 1 ad aver attirato l’attenzione degli studiosi vi è anche la ‘contraddizione’ di fondo tra le due principali sezioni dell’elegia, quella incentrata sul sogno rurale e quella, successiva, propriamente ‘elegiaca’, che vede la persona del poeta accanto a Delia in un contesto ormai chiaramente urbano, esplicitamente annunziato dal παρακλαυσίθυρον contenuto nei vv. 55-56: Me retinent vinctum formosae vincla puellae, / et sedeo duras ianitor ante fores 122 .
A questo riguardo, fermo restando l’opportuno monito  di Solmsen a non ricercare coerenza autobiografica nel componimento 123 , va notato come, dopo la formula ottativa del v. 49 ( hoc mihi contingat ) che riassume nel segno del desiderio l’intera prima sezione, i due versi (55-56) che inaugurano il nuovo quadro esordiscano con il tono asseverativo degli indicativi presenti (Tib. 1, 1, 49-56) 124 :

Hoc mihi contingat. sit dives iure, furorem

    qui maris et tristes ferre potest pluvias.

o quantum est auri pereat potiusque smaragdi,

    quam fleat ob nostras ulla puella vias.

te bellare decet terra, Messalla, marique,

    ut domus hostiles praeferat exuvias;

me retinent vinctum formosae vincla puellae,

    et sedeo duras ianitor ante fores.

 

Peraltro, subito dopo questi versi, la vita comune degli amanti ritorna a colorarsi delle tonalità dell’immaginazione (vv. 57-58: tecum / dum modo sim ), che caratterizzano anche, com’è ovvio, la fantasia del funerale (vv. 59-68), la cui rappresentazione passa attraverso gli ottativi in anastrofe te spectem e te teneam (vv. 59 e 60), per giungere agli indicativi futuri dei versi seguenti, mentre l’invito all’amore espresso ai vv. 69-74 si snoda attraverso modalità esortative e gnomiche (v. 69: iungamus ; v. 73: est tractanda ).

Col sottolineare il contrasto tra le forme verbali all’indicativo che segnano l’autopresentazione del poeta ai vv. 55-56, e i congiuntivi che dominano la rêverie rupestre della prima parte dell’elegia così come le fantasie della sezione ‘elegiaca’, non è affatto nostro intendimento inferire che Tibullo si trovi a Roma al momento della composizione dell’elegia: dichiariamo anzi sin d’ora di essere ben poco propensi a questo genere di elucubrazioni, provvisti in fin dei conti di un troppo facile biografismo 125 .
Quanto intendiamo sottolineare è invece come anche in Tib. 1, 1, elegia-simbolo dell’idea poetica del buen retiro campestre, al v. 55 compaia ex abrupto e, per così dire, con la massima naturalezza un io poetico che in prima persona, e senza la patina linguistica dell’irrealtà assicurata dall’impiego di congiuntivi e futuri, narra della propria condizione di amante urbano . Non si vorrà negare che questo nuovo posizionamento della voce narrativa collochi la precedente rêverie campestre, per così dire, in una prospettiva straniata: il sogno dei rura  non solo è rapportato, come vedremo meglio in séguito (vd. infra , 3.2. 4), alla ben più cruda realtà del viaggio in terre lontane (v. 26: nec semper longae deditus esse viae ) 126 , bensì viene anche accostato con la massima libertà ad una quotidianità diversa, urbana , inconciliabile con essa, e stavolta non sognata ma semplicemente descritta. E tra l’altro, diremmo, del tutto conciliabile con l’elegia successiva, per il set cittadino di questa e in particolare per la situazione topica del παρακλαυσίθυρον che costituisce il motivo centrale dell’intera Tib. 1, 2.

Se proviamo ad allargare lo sguardo abbracciando la sequenza dei primi due componimenti tibulliani – entrambi appartenenti, si badi bene, al ‘ciclo di Delia’ –, ad apparire ‘isolato’ non è più l’ exclusus amator della seconda parte di 1, 1, quanto piuttosto l’improbabile contadino della prima parte della medesima elegia.

Infatti in  Tib. 1, 2, indossando con notevole disinvoltura i panni del consumato adultero mondano, e facendone indossare di analoghi a Delia (vv. 15-26), l’ io poetico lamenta un triste stato di fatto (la chiusura dei postes di Delia), accostando peraltro ai τόποι comastici dell’implorazione alla porta precisi riferimenti alle pericolose vie della città di notte (Tib. 1, 2, 25-30 e 35-42) : il breve affacciarsi dell’‘ipotesi rurale’, ai vv. 73-76, è anche qui marcato da espliciti ‘segnali di irrealtà’, configurandosi piuttosto come un sacrificio cui sottoporsi, pur di poter accedere alla donna 127 :

Ipse boves mea si tecum modo Delia possim

    iungere et in solito pascere monte pecus,

et te, dum liceat, teneris retinere lacertis,

    mollis et inculta sit mihi somnus humo.

 

Su Tib. 1, 3 ci riserviamo di indugiare nel paragrafo 3.2. 4, il cui oggetto sarà appunto il tema del viaggio ed i sogni ‘compensativi’ che esso genera. Ma anche adesso, di scorcio non si potrà fare a meno di notare come l’idea poetica del vagheggiamento dell’età bucolica di Saturno (vv. 35-48) costituisca come una parentesi priva di alcuna diretta connessione con l’ io poetico , mentre tanto la partenza del poeta ai vv. 9-22, quanto – presumibilmente – il suo sognato ritorno nel finale avvengono da e verso la città di Roma (v. 9: me cum mitteret urbe ).

Nelle prime tre elegie della raccolta, che costituiscono poi il primo ‘blocco’ di elegie destinate a Delia, il tema rupestre sembra dunque privilegiato solo (anche se non è poco) dalla collocazione incipitaria e dal tono gnomico della prima sezione di Tib. 1, 1. D’altra  parte sembra che, laddove siano assenti quelli che abbiamo chiamato ‘marcatori di irrealtà’, come i congiuntivi ottativi e i futuri prevalenti in 1, 1, 1-52, la persona che Tibullo indossa, salvo precisa indicazione contraria, sia quella dell’amante cittadino elegante ed esperto, le cui notti all’addiaccio e le cui furbizie adulterine ritroveremo spesso nei libri di Properzio e di Ovidio; ma anche in quelli restanti di Tibullo.

Continuando a seguire gli affioramenti del tema ‘idillico-rurale’, giungiamo all’elegia che forse svela con maggiore chiarezza la natura irreale del sogno bucolico-georgico 128 ideato dal poeta: in Tib. 1, 5, di fronte alla rottura della fides da parte di Delia, la stessa ‘finzione’ (nel senso etimologico latino del ‘plasmare’ poeticamente un’immagine) viene collocata in un passato ormai inattuale, e ridotta ad una funzione parentetica in modo tale da accentuarne - nella cornice dell’effettivo comportamento della cittadina infedele - l’effetto di straniamento. Si tratta dei celebri vv. 19-36, aperti e chiusi dalla ricorrenza del verbo fingere , di cui è noto lo spettro semantic o, qui compreso fra l’azione concreta del vasaio e la creazione artistica propriamente detta (vv. 19-20: at mihi felicem vitam, si salva fuisses, / fingebam demens, sed renuente deo ; vv. 35-36: haec mihi fingebam , quae nunc Eurusque Notusque / iactat odoratos vota per Armenios ) 129 .

In 1, 10 il tema bucolico-georgico torna a pervadere di sé l’intero testo, in chiara rispondenza architettonica con l’elegia d’apertura del libro. Ancora una volta, dunque, ragioni strutturali contribuiscono ad attribuire al motivo prescelto uno spessore particolare, eppure anche in questo componimento sono chiari i segni che collocano il mondo della campagna in una dimensione ‘altra’ rispetto a quella in cui si colloca la voce poetica. L’invettiva  contro gli enses dei primi versi genera la fuga in un altrove temporale, una sorta di età dell’oro pastorale, in cui ricorrono alcuni elementi-chiave della campagna tibulliana: il semplice culto degli dei e la pastorizia . Data la contrapposizione tunc... nunc , in apertura dei distici 11-14, risulta esplicita la collocazione dell’ io parlante (Tib. 1, 10, 11-14):

Tunc mihi vita foret, volgi nec tristia nossem

    arma nec audissem corde micante tubam;

nunc ad bella trahor, et iam quis forsitan hostis

    haesura in nostro tela gerit latere.

 

I versi successivi saldano insieme, con sapiente trapasso, i vari piani dell’evasione tibulliana: l’invocazione ai Lari per la propria salvezza permette un primo balzo all’indietro dal Tibullo adulto, costretto alla guerra, al Tibullo bambino (vv. 15-16). L’infanzia è dunque collegata al culto domestico, il quale a sua volta, nella semplicità che lo contraddistingue, rimanda a quello degli avi. Attraverso questi, il movimento all’indietro nel tempo approda, senza soluzione di continuità, ad una indefinita età della semplicità (vv. 19-20) 130 .

È come se rispetto alla semplice enunciazione del Wunschtraum in Tib. 1, 1, il testo intendesse ora esplorare le stesse radici del sogno dell’età dell’oro: l’infanzia felice dell’umanità, descritta nei versi precedenti e successivi, è collegata all’infanzia della persona poetica. Il vagheggiamento della prima si alimenta della tenerezza suscitata da quest’ultima.

Quando poi, al v. 25, dal passato bucolico si tornerà al ‘presente’ vissuto da Tibullo, sarà la particella avversativa at (v. 25) a marcare la separazione dei piani. Quindi, una lacuna. Dopo di essa (v. 26), ci ritroviamo in una situazione completamente diversa: il personaggio poetico, che pochi versi prima 131 già si vedeva i tela della battaglia piovergli addosso, si è nuovamente sprofondato nel sogno di un futuro in campagna (vv. 26-28). Riemerge, dunque, la dualità tra lo stile di vita vagheggiato dall’ io (tornano i congiuntivi ottativi) e quello riservato all’ alius (29-32). Il solco tra la realtà descritta nella rappresentazione poetica (quella di un uomo che si presenta come trascinato verso la guerra – v. 13), e l’ideale vagheggiato si approfondisce ulteriormente quando si identifica nell’ hic dei vv. 38-44, antitesi della persona poetica. L’identificazione tra i due avviene solo sul piano del desiderio, della fuga dal presente, marcato dall’occorrenza di congiuntivi ottativi: sic ego sim (v. 45; cfr. Tib. 1, 1, 25: iam modo iam possim ). Segue la visione di un mondo rustico dominato dalla pace e screziato di venature erotiche, un mondo però da cui l’ io poetico è ormai escluso.

In definitiva, anche in Tib. 1, 10, il vagheggiamento della vita beata in campagna viene frammentato, attraverso piani temporali diversi, in rappresentazioni non direttamente collegate le une con le altre: l’età remota degli avi semplici contadini, ai vv. 1-24; l’improbabile Tibullo futuro agricoltore dei vv. 26-28; gli abitanti delle campagne i quali, nel mondo poetico tibulliano, anche oggi possono seguire uno stile di vita opposto a quello bellico (vv. 39-66). L’unico elemento che unifichi questi diversi pannelli, creando la prospettiva, l’effetto di lontananza attraverso cui essi sono rappresentati, è la trama degli angosciati richiami ad una realtà ben diversa. E sarà ormai chiaro come per ‘realtà’ si intenda qui, semplicemente, all’interno dei diversi mondi fittizi che il testo crea, quello in cui la voce poetica colloca se stessa, attraverso i più semplici strumenti linguistici (l’articolazione delle persone, dei tempi e dei modi verbali, oltre che gli avverbi spaziali e temporali) .

Proseguendo l’analisi delle ‘prospettive’ da cui è osservato lo spazio bucolico-georgico nella sua versione idealizzata, dovremo rivolgerci a due elegie che al ciclo di Delia non appartengono: Tib. 2, 1 e 2, 5.

Se all’interno del ciclo di Delia intere elegie come la seconda, la sesta, o anche le sezioni ‘non rurali’ della prima, della terza e della quinta stanno a dimostrare come esso non abbia affatto come suo set esclusivo, né, direi, privilegiato la campagna più o meno a-culturale, per altro verso elegie come 1, 10; 2, 1 e 2, 5 mostrano che l’evasione in quest’ultima non è necessariamente legata alla storia d’amore con Delia (vd. 2, 1 e 2, 5), o ad un contesto erotico (vd. 1, 10).

La prima elegia del secondo libro è forse quella in cui l’‘intrusione’ dell’ io poetico nel mondo dei rura è spinta al più alto grado, peraltro in un componimento in posizione-chiave, all’interno dell’ arrangement del libro. Tuttavia tale identificazione non risulta  mai completa, e non esclude, non appena il tema amoroso riappare, un ulteriore ‘squarcio prospettico’, che lascia intravvedere la realtà ‘urbana’ dell’amante. Esaminando più da vicino l’elegia tale assunto risulterà più chiaro.

Nella prima sezione dell’elegia (vv. 1-36), in cui troviamo l’ io poetico nelle vesti di celebrante di un rito rustico , si alternano verbi alla terza persona (dal congiuntivo esortativo legato a prescrizioni ed auguri sacrali all’indicativo futuro ‘profetico’ e benaugurante) ed Anreden , alla seconda persona, rivolte da una parte agli dei e a Messalla (vv. 3-4; 17-18; 33-36) 132 , dall’altra, all’imperativo, ai contadini (ancora con prescrizioni rituali: vv. 7; 13-16; 26-32) 133 .

Pochi sono gli affioramenti dell’ io del celebrante. Alcuni di essi, come al v. 1 ( fruges lustramus et agros ) e al v. 17 ( purgamus agros, purgamus agrestes ), lo accomunano nella prima persona plurale al mondo dei contadini, laddove anche l’invito contenuto nel v. 27 ( nunc mihi fumosos veteris proferte Falernos / consulis et Chio solvite vincla cado ) lo mette, per così dire, in rapporto diretto con tale realtà, mentre al v. 25 ( eventura precor ) egli assume semplicemente le funzioni dell’ augur , seppur sempre all’interno del contesto del sacrificio lustrale.

Una serie mirata di elementi convergono ad enfatizzare il ruolo sacerdotale assunto dell’ io poetico: a) gli appelli agli agricoltori, diretti o mediati dal congiuntivo iussivo; b) la posizione di ‘mediatore’ tra essi e gli dei ricoperta dall’ io poetico, marcata dall’alternanza degli appelli agli uni e agli altri; c) i rimandi a se stesso, tutti, tranne forse l’invito a portargli del vino al v. 27, strettamente legati alle sue funzioni rituali 134 . Dunque, la persona poetica risulta sì inserita nella comunità rurale, ma, come ovvio, in una posizione assai speciale, ‘separata’ 135 .
Senza alcun dubbio la ‘separatezza’ della figura del sacerdote appartiene già allo statuto della figura del celebrante all’interno di un rito, ed in particolare essa è prevista dalle convenzioni del genere innodico cui il testo rimanda molto da vicino, in questa prima fase 136 . Ciò però assicura al poeta il destro per trasformarsi, nel successivo quadro della vita contadina (vv. 43-66), da protagonista-narratore del mimetisches Gedicht , voce intradiegetica, in narratore extradiegetico, attraverso quell’aretalogia dei ruris dei che era, a sua volta, iscritta nei canoni dell’inno religioso 137 .

Tale temporaneo ‘riposizionamento’ della voce poetica rende possibile quello ‘squarcio prospettico’ che potremmo individuare ai vv. 69-70. Avendo introdotto il tema erotico all’interno della descrizione idillica dell’umanità primitiva, il testo compie quel balzo dal passato vagheggiato al crudo presente più volte incontrato nelle elegie qui esaminate, e ancora una volta la contrapposizione è marcata da una coppia avverbiale ( illic ... nunc ): se alla prima comparsa di Cupido sulla terra, in quel mondo primigenio ( illic ), il suo arco era ancora indoctus , oggi ( nunc ) egli è anzi troppo esperto (vv. 69-70):

 

Illic indocto primum se exercuit arcu:

    ei mihi, quam doctas nunc habet ille manus!

 

Segue (vv. 71-80) una canonica descrizione di quell’amore elegiaco ‘tormentato’ che costituirà poi – sia detto tra parentesi – il tema predominante del secondo libro 138 . Difficile non cogliere un rapporto tra questo pannello e la vicenda d’amore elegiaco che il personaggio ‘urbano’ di Tibullo vive in svariati componimenti del corpus 139 . La novità consiste nel fatto che, stavolta, il punto di vista sembra essere quello dell’ io -sacerdote rustico riguardo a una vita di amori cittadini che non gli appartiene, e non viceversa.
Ma un arguto rimando ad una persona differente, che traluce persino qui dietro a quella rustica, a nostro parere è costituito dall’esclamazione ei mihi . Espressione di stile non elevato, essa potrebbe essere considerata una forma interiettiva, e il mihi venire considerato come del tutto desemantizzato 140 , senza alcun riferimento all’ io parlante – un po’ come l’italiano ahimè . Eppure ci convince maggiormente il suggerimento di Maltby, che “qui esso alluda al tema delle sofferenze dello stesso poeta, così come esso è sviluppato in séguito nel libro, ad es. in 1, 4 141 ”. Il riferimento alla vicenda amorosa del poeta-amante con Nemesi è peraltro esplicito nei due passaggi paralleli che il commentatore porta a confronto: da una parte, l’unico altro luogo tibulliano in cui ritorni la medesima interiezione, ovvero Tib. 2, 6, 27-28: Spes facilem Nemesim spondet mihi, sed negat illa; / ei mihi, ne vincas, dura puella, deam ; dall’altra, una assai simile menzione delle arti di Cupido, tramutatesi da pacifiche in pericolose, in Tib. 2, 5, 107-112 142 .
Ecco dunque che, sebbene nel finale dell’elegia (vv. 81-90) la voce del poeta torni ‘dentro’ la drammatizzazione del rito, anche in Tib. 2, 1 si possono rinvenire tracce di un piano spaziale, e soprattutto di un posizionamento della persona poetica, diverso da quello rustico qui dominante. Dietro il travestimento campestre, qui portato, come dicevo, al più alto grado, traluce pur sempre l’ altro personaggio, l’amante elegiaco – essenzialmente cittadino. E forse non sarebbe potuto avvenire altrimenti, in un’elegia che svolge anche la funzione di introdurre un libro, il secondo, dominato dalla liaison con Nemesi, cortigiana fin troppo docta nei domini d’amore 143 .

L’idea poetica della vita beata nei campi resta del tutto estranea alle rimanenti elegie di tale libro, con l’eccezione di Tib. 2, 5, come anche alle ultime due elegie del corpus , per lo più considerate autentiche (3, 19 e 3, 20). In esse, l’ io poetico si presenta ormai stabilmente nella sua persona di amante cittadino, rovesciando anzi, in 2, 3, l’idea poetica in questione nel suo opposto. Su questa diversa raffigurazione, ‘realistica’, dello spazio rurale si veda infra il paragrafo 3.2. 5: per il momento, seguendo il filo della rappresentazione ‘idillica’ del rus , non resta che rivolgerci a Tib. 2, 5, l’elegia dedicata al sacerdozio di Messalino.

Elegia complessa, questa, e studiatissima, in cui il tema agreste diviene parte di un discorso dai rilevanti risvolti ideologici. La sua lettura imporrà una riflessione più profonda  sui significati che la dimensione spaziale dei rura veicola, contrapponendosi ad altri spazi. Comunque, occorrerà prima completare l’analisi fin qui condotta, proponendo anche a proposito di Tib. 2, 5 delle brevi considerazioni sulle   modalità dell’identificazione dell’ io poetico con lo spazio della campagna.

Nell’elegia, com’è noto, il ‘paradiso perduto’ bucolico trova dapprima un’ambientazione precisa: si tratta del sito di Roma anteriore alla fondazione della città (vv. 23-38). Ma, con un movimento circolare, l’ io poetico preconizza per un indefinito futuro il ritorno di quell’età felice, assumendo così ancora una volta le vesti del sacerdote-augure. Dopo aver riportato i vaticini della Sibilla, fino al triste presagio delle guerre civili, è egli stesso a chiedere ad Apollo di ‘sommergere sotto le acque’ quest’ultima ominosa profezia, e prefigura – alla fine della stagione oscura, si direbbe – una sorta di rinnovamento della felicità originaria dei contadini del Lazio (vv. 79-106). I contorni spaziali e temporali sono ormai del tutto sfumati, tuttavia non si può ignorare la chiara corrispondenza di questo pannello georgico con quello dei vv. 23-38, per quanto quest’ultimo sia più orientato in senso bucolico.

Né si può ignorare, d’altro canto, la somiglianza del quadro contadino schizzato alla fine di Tib. 2, 5 con quello descritto nel finale di 2, 1. Comune è il fondale di una festa rurale, comune il ruolo ‘sacrale’ dell’ io poetico: in 2, 1, come celebrante in praesentia del rito e poi cantore dei rustici dei ; in 2, 5, solo come voce di un inno ad Apollo, mentre il rito appartiene ad un imprecisato futuro. Comune è, ancora, l’introduzione del tema erotico all’interno del quadro campagnolo, non senza la comparsa della figura di Cupido (cfr. 2, 1, 67-68 ~ 2, 5, 106-107). Ma soprattutto in entrambi i passaggi, attraverso la comparsa del dio dell’amore nello scenario rurale e il lamento sull’incrudelirsi delle sue arti dal remoto passato all’oggi, si introduce il tema dell’amore elegiaco connesso con il ‘normale’ contesto urbano, e con esso si allude – esplicitamente qui, in modo più ‘obliquo’ in 2, 1 – alla corrispondente persona poetica di Tibullo (Tib. 2, 5, 105-112) 144 :

Pace tua pereant arcus pereantque sagittae,

    Phoebe, modo in terris erret inermis Amor.

ars bona, sed postquam sumpsit sibi tela Cupido,

    heu heu quam multis ars dedit ista malum!

et mihi praecipue: iaceo cum saucius annum

    et faveo morbo, cum iuvat ipse dolor,

usque cano Nemesim, sine qua versus mihi nullus

    verba potest iustos aut reperire pedes.

 

Anche in Tib. 2, 5 la voce autoriale non si presenta mai come interna al mondo rurale che canta: essa si appropria qui, come in 2, 1, di un carattere. sacrale, ma a differenza di essa non si ‘immerge’ nella mimesi del rito, e neppure si colloca all’interno di quel mondo sul piano del sogno e del desiderio, come invece avveniva in 1, 1; 1, 5, 19-36; 1, 10.

Che conclusioni trarre dunque dall’analisi fin qui condotta? Ovvero: qual è realmente, nelle elegie in cui ricorre il tema del vagheggiamento della vita rurale, il rapporto tra l’ io poetico e questo scenario, considerato così spesso come il fulcro delle simbologie spaziali nella poesia tibulliana?

Abbiamo visto come tale tema difetti del tutto alla maggior parte delle elegie del primo e del secondo libro di tema erotico, appartengano esse al ciclo di Delia (1, 2; 1, 6) o di Nemesi (2, 3; 2, 4; 2, 6), senza contare tutte le elegie del ciclo di Marato (1, 4; 1, 8; 1, 9), e le elegie per i compleanni di Messalla e di Cornuto (1, 7; 2, 2) 145 .

Nondimeno, l’obiettivo  primario dell’analisi fin qui condotta è consistito nel mostrare come, nonostante alcune delle elegie in cui appare il motivo dell’ eden agreste ricevano un particolare rilievo dalla loro posizione all’interno dell’ arrangement dei libri (si pensi a 1, 1; 1, 10 e 2, 1), in generale nelle rappresentazioni dell’altrove spaziale della campagna – che spesso è peraltro anche un altrove temporale (il remoto passato dell’umanità, o anche un indefinito futuro) – è rintracciabile un certo grado di ‘straniamento’, creato dal posizionarsi dell’ io poetico, o dal succedersi di una serie di suoi diversi posizionamenti.

Uno sguardo retrospettivo alle elegie esaminate chiarirà meglio il significato di una tale  affermazione: in Tib. 1, 1 la voce poetica (per brevità, potremo dire ‘Tibullo’) si presenta dapprima ‘dentro’ uno scenario campestre, caratterizzato però da una serie di ‘segnali di irrealtà’, ma al v. 55 il me incipitario rimanda ad un ‘altro’ Tibullo, nel pieno delle sue funzioni di amante ‘urbano’, ovvero di exclusus amator . Da qui l’incongruenza tra le due sezioni dell’elegia (la prima ‘bucolico-georgica’, la seconda ‘elegiaca’) che ha tenuto banco nel dibattito critico, incongruenza che sostanzialmente risiede nella ‘prospettiva’ da cui l’amante urbano della seconda guarda ad un diverso se stesso, nella sfera del sogno. In 1, 3, un Tibullo partito da Roma, e che a Roma desidera tornare, descrive dall’esterno’, ovvero dalla Feacia in cui giace malato, la vita bucolica beata menata nell’età di Saturno, lontana nel tempo e nello spazio 146 . In 1, 5, poi, l’elegia del discidium , in una cornice chiaramente urbana il sogno campestre mostra, racchiuso entro la doppia ricorrenza di fingebam (vv. 20 e 35), il suo statuto di spazio differente rispetto ad un più ‘vicino’ piano di realtà 147 . Da 1, 10 è assente il tema erotico: nei diversi pannelli che in vario modo esprimono il vagheggiamento del mondo dei campi la persona poetica ‘entra’ solo ai vv. 26-28, e, ancora una volta, in un futuro concepito come fuga da un tremendo presente su cui si stende l’ombra della guerra 148 . Come abbiamo visto, il grado di maggiore identificazione dell’ io poetico con il mondo della campagna è raggiunto in 2, 1. Ma ancora una volta, come anche in 1, 3 e in 1, 10, i rura non rappresentano il fondale della storia d’amore con Delia: non compare nessun riferimento al tema dell’amore elegiaco fino a quando, attraverso la menzione del mansueto Cupido delle antiche campagne, non si profila inaspettatamente un topico quadro di amore elegiaco urbano (vv. 71-80), quadro dietro il quale non sarà illecito sospettare un rimando allusivo alla persona poetica del Tibullo ‘cittadino’. In 2, 5, infine, il mondo dei campi è ancora tinteggiato con i colori della nostalgia e del desiderio, né mancano in esso suggestioni erotiche (vv. 33-38 e 101-104), tuttavia i rura non stanno affatto in rapporto diretto con l’ io poetico: essi si identificano dapprima con un luogo e un tempo precisi, quelli del sito di Roma prima di Roma (vv. 23-48), venendo pertanto proiettati in un futuro indefinito (vv. 83-104). Eppure la realtà ‘presente’ di Tibullo, catterizzata dalla ‘violenza’ di Cupido in relazione a Nemesi, non manca in 2, 5: al v. 109 essa compare, peraltro   in diretta contrapposizione con lo spazio dei rura , caratterizzato dal Cupido ‘inerme’ 149 .
Ne risulta, spero, abbastanza dimostrata la tesi che la campagna nella poesia tibulliana ha sempre il ruolo di un ‘altro’ spaziale rispetto ad una collocazione diversa dell’ io poetico. Il suo vagheggiamento sembra, per così dire, nascere in opposizione ad una realtà ben più dolorosa, nella quale si posiziona invece la persona poetica 150 .

Premesso dunque che la campagna tibulliana è comunque uno spazio ‘lontano’, anche solo della distanza che separa i sogni dalla realtà, bisognerà porre ora nuove domande ai testi già esaminati, chiedendosi quale sia da considerarsi lo spazio ‘vicino’, ovvero il piano di realtà contrapposto a quello bucolico-georgico, lo spazio ‘reale’ da cui si misura la distanza di quel sogno.

Anticiperemo subito che a nostro avviso le coordinate spaziali in cui la voce poetica sembra effettivamente collocarsi si articolano sostanzialmente a) nello spazio della città, sede della storia d’amore ‘elegiaca’ (vd. infra , 3.2.3), e b) nello spazio della guerra, ovvero nella lontananza forzata imposta dall’adesione ad uno stile di vita ‘anti-elegiaco’ ( infra , 3.2.4). A ciascuno di essi sarà dedicata nei prossimi due paragrafi una specifica trattazione.

3.2.3 Lo spazio della città

Si è già accennato al fatto che un certo numero di elegie tibulliane prescelgono la città quale scenario, per così dire, standard della vicenda amorosa, osservando le convenzioni previste dal genere (dal genere comico prima ancora che da quello elegiaco). In poesie per Delia come Tib. 1, 2 e 1, 6, o per Nemesi, come 2, 4 e 2, 6, come in tutte le elegie per Marato (1, 4; 1, 8 e 1, 9), il posizionamento dell’ io poetico e della sua vicenda amorosa dentro lo spazio della città è legato al ricorrere di una serie di fondali topici – primo fra tutti il παρακλαυσίθυρον – oltre che da precisi rimandi ad uno scenario urbano fatto di vie e templi, tanto quanto dei costumi e dei riti della ‘società galante’ cittadina .

Tuttavia, anche un’elegia come 1, 5, in cui pure compare una delle formulazioni tibulliane del sogno agreste, è praticamente tutta ambientata sullo sfondo della città di Roma, la Roma sede dei riti per Trivia , dea ‘oscura’ venerata ai crocicchi delle strade , e soprattutto la Roma ambito esclusivo d’azione, secondo una precisa tradizione letteraria che affonda le sue radici nella commedia, del dives amator e della lena presenti ai vv. 47-48 del nostro testo. Solo nello scenario delle affollate vie della capitale (v. 63: in angusto... agmine turbae ) ha senso la profferta tibulliana di sé, in quanto amante pauper , insomma anti- dives amator , come servo accompagnatore ai vv. 61-66. Un servo disposto anche a farsi mezzana a sua volta, accompagnando la domina ... da altri amanti! Ai vv. 67-68, anzi, con nostra sorpresa appuriamo che per l’intera elegia la voce narrante si era collocata idealmente davanti alla ianua di Delia, e che abbiamo letto, per quasi settanta versi, un vero e proprio παρακλαυσίθυρον . Ai versi seguenti, peraltro, troveremo un terzo incomodo, il prossimo nella lista degli amanti della liberta fedifraga, aggirarsi davanti a quella stessa porta, intento a vagare pure lui irrequieto per le strade della città.

Così avviene anche in Tib. 1, 1, dal v. 55 in poi (e almeno fino al v. 74), ovvero in quella sezione dell’elegia che non presenta ‘marcatori di irrealtà’, si era dipanata con la massima naturalezza su uno sfondo urbano, con tanto di παρακλαυσίθυρον (vv. 55-56, ma si vedano anche i riferimenti comastici dei vv. 73-74), di inertia (v. 58: quanto siamo lontani dal progettato lavoro nei campi!) e persino di funerale, con concorso di popolo (vv. 65-66).

Ora, alla fine del paragrafo precedente ci chiedevamo da che punto di osservazione l’ io poetico dipingesse i suoi sogni georgici: da cosa Tibullo fuggisse. Una prima risposta viene da Tib. 1, 5 : qui è dall’asprezza dell’amore elegiaco, un amore fatto anche di tradimenti e bassezze morali da parte della donna venale, e legato a personaggi e convenzioni tradizionalmente urbani, che scaturisce il desiderio di evadere in un altrove, una utopia non-urbana in cui rifondare l’esperienza amorosa su basi nuove 151 .

Il rus di Tibullo dunque, non è nella sua essenza diverso da quello di Teocrito e dei poeti ellenistici dell’ Anthologia Palatina , di cui ci siamo occupati nel paragrafo 1.1.3: una campagna ‘costruita’ mutando di segno i caratteri negativi della città, e vista con gli occhi del cittadino.

La campagna tibulliana non si costruisce, in Tib. 1, 1, solo tramite la negazione della brama di ricchezze, all’attività ambiziosa che costituisce il motore della metropoli, bensì anche – in modo più sottile e però non meno evidente – attraverso un’altra assenza: mancano da essa le durae fores dietro cui si è lasciati, le pene d’amore che fanno vagheggiare la propria morte come occasione per sperimentare che il cuore della donna non è duro ferro 152 .

Si obietterà che nessun legame diretto riannoda i due mondi in Tib. 1, 1, quello dei campi e quello della città, lasciandoci di fronte alla contraddizione tra due personae poetiche, due discorsi amorosi incongruenti. Purnondimeno non possiamo ignorare che Tib. 1, 5 ‘risponde’ a Tib. 1, 1, e che nella quinta elegia del libro il legame esiste, ed è dolorosamente chiaro: la campagna non aveva rappresentato soltanto l’ipotesi di uno spazio in cui la vita non conoscesse ansia ed ambizione, ma soprattutto la possibilità di un luogo in cui l’amore ignorasse il tormento. Ipotesi che vive nel brevissimo intervallo tra la prima e la quinta elegia del primo libro: dopo Tib. 1, 5 Tibullo e la sua donna (adesso non più Delia, ma Nemesi) non abiteranno più insieme , da amanti, lo spazio non-urbano dell’evasione – neanche nel desiderio.

Come abbiamo visto, in 2, 1 Tibullo ‘entra’ in scena tramite la persona del celebrante del rito rustico, in quello spazio, ma con uno statuto ben particolare. Quando in Tib. 2, 1, 67-82 il testo lascia intravvedere nei modi più sfuggenti la figura di un irenico Amor delle campagne, e al v. 80 si invidia il felix nei confronti del quale placidus leniter adflat Amor , il poeta sembra estraneo a quella quieta felicità. Se consideriamo il contrasto con l’amante ‘urbano’ descritto nei versi precedenti, quell’amante cui il Tibullo delle altre elegie somiglia tanto, tutto sommato i contadini - alla cui festa il dio è invitato perché riponga frecce e fiaccole (vv. 81-82) - sembrano avere maggiori   chances per accedere a quella condizione beata.

In Tib. 2, 5, poi, i due mondi si rivelano del tutto separati. Tibullo non partecipa più, neanche come sacerdote, alle feste dei contadini: da una parte, la puella dei vv. 35-38 nella Roma pre-romulea, e lo iuvenis dei vv. 101-104 nella preconizzata età felice rurale amano guidati dall’ ars bona dell’ inermis Amor 153 ; dall’altra, l’ io poetico ‘giace’ malato d’amore per Nemesi (vv. 109-112) 154 nella realtà quotidiana.

3.2.4 Lo spazio della guerra

Non è però solo la città, il luogo dell’amore infelice, lo spazio ‘presente’ da cui muove la fuga tibulliana verso l’‘altrove’. Già in Tib. 1, 1 possiamo rinvenire una seconda dualità spaziale, non meno esplicita di quella finora evidenziata, che assume a nostro vedere un ruolo molto importante nell’architettura delle simbologie spaziali tibulliane, riguardando anche elegie come 1, 2; 1, 3; 1, 10 e, in certo modo, 2, 1: come già anticipato, la rêverie georgico-bucolica può essere generata anche in relazione allo spazio della guerra , con le sue dolorose lontananze, la sua longa via 155 .

Già in Tib. 1, 1, 25-28, al centro della sezione ‘georgica’ dell’elegia, il poeta offriva infatti un primo chiaro ‘segnale di prospettiva’:

Iam modo iam possim contentus vivere parvo

    nec semper longae deditus esse viae,

sed Canis aestivos ortus vitare sub umbra

    arboris ad rivos praetereuntis aquae.

 

Questi versi creano un contrasto tra quella che l’ io poetico dichiara essere la propria, usuale condizione (l’essere sempre dedito alla longa via ), e la vita che desidera, per reazione a quella. Per esorcizzare l’idea di un Tibullo che colleghi la propria identità (poetica) ai continui viaggi - molto probabilmente alle campagne militari 156 - non è mancato chi abbia relegato queste ultime nel passato del poeta 157 . In questo senso, merita di essere riportata la secca replica di Hanslik: “Perché, nonostante questi versi, si dica abbastanza generalmente che l’elegia sia stata scritta a Roma, dopo una campagna militare; perché dietro questi versi debba stare ‘lo sgradevolissimo ricordo da parte del poeta di campagne militari cui ha partecipato’, resta per me inspiegabile. Qui io vedo piuttosto la cruda realtà dell’occasione da cui il componimento scaturisce in Tibullo, con il suo vagheggiamento della vita del piccolo proprietario terriero” 158 . Eppure la conclusione dello studioso, subito dopo (“I 1 può essere stata scritta solo durante la spedizione di Messalla in Aquitania”) a nostro parere va rimeditata, in quanto si basa su quello stesso approccio ‘biografico’ alla poesia tibulliana che tanto ha fatto discutere sul luogo di composizione di Tib. 1, 1 e sul suo setting , ovvero sul posizionamento della voce poetica, quasi si trattasse dell’identico problema.
Nel caso specifico di Tib 1, 1, i tentativi di ‘ancorare’ biograficamente l’elegia si scontrano anche con la mancanza di chiare indicazioni in tal senso all’interno del testo, come sostiene il commento di Murgatroyd: “In 1, 1 sembra che venga esercitata su Tibullo una certa pressione, probabilmente da parte di Messalla, perché parta per un’altra campagna militare (vd. 25-26 e nota, 53 ss.), ma egli rifiuta l’idea [...]. Sarebbe anche opportuno segnalare che non ci sono prove stringenti a supporto delle varie teorie (si vedano ad es. Dissen, Ramsay, Hanslik) su quale sia la campagna particolare cui Tibullo si rifiuta qui di partecipare. Né è del tutto certa l’ambientazione dell’elegia, per quanto mi paia che si tratti con ogni probabilità della tenuta di Tibullo ( hic ( ego ), piuttosto che illic , al v. 35). L’affermazione secondo cui i vv. 55 s. dimostrerebbero che Tibullo si trovi a Roma sembra basata su un’interpretazione piuttosto letteralistica dell’immaginario, mentre il suggerimento che Tibullo sta scrivendo mentre si trova in una campagna militare (sulla base di 26 e 75 sg.) appare improbabile, in relazione a 55 s.” 159 .

Tali annotazioni suonano del tutto condivisibili, inclusa quella contro l’ipotesi per cui  “Tibullo si trova a Roma”: chi sarebbe, infatti, il ‘Tibullo’ in questione? L’autore, nel momento della composizione del testo (ma: della sua prima composizione, o delle sue revisioni?), o il personaggio, presupponendo dunque che in tutta l’elegia sia individuabile un’unica persona poetica, collocata in un coerente ed unitario quadro spaziale?

Rispetto alla semplicistica ricerca dell’‘ambientazione’ dell’elegia, tutt’altro genere di  impostazione intendeva perseguire l’argomentazione condotta nel paragrafo precedente, quando, partendo dall’idea della complessa e anche contraddittoria pluralità delle personae poetiche, abbiamo esaminato le diverse coordinate spaziali che si delineano nelle varie sezioni del componimento, ed ho cercato di evidenziare un posizionamento ‘urbano’ dell’ io poetico in uno dei piani della rappresentazione, ed anche, su un altro piano, connotato come irreale, un posizionamento ‘rustico’, giustapposto e forse anche contrapposto a quello.

Fatte queste precisazioni metodologiche, si può comunque mettere a frutto un’intuizione essenziale degli studiosi suddetti. Come giustamente puntualizzato da Hanslik, nella  prima elegia di Tibullo il mondo irreale delle campagne è contrapposto ad uno spazio della guerra rappresentato non come appartenente al passato, ma con gli accenti della “cruda realtà”, nel suo ‘presente’ poetico. Riassumendo, con Murgatroyd: “L’ideale di Tibullo costituisce una modificazione della sua situazione attuale” 160 .

Nell’intricata trama delle simbologie spaziali di Tib. 1, 1  ecco dunque aprirsi una terza dimensione: da una parte, abbiamo visto, lo spazio sognato dei rura , in cui l’ io poetico proietta un altro sé; dall’altra, quello della città, all’interno del quale questo si colloca, invece, con la massima naturalezza. Terzo, va aggiunto, lo spazio della lontananza, le longae viae , contrapposto anch’esso, anche più direttamente, all’evasione georgica.

Prima di continuare su questa traccia interpretativa, sarà però opportuno tornare con maggior attenzione sul significato della metafora stessa delle viae : se questa implichi prioritariamente l’idea delle campagne militari ovvero dello spazio della guerra, o parimenti anche quella della mercatura, è questione che merita ulteriori riflessioni.

Nella variegata caratterizzazione dell’ alius , del bersaglio della polemica sugli stili di vita, si alternano e si confondono numerose forme di attività: in Tib. 1, 1, 1-4 è chiaramente ombreggiata la proprietà agraria latifondistica, mentre ai vv. 49-52 ci imbattiamo in un quadro più complesso (Tib. 1, 1, 49-56):

Hoc mihi contingat. sit dives iure, furorem

    qui maris et tristes ferre potest pluvias.

o quantum est auri pereat potiusque smaragdi,

    quam fleat ob nostras ulla puella vias.

te bellare decet terra, Messalla, marique,

    ut domus hostiles praeferat exuvias;

me retinent vinctum formosae vincla puellae,

    et sedeo duras ianitor ante fores.

 

Dietro la ricerca di oro e smeraldi (vv. 49-52), a primo acchito, si sarebbe portati a scorgere il commercio d’oltremare, ma si rimarrebbe delusi di fronte alle certezze esibite in tono perentorio da Smith: “In questo modo, ovviamente ( scil. attraverso l’espressione auri... smaragdi ), si suggerisce l’idea di una campagna orientale, e siamo così preparati al distico seguente. Questi accenni preliminari sono caratteristici di Tibullo” 161 . Al di là del riferimento biografico ad una precisa campagna, e magari alla stessa campagna di Tib. 1, 3, che non mi sentirei di avallare, non si può fare a meno di sospettare che le viae del v. 52 debbano intrattenere qualche rapporto con il bellare del verso successivo. Del resto, nei versi finali dell’elegia (Tib. 1, 1, 75-78) la guerra è presentata come una faccenda interna tra uomini avidi:

Hic ego dux milesque bonus: vos, signa tubaeque,

    ite procul, cupidis volnera ferte viris,

ferte et opes: ego conposito securus acervo

    despiciam dites despiciamque famem.

 

La connessione tra mentalità crematistica e guerra non si trasforma in identificazione tout court : da una parte, come abbiamo visto, è possibile perdere il sonno anche solo per i multa iugera di terreno posseduto, sicché la guerra non è il solo modo per far quattrini; dall’altra, esiste un modo di andare in guerra che è (presentato come) estraneo alla mentalità crematistica, ed è quello di Messalla 162 . Tuttavia, si riconoscerà come all’interno della ‘tendenza al movimento’, alla ricerca di ricchezze in spazi esterni, cui Tibullo contrappone la propria scelta statica, legata a spazi ‘interni’ e rassicuranti 163 , il riferimento alla guerra resti predominante, il che varrà tanto per le viae citate al v. 52 quanto, probabilmente, per le longae viae presenti al v. 26, ambedue, si badi, collegate direttamente all’ io elegiaco.
Possiamo ora tornare a quella ‘terza dimensione’ della struttura spaziale di Tib. 1, 1, costituita, come si diceva poc’anzi, dal viaggio. Giustamente Perrelli annota come questo rappresenti “l’ ethos antielegiaco”, ma non solo per il suo peculiare legame con il mondo militare: “Che il lungo viaggio abbia una meta bellica o sapienziale” (il riferimento è al viaggio per Atene di Prop. 3, 21, 1-2) “esso è comunque estraneo al mondo erotico elegiaco” 164 . L’immagine del viaggio quale elemento anti-elegiaco costituirà appunto uno dei temi portanti del presente lavoro. Ora, la sua declinazione in Tib. 1, 1 (e, come vedremo, non solo qui) sembra essere specificamente, anche se non esclusivamente, quella bellica – che include in sé, nella prospettiva della praeda , un’ottica crematistica 165 . Così stando le cose, il sistema di opposizioni spaziali significative nella prima elegia di Tibullo risulta ulteriormente complicato.

In primo luogo, l’intera struttura dell’elegia, come abbiamo visto, sottende un dualismo tra la dura realtà cittadina dell’amante elegiaco e il sogno d’un ‘altro’ amore, in un contesto georgico-bucolico, che scaturisce dal rovesciamento di quello. Rileggendo poi i vv. 25-28, ci siamo accorti come, in modo anche più evidente, la dimensione rurale sia generata dal bisogno di ‘esorcizzare’ la realtà della longa via , della guerra. Una seconda opposizione, dunque, cui però bisognerà aggiungerne, quasi circolarmente, una terza.

Infatti, i già riportati vv. 49-56 contrappongono inequivocabilmente le viae – per cui Tibullo dice di non essere disposto a far piangere la propria donna – non più al mondo dei campi, ma alla ‘quotidianità’ urbana dell’amante. Tibullo rifiuta di partire, come Messalla, per continue campagne militari, dichiarandosi imprigionato dai vincla dell’amore dietro la porta dell’amata, alla stregua di uno schiavo ianitor , e anzi auspicando per sé, nei versi seguenti, una vita siffatta.

Da una tale analisi emerge dunque per l’elegia 1, 1 una dinamica che coinvolge tre dimensioni. Sullo sfondo sta la dimensione urbana. Condizione-base dell’amore elegiaco, pienamente interna alle condizioni del genere, la ritroveremo nella maggior parte delle elegie tibulliane – oltre che, naturalmente, negli altri elegiaci. Con essa convive una seconda dimensione, ‘anti-elegiaca’, ma anch’essa presentata come appartenente alla ‘realtà’ dell’ io elegiaco: la longa via.

Come estrema reazione alla minaccia di questo spazio ‘esterno’ verso la liaison amorosa – minaccia, si badi, non legata al passato o al futuro, ma costituente parte integrante della condizione dell’ io poetico –, questi costruisce un ulteriore spazio, una dimensione georgico-bucolica caratterizzata strutturalmente dal ricorrere di spazi ‘interni’ (la parva seges , e successivamente lo spazio ‘privato’ della camera da letto in cui stare al riparo dalla tempesta) 166 , sotto l’aspetto erotico dal mutamento di segno dei caratteri ‘tormentosi’ dell’amore ‘cittadino’ elegiaco, ed in generale dalla negazione dell’etica crematistica e dell’attività ambiziosa.

Come già anticipato, Tib. 1, 1 non rappresenta l’unica elegia in cui la dimensione idillica della campagna idealizzata venga ‘generata’ come una risposta diretta alla dimensione del viaggio, e specificamente della guerra. Intermini ridotti, è quanto succede nel già citato passaggio di Tib. 1, 2, 67-80, che converrà qui riportare per intero:

Ferreus ille fuit, qui, te cum posset habere,

    maluerit praedas stultus et arma sequi.

ille licet Cilicum victas agat ante catervas,

    ponat et in capto Martia castra solo,

totus et argento contextus, totus et auro

    insideat celeri conspiciendus equo,

ipse boves mea si tecum modo Delia possim

    iungere et in solito pascere monte pecus,

et te, dum liceat, teneris retinere lacertis,

    mollis et inculta sit mihi somnus humo.

quid Tyrio recubare toro sine amore secundo

    prodest, cum fletu nox vigilanda venit?

nam neque tum plumae nec stragula picta soporem

    nec sonitus placidae ducere posset aquae.

 

Qui la connessione tra guerra ed arricchimento è evidente, ed anzi prevale l’aspetto della polemica di ascendenza diatribica contro le ricchezze portatrici di ansia 167 . Eppure non manca un preciso riferimento alle simbologie spaziali legate alla guerra: praedas... et arma sequi . Le campagne militari implicano sempre un allontamento dalla donna. L’ io di Tibullo, ben integrato in tutto il resto dell’elegia nel suo contesto urbano, di fronte al movimento centrifugo dell’imprecisato ferreus presuppone un movimento di direzione opposta. Lo spazio della città è il luogo dell’amore: l’avido ne fuoriesce ponendosi di fatto al di fuori della relazione erotica, nello spazio ‘lontano’ della guerra; la persona di Tibullo prefigura invece una fuga ‘verso l’interno’, ovvero verso un appartato mondo rupestre, in cui c’è posto solo per i due amanti 168 .
La medesima struttura spaziale è rinvenibile, sostanzialmente, in Tib. 1, 3: in poche elegie come in questa il tema del viaggio si mostra così chiaramente come vero e proprio ‘tabù’ elegiaco, portando con sé immagini di discidium, di malattia, di morte. Inutile ripetere qui i risultati delle numerose letture del componimento, e in particolare la querelle sulla sua ascendenza odissiaca169: le domande che porremo al testo in quesa sede non riguarderanno primariamente i rapporti del testo con i suoi ipotesti, bensì l’articolazione, al suo interno, delle simbologie spaziali, ed i significati che essi veicolano.
L’articolata dinamica interna del componimento si gioca intorno al dualismo di fondo tra lo spazio ‘anti-elegiaco’ della guerra e le sue controparti 170 .
La partenza dell’ io poetico ha costituito un’infrazione all’etica erotica, che si colora di risonanze sacrali. I riti divinatori di Delia (vv. 11-14) hanno dato esito positivo, ma gli omina infausti (vv. 15-20) non sono solo pretesti (v. 17: sum causatus ) inventati dal poeta: di fatto, al fondo sta una sostanziale infrazione dell’etica erotica. Per il sistema dei segni augurali il buon esito del viaggio è costituito dal fatto che il viaggiatore faccia ritorno; in questo senso essi sono positivi, eppure non sembrano avere alcun effetto sulla puella (vv. 13-14: Cuncta dabant reditus: tamen est deterrita numquam, / quin fleret nostras respiceretque vias ) 171 . L’amore elegiaco conosce altri codici: per esso non esistono viae fauste, ma solo viae , ovvero sacrilegi verso Amor (vv. 21-22: Audeat invito ne quis discedere Amore, / aut sciat egressum se prohibente deo ).
Nonostante l’invocazione ad altre divinità per essere salvato (Iside, dea comunque connessa strettamente alla figura di Delia, ai vv. 23-32, e Giove ai vv. 51-54) 172 , la condizione dolorosa di Tibullo sembra dovuta, come quella di Odisseo, all’offesa verso un dio preciso, in questo caso Amor 173 . Se un testo poetico fosse tenuto alla più rigida coerenza concettuale, ci si potrebbe dunque stupire che più avanti sia la madre di Amor , Venere, a condurre il poeta nei Campi Elisi, una sorta di paradiso degli amanti (v. 65), proprio in virtù della sua docilità al proprio nume (vv. 57-58: Sed me, quod facilis tenero sum semper Amori, / ipsa Venus campos ducet in Elysios ). Più avanti, anche il Tartaro è presentato in qualche misura sub specie amatoria : le Danaidi vi sono confinate perché hanno offeso Veneris... numina (v. 59), mentre l’ io poetico, che pure ha confessato di aver compiuto la stessa colpa, augura la simile punizione non a se stesso, bensì a chi l’ha indotto a peccare contro Amor (vv. 81-82):

Illic sit, quicumque meos violavit amores,

    optavit lentas et mihi militias.

 

Tanto sia detto solo per precisare come anche l’immaginazione dell’Elisio e del Tartaro derivi direttamente dalla violazione ‘spaziale’ dei confini chiusi del mondo amatorio elegiaco, come già prima – nulla di nuovo, per noi – era avvenuto per il quadro di tono bucolico dell’età di Saturno (vv. 35-48).

In verità, in poche occasioni come in Tib. 1, 3 è così chiaro che lo spazio della campagna sia generato direttamente come ‘risposta’ alla dimensione negativa del viaggio, sin dalla sua prima introduzione (Tib. 1, 3, 35-36):

Quam bene Saturno vivebant rege, priusquam

    tellus in longas est patefacta vias!

nondum caeruleas pinus contempserat undas,

    effusum ventis praebueratque sinum,

nec vagus ignotis repetens conpendia terris

    presserat externa navita merce ratem.

illo non validus subiit iuga tempore taurus,

    non domito frenos ore momordit equus,

non domus ulla fores habuit, non fixus in agris,

    qui regeret certis finibus arva, lapis.

ipsae mella dabant quercus, ultroque ferebant

    obvia securis ubera lactis oves.

non acies, non ira fuit, non bella, nec ensem

    inmiti saevus duxerat arte faber.

nunc Iove sub domino caedes et vulnera semper,

    nunc mare, nunc leti mille repente viae.

 

L’età felice ha tutti i caratteri di un’età dell’oro ‘a-culturale’ e bucolica: ne è assente l’agricoltura, e la natura vi offre spontaneamente i suoi frutti. Ma al centro della sua rappresentazione sta l’affermazione che lo spazio non aveva ancora assunto la dimensione ‘dilatata’ (v. 36: tellus... est patefacta ) legata alle longae viae . La portata di questa ‘riduzione di scala’ è enorme (vv. 37-44): nessuna ‘profanazione’ del mare attraverso la navigazione (vv. 37-38) 174 , niente commercio (vv. 39-40), né guerra (vv. 47-48) 175 .

In diretta antitesi (si veda la triplice anafora di nunc ai vv. 49-50) sta l’età presente, caratterizzata da tre elementi: caedes et vulnera , ovvero la guerra; mare , antonomasia del viaggio verso luoghi lontani; e la loro efficacissima sintesi poetica, l’immagine delle leti... viae . Non si sarebbe potuto identificare in modo più icastico la dimensione rappresentata dalle longae viae con lo spazio della morte.

Alla fine dell’ iter la ‘morte’ di Tibullo, sancita sul piano letterario dall’autoepitafio contenuto nei vv. 55-56 dell’elegia, il cui il perno è rappresentato una volta di più da l motivo del viaggio: Hic iacet inmiti consumptus morte Tibullus, / Messallam terra dum sequiturque mari . Ma, ancora più avanti, un’ulteriore contrapposizione (v. 57: sed ) proietta nel futuro di Tibullo un altro spazio, speculare al quadro dell’età di Saturno: i Campi Elisi. Il segno più evidente della corrispondenza tra questo pannello e il precedente mondo bucolico di Saturno è costituito, oltre che dalla comune ambientazione agreste, dall’automatismo della produzione da parte della natura (vv. 61-62). I proelia amorosi costituiscono poi un tratto ricorrente nei quadri rurali tibulliani: si vedano Tib. 1, 10, 53-66; 2, 5, 101-104, e anche, nel contesto spaziale ‘canonico’, Tib. 1, 6, 73-74 176 .
In tale sequela di continui rovesciamenti dei piani spaziali, giunge per ultimo il quadro del Tartaro, la cui topicità, come giustamente ha rilevato Cilliers, dovrebbe scoraggiare gli interpreti da interpretazioni eccessivamente cerebrali o sottili 177 . Con un certo margine di audacia, intenderemmo qui proporre una breve riflessione al riguardo: nel quadro della continua presenza del sema riguardante il mare nella caratterizzazione del viaggio all’interno dell’elegia 178 , potrà nascere il sospetto che non sia casuale la presenza nella rappresentazione del Tartaro dell’elemento acquatico – del tutto assente da quella dei Campi Elisi (Tib. 1, 3, 67-80):

At scelerata iacet sedes in nocte profunda

    abdita, quam circum flumina nigra sonant:

Tisiphoneque inpexa feros pro crinibus angues

    saevit, et huc illuc inpia turba fugit.

tum niger in porta serpentum Cerberus ore

    stridet et aeratas excubat ante fores.

illic Iunonem temptare Ixionis ausi

    versantur celeri noxia membra rota,

porrectusque novem Tityos per iugera terrae

    adsiduas atro viscere pascit aves.

tantalus est illic, et circum stagna, sed acrem

    iam iam poturi deserit unda sitim,

et Danai proles, Veneris quod numina laesit,

    in cava Lethaeas dolia portat aquas.

 

Non stupisce ritrovare nella scena del Tartaro il tratto dell’oscurità (v. 67: in nocte profunda ; v. 68: flumina nigra ; v. 71: niger... Cerberus ; v. 76: atro viscere ), già connesso all’idea della morte nell’attacco dell’elegia (vv. 4-5: Mors... nigra... / Mors atra ), ma sarà forse più interessante notare come, mentre gli Elisi conoscevano solo lo spensierato vagare dei danzatori (v. 59), la scena infera sia invece dominata un affannoso, continuo movimento (vv. 69-70: Tisiphoneque... / saevit et huc illuc inpia turba fugit ; vv. 73-74: Ixionis... / versantur celeri noxia membra rota ; vv. 77-78: … acrem / iam iam poturi deserit unda sitim ; vv. 79-80: Danai proles... / in cava Lethaeas dolia portat aquas )  e da segni che rimandano all’elemento mobile per antonomasia, l’acqua (vv. 67-68: sedes... / abdita, quam circum flumina nigra sonant ; vv. 77-78: … Tantalus est illic, et circum stagna / ...unda... ; vv. 79-80, già citati).

Riteniamo di poter concludere in generale, sull’elegia 1, 3, ripartendo dalla peculiare struttura chiastica di corrispondenze tra le sezioni dell’elegia individuata da Hanslik 179 :

 

 

( a ) vv. 1-8

Situazione iniziale e invocazione alla Mors

( b ) vv. 9-34

Partenza (‘colpa’) e invocazione di Iside (passato prossimo)

( c ) vv. 35-48

Felicità nel passato remoto dell’età dell’oro

( d ) vv. 49-56

Invocazione di Giove e morte di Tibullo

( e ) vv. 57-66

Vita degli amanti nell’Elisio

( f ) vv. 67-82

Vita dei sacrileghi nel Tartaro

( g ) vv. 83-94

Immaginario ritorno di Tibullo alla vita con Delia

 

per rilevare come in essa sia anche rinvenibile un pattern binario di alternanze spaziali. Il gioco di specchi viene innescato dall’enunciazione del tema del viaggio, collegato con quello della malattia e della morte ( a-b ); questo genera, per contrasto, la sua antitesi, il mondo bucolico dell’età di Saturno, privo di viae ( c ); da qui, un brusco salto temporale verso il presente, che è anche un ritorno allo spazio della guerra e della morte ( d ); anche da questo scaturisce però l’evasione verso uno spazio – stavolta ultraterreno – dai caratteri bucolici ( e ); in ( f ), un nuovo rovesciamento ci conduce dai Campi Elisi nel Tartaro, luogo che coniuga il lato ‘oscuro’ della morte a caratteri di frenetica dinamicità, e infine con ( g ) il ritorno immaginato di Tibullo da Delia conclude il movimento pendolare delle sezioni dell’elegia, non più però nella direzione di una utopia anti-urbana, bensì facendo tornare la persona elegiaca nello spazio ‘normale’ della liaison amorosa, realizzando un evidente effetto di Ringkomposition rispetto a ( b ).

Se in Tib. 1, 3 la dimensione ‘allargata’ costituita dallo spazio delle campagne militari minaccia insieme tanto la vita dell’ io poetico quanto la relazione con Delia, e anzi la malattia è una sorta di espiazione del ‘peccato’ contro la potenza di Amor , dalla terza elegia ‘della guerra’, Tib. 1, 10 il tema erotico ‘soggettivo’ manca del tutto 180 . Lo schema delle opposizioni spaziali, anche qui binario, ne viene ulteriormente semplificato: assente lo spazio cittadino dell’amore elegiaco, a confrontarsi restano soltanto lo spazio della guerra e della morte e quello dei campi.

Alla rappresentazione della prima dimensione sottrae qualcosa in vividezza il tono gnomico del componimento, eppure già al v. 4 compare la metafora (già incontrata in Tib. 1, 3, 50) delle ‘vie della morte’ (Tib. 1, 10, 4: Tum brevior dirae mortis aperta via est ), rovesciata poi nell’immagine della morte stessa che cammina comunque verso l’uomo, e che la follia bellica addirittura ‘convoca’, fa affrettare (vv. 33-34; Q uis furor est atram bellis accersere mortem? / inminet et tacito clam venit illa pede ).

In contrasto con la staticità dei quadri bucolici (per cui si vedano passaggi come vv. 9-10: …somnumque petebat / securus sparsas dux gregis inter oves o vv. 39-40: Quam potius laudandus hic est, quem prole parata / occupat in parva pigra senecta casa ), la natura violentemente ‘dinamica’ della dimensione bellica di fatto trova piena espressione solo nella immagine ‘forte’ di Tib. 1, 10, 13: Nunc ad bella trahor 181 .
Identico risulta lo schema di fondo, però, ragion per cui la fantasia bucolica scaturisce dal rovesciamento diretto di una dura realtà costituita dal movimento centripeto della campagna militare: spazio rurale e spazio militare si costruiscono l’uno in diretta relazione con l’altro 182 , finché l’ipotesi di una dea Pax come πρῶτος εὐρητής dell’agricoltura (Tib. 1, 10, 45-48) e la sua epifania finale nelle vesti altrimenti proprie di Cerere (vv. 67-68) non consacreranno anche iconicamente il ruolo del mondo dei campi come risposta poetica allo spazio inquietante della guerra.
La dualità qui esaminata tra la dimensione della campagna idillica e quella del viaggio e della guerra ricopre, secondo un’intuizione sviluppata da David Bright, un ruolo peculiare nell’elegia vertente sul sacerdozio di Messalino: la raffigurazione del sito di Roma prima della fondazione in Tib. 2, 5, 23-38 e la profezia su Enea, con l’appendice costituita dal riferimento alle guerre civili, “sono messi intenzionalmente in contrasto: l’innocenza della vita pastorale nel luogo in cui sorgerà Roma, e la sequenza di eventi sanguinosi preconizzata dalla Sibilla” 183 . L’età dell’oro viene distrutta dall’arrivo di Enea, che col suo viaggio fa irrompere la storia in quel mondo fuori dal tempo, e alla perfezione dell’utopia agreste sovrappone un quadro di guerra e distruzione, che culminerà nella contemporaneità della crisi della Repubblica adombrata nei belli mala signa dei vv. 67-78 184 .
Nelle ultime parole della Sibilla, lo spazio in espansione dell’impero romano giunge, dietro l’impulso primo del ‘mobile’ Enea, a sovrapporsi completamente a quello della campagna/Cerere (Tib. 2, 5, 55-62) 185 :

Carpite nunc, tauri, de septem montibus herbas,

    dum licet: hic magnae iam locus urbis erit.

Roma, tuum nomen terris fatale regendis,

    qua sua de caelo prospicit arva Ceres,

quaque patent ortus, et qua fluitantibus undis

    solis anhelantes abluit amnis equos.

Troia quidem tunc se mirabitur et sibi dicet

    vos bene tam longa consuluisse via.

 

Senza giungere ad affermare, con Merklin, che Tibullo esprima qui una totale estraneità all’ideologia augustea 186 , è comunque possibile notare come dietro l’ideologia nazionale romana, che giustifica la longa via di Enea (v. 62), scaturigine prima di ogni altra longa via militare romana, si intravveda dunque la negatività della distruzione di un paradiso originario, il cui ritorno nella parte finale dell’elegia (vv. 79 ss.) implicherà la negazione di qualunque elemento legato alle armi: persino Amor , con buona pace di Apollo, dovrà errare inermis (v. 106) 187 .

Dalle elegie fin qui analizzate affiora dunque una forma definita e coerente di trattamento dello spazio nell’elegia tibulliana, secondo cui l’orizzonte – interno alla ‘realtà’ dell’ io poetico – degli spazi ‘aperti’ ed inquietanti del viaggio, legato a doppia mandata ai motivi della guerra e della morte, genera direttamente, come sua controparte ed esorcizzazione poetica, l’utopia bucolico-georgica.

Oltre a tale modulo ricorrente, però, esistono nel mondo di Tibullo altre forme di trattamento  ed utilizzo simbolico dello spazio ‘esterno’, del viaggio: ad esse converrà dedicare una breve trattazione autonoma, prima di tornare sulle ascendenze letterarie della contrapposizione spaziale guerra/campagna.

3.2.5 Altre forme di rappresentazione degli spazi ‘esterni’

Nell’elegia conclusiva del secondo libro, la rappresentazione dello spazio ‘esterno’ della guerra si presenta in perfetta continuità con i pannelli sinora esaminati, fino alla presenza di precisi rimandi testuali: Tib. 2, 6, 1: castra... sequitur richiama 1, 2, 68: arma sequi e 1, 3, 56: Messallam terra dum sequiturque mari 188 ; né manca (Tib. 2, 6, 3-4) la longa... via terrestre e marina. Essa, però, non rientra del tutto nello schema considerato nel paragrafo precedente, in quanto qui la prospettiva del viaggio bellico, forse perché non imposta e soprattutto non presentata come realtà di vita per l’ io poetico, bensì ipotizzata quasi per absurdum , non origina il proprio, consueto rovesciamento bucolico. Ad essa è invece contrapposta la condizione spaziale ‘bloccata’ dell’ io elegiaco, metafora della sua esperiezna amorosa: la sua tensione ‘centripeta’ ad accedere all’amata, a varcare le fores , è destinata a rimanere frustrata, purtuttavia essa gli impedisce di evadere verso l’esterno. Tutta la prima sezione dell’elegia è giocata intorno a questa dinamica di tensioni opposte (Tib. 1, 6, 1-14):

Castra Macer sequitur : tenero quid fiet Amori?

    sit comes et collo fortiter arma gerat?

et seu longa virum terrae via seu vaga ducent

    aequora, cum telis ad latus ire volet?

ure, puer, quaeso, tua qui ferus otia liquit ,

    atque iterum erronem sub tua signa voca .

quod si militibus parces, erit hic quoque miles,

    ipse levem galea qui sibi portet aquam.

castra peto , valeatque Venus valeantque puellae:

    et mihi sunt vires, et mihi facta tuba est.

magna loquor, sed magnifice mihi magna locuto

    excutiunt clausae fortia verba fores .

iuravi quotiens rediturum ad limina numquam !

    cum bene iuravi, pes tamen ipse redit .

 

La lettura di Tib. 2, 6 ci ha dunque portato al di fuori del tema dell’idealizzazione del mondo dei campi. Ancora più lontano ci conduce altresì la temperie poetica di Tib. 2, 3, l’elegia più distante da tale asse poetico.

Anche qui si segnala la polemica contro l’emblema delle campagne militari: la praeda (Tib. 2, 3, 35-48). Non mancano alla lunga tirata diatribica i tratti canonici: la violenza della guerra e la ‘convocazione’ della morte (vv. 37-38) 189 , i viaggi per mare la cui pericolosità è addirittura accresciuta dall’applicazione dei rostra alle navi da guerra (vv. 39-40); persino la polemica contro l’accumulazione economica latifondistica (per cui vd. Tib. 1, 1, 1-4; 1, 9, 7-8; 2, 2, 13-14) fa la sua comparsa, seguita dalla passione per beni di lusso ‘esterni’, ovvero di provenienza esotica ( lapis externus al v. 43) e per la sfida alla forza del mare costituita dalla costruzione di piscine naturali per l’allevamento di pesci (vv. 45-46). Ne scaturisce in modo del tutto naturale ai vv. 47-48 l’invito gnomico al destinatario-amante, simpatetico con la voce poetica. ad accontentarsi di ceramica ‘di consumo’ . Più che inaspettato giunge dunque, immediatamente dopo,  l’ auto da fé dell’ io elegiaco, la sua ‘conversione all’etica del bottino’, tentazione ricorrente anche nell’elegia successiva (vd. 2, 6, 21-24 e 51-54). Ecco dunque come il rapporto con gli spazi ‘esterni’, dapprima enunciato in termini ‘ortodossamente’ elegiaci, viene capovolto nel suo opposto, costituendo un perfetto contraltare all’altro rovesciamento delle coordinate spaziali contenuto nell’elegia, tanto evidente da non richiedere neppure una lunga trattazione: in Tib. 2, 3, com’è noto, l’ io poetico si presenta nei panni  scontati di amante cittadino, e l’ipotesi del trasferimento in campagna, priva di alcun contorno idealizzante, scaturisce dal fatto che Nemesi è stata ‘strappata’ alla sua sede urbana. Se dunque il movimento verso la campagna è presentato come una ‘uscita’ dallo spazio ‘interno’ della storia amorosa, siamo davvero lontani dal pattern spaziale di cui abbiamo parlato nei paragrafi precedenti (vd. supra , 3.2.3 e 3.2. 4) 190 .

Quella ‘molteplicità’ della poesia tibulliana da cui abbiamo preso le mosse all’inizio del presente capitolo (cfr. supra , paragrafo 3.1), permette dunque la coesistenza nello stesso corpus poetico della persona del contadino particolarmente devoto ai Lares , degli dei dello spazio ‘interno’, rassicurante, della casa (Tib. 1, 1, 20; 1, 3, 34; 1, 10, 15), accanto a quella del sacrilego disposto a venderli per raggranellare il denaro necessario ad assicurarsi ancora per un po’ i favori di Nemesi (Tib. 2, 6, 51-54) e a quella del ‘contadino’. Non desterà dunque meraviglia rinvenire, in altri passi della produzione tibulliana, una positiva adesione alla stessa idea del viaggio.

In primo luogo, è possibile citare un’elegia assai importante per lo sviluppo successivo del genere, in quanto mostra la tentazione sotterranea del discorso elegiaco di farsi didascalica amorosa, codificazione di se stesso – tentazione che sfocerà, come è noto, nell’ Ars amatoria di Ovidio: ci riferiamo, com’è ormai chiaro, a Tib. 1, 4 .

La finzione autobiografica tende, dunque, a mutare statuto, e a trasformarsi in didascalica. Ma questo mutamento di genere porta con sé un cambiamento profondo: laddove l’amante vuole amare, diventando compos sui e dei suoi gesti, egli è ormai fuori dal mondo ideale ‘chiuso’ dell’elegia. Non è posseduto dal sentimento, volendo al contrario possedere l’oggetto del suo desiderio 191 .
In questo contesto, il tema del viaggio può trovare una declinazione diversa: per quanto il viaggio sia comunque un duro sacrificio, l’amante lo affronterà volontariamente pur di ottenere i favori del puer 192 . L’amore pederastico, meno imprigionato dalle convenzioni del chiuso mondo elegiaco, può permettersi di aggirare il tabù elegiaco del viaggio verso l’esterno, ed immaginare una forma di viaggio che non dissolva il delicato equilibrio della relazione erotica.
In secondo luogo, ancora in rapporto ad un diverso rapporto con gli spazi ‘esterni’, e specificamente legati ai castra , si potrà citare Tib. 1, 7. Il tema erotico è del tutto estraneo a questa elegia, come anche la dialettica tra lo spazio della guerra e quello dei rura : quest’ultimo compare in brevi cenni, come quello sulle arti agricole di cui Osiride, stavolta, è il πρῶτος εὐρητής , (Tib. 1, 7, 29-35) o nel richiamo finale all’ agricola che torna a casa dalla città (vv. 61-62), convivendo senza alcuna tensione con il catalogo toponomastico dei luoghi delle campagne militari di Messalla ai vv. 10-22 e con la celebrazione del Nilo e di Osiride ai vv. 23-48, la cui fascinazione ‘esotica’ è quanto di più lontano si possa immaginare dalle simbolizzazioni ‘negative’, ed addirittura ferali, dello scenario delle campagne militari in elegie come Tib. 1, 3 193 .

Il fascino dell’esotico, dunque, trova spazio anche nella poesia tibulliana, e soprattutto – elemento fondamentale, quasi unico all’interno del genere – non nell’ottica della recusatio , per cui ‘è permesso’ al poeta elegiaco compiacersi dei viaggi di amici o patroni , pur optando per sé un’altra vita. Come premesso, sono molte le personae poetiche che convivono nella raccolta tibulliana. Accanto a quella di Tib. 1, 1 o di 1, 3, che desidera liberarsi dalla schiavitù della longa via , contrapponendole, nella creazione letteraria, eden bucolici, esiste anche quella che, in 1, 7, 9 rivendica con orgoglio: non sine me est tibi partus honos .

3.2.6 Verg. Buc. 10

Appurato dunque che il pattern di contrapposizioni spaziali individuato nei paragrafi 3.2.3 e 3.2.4 non esaurisce le possibilità delle rappresentazioni dell’‘esterno’ nella complessa poesia tibulliana, rimane il fatto che esso costituisce, se non una costante, un elemento indubbiamente ricorrente nella produzione di Tibullo. È nostra intenzione adesso, in conclusione dell’analisi delle simbologie spaziali tibullane, sottoporre a verifica una suggestione che devo a Paolo Fedeli: che il pattern cui facevo riferimento, e in particolare l’elaborazione del tema della rêverie bucolico-georgica di Tibullo, costituisca una ‘risposta’ poetica alla decima ecloga di Virgilio.

Prenderemo dunque le mosse dalla raffinata lettura che dell’ecloga ha proposto il Conte, che basterà qui richiamare nelle sue linee generali: Virgilio porta la persona di Gallo, l’innamorato elegiaco urbano, ‘dentro’ il mondo bucolico. Lo sottrae dunque al suo mondo letterario, che ha nella città il suo fondale e nella visione totalizzante dell’amore il suo orizzonte ideale: questo è il suo “dono di salvazione” all’amico dagli ἐρωτικὰ παθήματα 194 . Il percorso di Gallo, però, conosce almeno due diverse tappe: dapprima egli immagina di fare dello scenario bucolico una nuova ambientazione per la sua storia d’amore con Licoride . (cfr. Verg. Buc. 10, 42-43: Hic gelidi fontes, hic mollia prata, Lycori, / hic nemus; hic ipso tecum consumerer aevo ). Sulla scia della proposta dello studioso di leggere il carme in chiave metaletteraria, suggerirei che si tratti ancora di una possibilità di ‘riscrivere’ l’amore elegiaco, quello stesso amore per Licoride, sub specie bucolica .
Così scrive lo studioso al riguardo 195 : “E se egli ( scil. Gallo), a condividere questo paradiso, chiama accanto a sé la sua Licoride (vv. 42 ss.), non è ciò forse un segno ulteriore della dimensione irreale entro cui il desiderio resta prigioniero senza potere, fatto com’è della materia dei sogni, farsi realtà? Il sogno è condannato a restare irrealtà, ma l’immagine di gioia che in esso è balenata agli occhi di Gallo gli fa acquistare più piena coscienza della negatività amara contenuta nella passione elegiaca. La realizzazione del sogno è impedita dunque dalla realtà che prorompe ad avversare il desiderio: Nunc (v. 44)”.
Che è poi quanto di più vicino potremmo immaginare al ‘movimento ideale’ attraverso cui, come argomentato nel corso di questo capitolo, la dura realtà dell’amore elegiaco nella sua topica declinazione urbana, ‘genera’ lo spazio della campagna – e non solo in Tib, 1, 10, opportunamente citata da Conte nel prosieguo della sua analisi 196 , ma, come speriamo di aver dimostrato nel paragrafo 3.2.3, in tutta una serie di contesti in cui il dualismo spaziale significativo è quello città/amore doloroso vs. campagna/Cupido ‘placido’. Contesti semmai più interessanti ancora di quello di Tib. 1.10 per via della presenza in essi della tematica amorosa.
Il fallimento dell’ipotesi di una traduzione bucolica dell’amore elegiaco è dunque segnato in Verg. Buc. 10, 44-49, come in Tib. 1, 5, 35, dal confronto con la dura realtà segnato da nunc . Quel che rimane estraneo al mondo di Tibullo è invece la seconda tappa dell’itinerario di salvezza che Gallo percorre ‘dentro’ il genere bucolico: sua la completa ‘dafnizzazione’, il rifiuto dell’intero ethos elegiaco, la fuga – da solo – nello spazio anti-erotico della caccia 197 . Tentativo destinato anch’esso, com’è noto, al fallimento (Verg. Buc. 10, 60-69).

Al fine di cogliere appieno la portata della decima ecloga virgiliana per la costruzione delle simbologie spaziali tibulliane, dobbiamo però compiere un altro passo: chiederci anche per Gallo, come per l’ io elegiaco tibulliano, da cosa egli fugga, ovvero qual è la dimensione spaziale che, oltre a quella ‘urbana’ implicita nell’ ethos dell’amore elegiaco, caratterizza il suo ‘piano di realtà’.

La risposta non potrebbe essere più evidente, se guardiamo ai punti in cui la realtà fa la sua irruzione devastando il mondo dell’idillio, ossia il discorso di Apollo (Verg. Buc. 10, 22-23):

Galle, quid insanis?’ inquit ‘Tua cura Lycoris

perque nives alium perque horrida castra secuta est.’

 

e quel passaggio che Servio ci dice essere stato tutto ‘preso dai versi dello stesso Gallo’ (Verg. Buc. 10, 44-49):

Nunc insanus amor duri me Martis in armis

tela inter media atque adversos detinet hostis.

tu procul a patria (nec sit mihi credere tantum)

Alpinas, a! dura nives et frigora Rheni

me sine sola vides. a, te ne frigora laedant!

a, tibi ne teneras glacies secet aspera plantas!

 

Anche per il personaggio elegiaco di Gallo, così come esso traluce dal palinsesto virgiliano, la scaturigine del desiderio di evasione è nella dura esperienza delle interminabili vie della guerra.

Come ha messo in luce Conte, nella decima ecloga lo spazio è lo strumento per veicolare una complessa rete di simbologie, che in Virgilio si caricano di un intricato sovrasenso metaletterario. Ma la sua articolazione di fondo appare identica a quella che ritroveremo nell’inquieta sperimentazione che sulle categorie spaziali opererà Tibullo: sul piano della ‘realtà’, la città, il luogo del tormentoso amore elegiaco, e le longae viae , spazio anti-elegiaco per antonomasia. In opposizione ad essi, una ‘fuga verso l’interno’ proietta nella dimensione del sogno un loro doppio negativo: quel mondo dei rura in cui un’altra forma di amore è forse possibile.

 

Capitolo 4
Properzio: Roma, l’amore, il viaggio

4.1 Introduzione

Il capitolo precedente, dedicato alla poesia tibulliana, prendeva le mosse da un’osservazione preliminare, relativa alle idee di ‘modularità’ e di ‘pluralità’ all’interno della poesia tibulliana. La poesia tibulliana, sia a livello ‘micro’, nella composizione delle singole elegie, sia a livello ‘macro’, ovvero nel sistema complessivo dei due libri autentici, appare caratterizzata dalla compresenza di svariati pannelli, temi, cicli, soggetti e oggetti del desiderio. Anche la nostra trattazione ha dunque assunto una forma ‘plurale’, seguendo le contrapposizioni tra differenti dimensioni spaziali, tra cui lo spazio della città e dell’amore infelice, lo spazio della guerra, e quello del sogno rurale.

In modo del tutto diverso, il presente capitolo sarà costruito, come spesso avviene per le singole elegie di Properzio, intorno ad una tematica centrale, alle contrapposizioni che essa genera, ed alle variazioni che ne scaturiscono all’interno dell’inquieta ricerca che caratterizza la successione dei libri dell’Assisiate.

Il nostro assunto di fondo è che il mondo spaziale di Properzio si strutturi intorno ad un nucleo fondamentale, in relazione al quale si definiscono, ed assumono senso, gli altri spazi, in modo mai neutrale dal punto di vista ideologico, se non altro relativamente a quella peculiare ‘ideologia poetica’ che costituisce il carattere distintivo della produzione elegiaca e che proprio in Properzio trova alcune delle sue formulazioni più significative. Tale baricentro della produzione properziana è sostanzialmente definito dal luogo in cui risiede l’amata, tuttavia esso si incarna volta per volta in àmbiti spaziali diversi, vorremmo dire su scale diverse. Esso può precisarsi nello spazio della casa, identificato, esemplarmente, nel suo limite sacrale, la soglia ( fores , limen , ianua ); ma più spesso esso si incarna in quello che è, per Properzio, il luogo poetico per eccellenza: la città di Roma.

Nel celebre saggio su Properzio degli anni ’70, La Penna parlava di una “scoperta poetica della città” da parte dell’autore, riferendosi soprattutto alla rappresentazione nei suoi versi della vita della metropoli, non esclusi gli immediati sobborghi del Lazio, visti come una sorta di ‘estensione’ della vita cittadina 198 . La presente analisi cercherà di approfondire l’intuizione dello studioso relativa alla centralità della città di Roma, analizzando le diverse polarità che si generano, per così dire, a raggiera, a partire da questo centro ideale. La prima tappa del nostro percorso interpretativo non potrà dunque che collocarsi a Roma, e la riflessione incentrarsi sul radicamento della vicenda e dell’etica amorosa nel fondale urbano. Varcheremo poi i moenia della città per inseguire i molteplici riflessi di un tema che costituisce, come vedremo, una sorta di ossessione properziana: il viaggio, l’allontanamento, lo spazio esterno, contrapposto allo spazio ‘interno’ dell’amore.

Sia detto comunque sin d’ora che il tentativo di tenere sistematicamente separate nel corso dell’analisi le diverse tematiche esaminate, e in particolare le diverse declinazioni della polarità di fondo tra ‘interno’ ed ‘esterno’, in chiave ora erotica, ora esistenziale, ora metapoetica, è dettato da pura comodità espositiva: molti dei paragrafi che a questi singoli aspetti saranno dedicati non costituiranno altro che punti di osservazione diversi da cui guardare al medesimo nodo che nella produzione poetica properziana, secondo le convenzioni letterarie elegiache, lega vita, amore, poesia, anche in relazione alle simbologie spaziali.

4.2 La città

4.2.1 I termini della questione

Alla domanda su quale sia l’atteggiamento di Properzio nei confronti del mondo urbano, due risposte per molti versi contrastanti provengono da due studi molto importanti per la presente analisi: una delle ‘appendici’ dell’ Integrazione difficile di La Penna, e un contributo di Scivoletto su La città di Roma nella poesia di Properzio , che costituisce quasi una risposta a quello, apparendo a breve arco di tempo dal primo 199 .
Lo studio di La Penna, particolarmente ricco di spunti e suggestioni, individua nelle tracce dei Realien urbani nel canzoniere properziano il segno di un rapporto problematico del poeta con la contemporaneità: affascinato dal grandioso rinnovamento urbanistico-monumentale della città augustea, egli non arriva ancora, nei primi tre libri della raccolta, a fare della sua poesia un’eco letteraria di quello che Zanker ha definito il “programma figurativo” della propaganda augustea, che passava per opere pubbliche di alto valore simbolico come il noto tempio di Apollo Palatino 200 . Ben diversamente avverrà nel quarto libro, dove il recupero in forma eziologica dei luoghi della Roma arcaica riveste un’esplicita funzione in chiave ‘nazionale’. Anche questa è una suggestione su cui converrà tornare più avanti.
Molto interessante risulta poi un altro suggerimento dello studioso: dietro la presenza del fondale cittadino, a parere dello studioso, sta l’adesione al mondo culturale, nel senso più ampio del termine, che a quella realtà è legato. Nell’adesione alla cultura cittadina di origine ellenistica Properzio si pone dunque in continuità con Catullo, e precorre il coraggioso e provocatorio superamento dell’“arcaismo etico” che sarà proprio di Ovidio, soprattutto dell’Ovidio dell’ Ars amatoria 201 .
A parere di Scivoletto, invece, Properzio non subirebbe in alcun modo il fascino della metropoli dei suoi tempi e del suo tumultuoso restyling urbanistico; l’aspetto monumentale della Roma augustea verrebbe rappresentato “all’insegna dell’ovvio e del topico” 202 , mentre nei confronti dello stile di vita che si identifica con la Roma dei suoi tempi, segnato da rapidi arricchimenti spesso legati al militarismo, e dal sovvertimento dei mores tradizionali in ogni campo, incluso quello amoroso, Properzio manifesterebbe addirittura una latente ostilità, legata all’“incapacità di andare al passo con la nuova realtà socio-economica, oltre che politica, la quale lo scavalcava, come scavalcava tanti rappresentanti dell’antico ceto municipale” 203 : egli sarebbe sostanzialmente “angustiato da una mentalità di stampo catoniano” 204 .
L’analisi di Scivoletto risolve insomma la problematicità individuata da La Penna nell’atteggiamento properziano verso la città di Roma, sede ed emblema dei tumultuosi cambiamenti dell’età contemporanea (dal punto di vista politico, socioeconomico, come dei modelli etici e culturali), mettendo in luce un senso di estraneità nei confronti della realtà urbana, legato soprattutto a quelle remore ‘catoniane’ che pure facevano parte del più complesso quadro lapenniano 205 .
Essendo stato accertato ampiamente dalla critica 206 che la topografia urbana, la concreta materializzazione dei Realien cittadini rappresenta il ‘fondale’ principale per l’esperienza amorosa properziana, una questione di fondo rimane però in certo qual modo aperta: in relazione alla città di Roma, che tanta parte gioca nella costruzione simbolica dello spazio nella sua poesia, Properzio guarda  all’indietro verso Catone, o piuttosto in avanti verso quella che sarà l’audace poetica ovidiana dell’ urbanitas ? La sola via per aggiungere anche solo un piccolo contributo alla discussione consiste dunque nel precisare, sulla base di un riesame dei testi, in che rapporto la topografia urbana, la concreta materializzazione dei Realien cittadini, entri volta per volta con l’esperienza amorosa.

4.2.2 I Realien urbani come sfondo neutro o empatico alla vicenda amorosa

Potremmo prendere le mosse da una serie di passaggi in cui ben precisi quartieri e vie di Roma fanno la loro comparsa come semplice quinta legata o no alla liaison amorosa, senza entrare veramente in relazione con essa. Un  puro sfondo, funzionale semmai ad un certo gusto ‘realistico’, appare la topografia ‘quotidiana’ della Roma di Prop. 4, 8 207 , dove non stanno in primo piano i monumenti e gli spazi ‘pubblici’, bensì gli ‘indirizzi’ dei protagonisti dell’azione: l’Esquilino di Properzio, messo in subbuglio dalla ‘piazzata’ notturna di Cinzia (vv. 1-2), le vicinanze del tempio di Diana Aventina e l’area del bosco di Tarpea, residenze rispettive di Fillide e Teia, le cortigiane con le quali l’amante abbandonato progetta una vendetta velleitaria. Le vie del quartiere di Cinzia non fanno che un’apparizione fuggevole in Prop. 3, 10, 25-26, invase dallo schiamazzo notturno proveniente dal banchetto per il suo compleanno. A passaggi come questi si attaglia bene il giudizio complessivo di Scivoletto sulla presenza di Roma nella poesia properziana: “non sembra che tale presenza rappresenti o diventi nei versi properziani anche uno ‘stato d’animo’, o, con altre parole, non pare che il poeta connetta la bellezza o la monumentalità dell’Urbe con particolari momenti della sua vita sentimentale”, e più avanti “Properzio non vede alcun legame tra la struttura urbana e la personalità sua o dell’amante” 208 . Effettivamente i brani citati non fanno altro che confermare quanto già sappiamo sul ‘radicamento’ della liaison amorosa nel contesto urbano, in continuità con certa tradizione plautina, e soprattutto con Catullo. Bisognerà però vedere fino a che punto la conclusione dello studioso regga il confronto con il materiale testuale restante.
Non si possono infatti ignorare i passi properziani in cui lo spazio di Roma costituisce un elemento importante per il discorso amoroso. Intanto non si può negare che i crocicchi della vigilax Suburra, complici degli amplessi furtivi dei due amanti in Prop. 4, 7, 15-16, lungi dal rappresentare uno sfondo neutro, contribuiscano non poco a determinare quella particolare atmosfera ‘fosca’ che in parecchi punti sembra caratterizzare la rappresentazione dell’amore per Cinzia nel quarto libro 209 .
Più complesso appare invece il ruolo giocato da un altro tassello importante della topografia di Roma: la via Sacra. Quest’ultima, nelle raccolte poetiche properziane, come in fondo in tutto il corpus elegiaco, sembra appartenere tanto alla sfera del privato quanto alla dimensione pubblica: alla sfera del quotidiano la riconducono passi come Prop. 2, 24, 14, in cui essa compare come la via lungo la quale l’amante è costretto a comprare chincaglierie alla domina , o Prop. 2, 23, 15, dove appare addirittura come la via, nota a tutti, delle prostitute 210 . Nondimeno, a ricordarci che quella di cui stiamo parlando a Roma è anche la via attraverso cui scorrono le processioni trionfali sta un verso come Prop. 2, 1, 34, in cui sono addirittura i rostri della battaglia di Azio a sfilare sul suo percorso 211 . Ebbene, in un’elegia come Prop. 3, 4, 11 lo spazio della via Sacra appare come un possibile punto di contatto tra la sfera privata e quella pubblica, luogo di una possibile conciliazione tra la dimensione erotica ‘disimpegnata’ del poeta-amante e quella pubblica, connessa in questo caso alle cerimonie in cui va in scena la ‘rivoluzione romana’ di Augusto. Com’è noto, l’elegia rappresenta una delle tappe del tortuoso ‘percorso di avvicinamento’ di Properzio ad una forma di poesia che, pur rimanendo in certo modo fedele a se stessa, risponda però alle nuove tendenze della letteratura augustea, legata a temi nazionali. Ebbene, la risposta (provvisoria) data in 3, 4 al dilemma di fondo che percorre tanta ricerca poetica properziana sembra ancora prevedere una netta distinzione di àmbiti: ad Augusto e alle sue armate spetta vendicare la strage dei Crassi muovendo guerra ai Parti fino alle estreme Indie; a Properzio spetta la celebrazione ‘preventiva’ dell’impresa, celebrazione costituita dalla stessa elegia 3, 4, e dopo, eventualmente, il ruolo di spettatore del trionfo sulla via Sacra, insieme alla sua donna.
Secondo la ben nota compenetrazione reciproca del discorso erotico e di quello poetologico, Properzio propone insomma una implicita recusatio : egli offre il proprio munus poetico alla tanto attesa impresa orientale dell’imperatore, abbozzando dunque uno ‘sconfinamento’ nel dominio della poesia epico-celebrativa, rimanendo pur sempre vigile nel separare le sfere di competenza attraverso un uso esplicito di persone e modi verbali 212 , finché, nella chiusa dell’elegia (vv. 21-22), la chiara opposizione pronominale illis / me non ribadisca la linea di demarcazione tra due diverse scelte di vita. Sul selciato della via Sacra, prolungamento dello spazio della guerra, sfilano quanti hanno scelto la vita pubblica con le sue implicazioni militari e ne hanno meritato onori e prebende; al di qua, tra il pubblico al margine, sta il poeta che, fedele alle personali scelte di vita (e, inevitabilmente, di poesia), rimane ancora accanto alla sua puella :

Praeda sit haec illis, quorum meruere labores:

    me sat erit Sacra plaudere posse Via.

 

Se dunque i crocicchi della Suburra in Prop. 4, 7, 15-16 entravano nel discorso amoroso in quanto ‘empatica’ cornice degli amplessi del tempo felice, la via Sacra in 3, 4 diviene simbolo spaziale di una ben più delicata mediazione tra l’etica e la poetica elegiaca e le istanze augustee, ideale linea di contiguità tra due mondi che il poeta si spinge ad immaginare tangenti sì, ma pur sempre irriducibilmente separati 213 .

4.2.3 I luoghi della città come spazio ‘esterno’ all’ ethos elegiaco

Abbiamo visto nei due passaggi testé citati esempi di come la città di Roma, nella sua concretezza topografica, possa entrare in rapporto con l’aspetto gioioso della storia d’amore elegiaca: eppure, proseguendo, l’analisi ci porterà a constatare, forse con qualche sorpresa, che non è questo il caso più frequente nelle raccolte poetiche properziane. Se il materializzarsi della topografia di Roma nel liber di Catullo rispondeva ancora ad una semplice ‘scoperta poetica della città’ nel quadro di una entusiastica adesione all’ideale dell’ urbanitas , nella poesia properziana l’etica erotica assume una dimensione talmente totalizzante da riverberare coloriture simboliche, non sempre positive, anche sulle articolazioni interne dello spazio della città.

In primo luogo, si può fare riferimento ad un tema che attraversa il secondo libro, per poi tornare anche nei successivi: i luoghi della città in cui va in scena la vita galante degli amori clandestini sono potenzialmente ostili alla fides della coppia elegiaca, che pure, in quanto ‘irregolare’, ad essi è ben familiare.

Nell’elegia riservata al praetor Illyricus (Prop. 2, 16) l’ io poetico, pur non rinunciando ad un tono qua e là ‘frivolo’ 214 , si presenta come affranto dal tradimento di Cinzia, intenta a ‘tosare’ il danaroso pretore prima di rispedirlo, una volta consumati i suoi averi, a rimpinguarli in altre Illirie. Ai vv. 31-34 compare una variazione del tema – presente nella poesia properziana sin dall’elegia proemiale – dell’impossibile rimedio all’amore, divenuto intollerabile per via delle continue iniuriae . La novità qui (rispetto alle elegie precedenti nella raccolta) sta nel radicamento delle inefficaci alternative all’etica amorosa nella topografia urbana:

Nullane sedabit nostros iniuria fletus?

    an dolor hic vitiis nescit abesse tuis?

tot iam abiere dies, cum me nec cura theatri

    nec tetigit Campi, nec mea mensa iuvat.

 

L’innamorato non riesce a tuffarsi nei piaceri della capitale dimenticando così la propria pena amorosa. Ma forse i due luoghi citati, oltre a rappresentare in generale la dimensione ‘mondana’ della vita cittadina, costituiscono l’incarnazione di ben precisi stili di vita alternativi a quello elegiaco. La cura theatri , innanzitutto, rimanda con ogni probabilità più all’ambiente delle avventure galanti che all’amore per l’arte drammatica: oltre alle ricorrenze properziane che vedremo qui di séguito, si potrebbe citare una gran quantità di passi ovidiani che contribuiscono alla consacrazione del teatro come ‘luogo di tentazione’ 215 . Ma anche il Campo Marzio, oltre che il luogo privilegiato delle ‘sana’ attività fisica 216 , è in sospetto di rappresentare anch’esso un luogo di ritrovo, e quindi di distrazioni amorose 217 . Potrebbe suggerirlo il confronto con Cat. 55, in cui un Campus minor viene citato nel quadro del noto catalogo di luoghi in certa misura legati alla misteriosa attività galante di Camerio 218 , tuttavia qui ci muoveremmo su un terreno incerto: per quanto i due ‘campi’ dovessero essere riservati a funzioni analoghe, e quindi consimili potessero essere le simbologie ad essi legate, il Campus minor di Cat. 55, 3 rimane comunque un luogo diverso rispetto al ben più noto Campo Marzio, e, per di più, di incerta localizzazione 219 . Un parallelo certo più stringente si rinviene in Prop. 2, 23, 5-6:

Et quaerit totiens ‘Quaenam nunc porticus illam

    integit?’ et ‘Campo quo movet illa pedes?’

 

in cui i portici e il medesimo Campo Marzio risultano invisi a Properzio perché offrono a Cinzia occasioni di tradimento 220 . Nondimeno, anche la reazione minacciata dal poeta, la conversione all’amore meretricio, si collega a sua volta ad un luogo preciso di Roma: la via Sacra, vista nel suo volto più sordido di sede delle prostitute (vv. 13-16):

Contra, reiecto quae libera vadit amictu,

    custodum et nullo saepta timore, placet.

cui saepe immundo Sacra conteritur Via socco,

    nec sinit esse moram, si quis adire velit.

 

Tanto in 2, 16 quanto in 2, 23, seppur in modi diversi, la topografia della città prende corpo nella poesia properziana al fine di incarnare un comportamento alternativo al patto d’amore elegiaco: se nel primo caso teatri e Campo Marzio rimandavano a possibili ‘svaghi’ per consolarsi del tradimento di Cinzia, approfittandone anzi per liberarsi della passione distruttrice 221 , in 2, 23 gli stessi Campi e i portici fanno da sfondo ai tradimenti di Cinzia, mentre la via Sacra costituisce il luogo in cui l’amante ferito cerca un’altra forma d’amore, dichiarando di preferirla alla passione totalizzante per la domina insensibile e venale.
Il secondo libro ci offre ancora svariate riprese di un tale pattern . Il teatro, ad es., ritorna nei primi versi di un’elegia come 2, 22a, che per molti versi rappresenta un sistematico rovesciamento dell’etica elegiaca, laddove uno dei pilastri di quest’ultima poggiava sulla non commutabilità della passione amorosa 222 . Nel finale di un’elegia come 1, 12 (vv. 17-20) la voce poetica invidiava coloro che almeno, disprezzati, potessero mutare calores , perché “vi è una gioia nel cambiare l’oggetto del proprio servizio”: la chiusa epigrammatica, solennemente memore del celebre incipit del canzoniere, sancisce la condanna di Properzio, per cui Cynthia prima fuit, Cynthia finis erit .

Agli antipodi, dicevo, si colloca Prop. 2, 22a, il cui tema di fondo è anch’esso esposto con tono gnomico negli ultimi due versi (vv. 41-42):

Nam melius duo defendunt retinacula navim,

    tutius et geminos anxia mater alit.

 

Due donne, dunque, sono meglio di una: v. 36 sic etiam nobis una puella parum est . Ebbene, un’elegia siffatta si apre con il vanto da parte del poeta del successo delle sue visite ai teatri e, in modo più inconsueto, ai crocicchi (Prop. 2, 22a, 1-4) 223 :

Scis here mi multas pariter placuisse puellas;

    scis mihi, Demophoon, multa venire mala.

nulla meis frustra lustrantur compita plantis;

    o nimis exitio nata theatra meo .

 

Se dunque il teatro, il simbolo primo dell’eterogamia anti-elegiaca, diviene fonte di vanto personale nel particolare contesto di 2, 22a, solo poche elegie prima i ludi erano stati fonte di angosciose preoccupazioni per il Properzio innamorato e geloso di  2, 19, 1-10:

Etsi me invito discedis, Cynthia, Roma,

    laetor quod sine me devia rura coles.

nullus erit castis iuvenis corruptor in agris,

    qui te blanditiis non sinat esse probam;

nulla neque ante tuas orietur rixa fenestras,

    nec tibi clamatae somnus amarus erit.

 Sola eris et solos spectabis, Cynthia, montis

    et pecus et fines pauperis agricolae.

 illic te nulli poterunt corrumpere ludi

    fanaque, peccatis plurima causa tuis.

 

Cinzia si allontana dalla città, dal luogo abituale degli amori della coppia – unica consolazione, per l’amante, pensarla almeno lontana dalle tentazioni tipicamente urbane incarnate dai ludi , gli spettacoli. La topografia dell’ eros extra-elegiaco si arricchisce qui di un nuovo elemento: i fana . Anche i più venerabili tra i luoghi di Roma possono fungere da occasione e da copertura per relazioni clandestine 224 .
In Prop. 2, 32, 7-18 il poeta, di fronte alla prospettiva di una Cinzia che si reca nelle località intorno a Roma per tradirlo, arriva a lamentarsi perché ella disdegna l’incriminata porticus di Pompeo – la dolorosa alternativa spiega, credo, sufficientemente lo strano desiderio: di fronte alla fuoriuscita della donna dalla sua orbita, Properzio preferisce il male minore, ovvero il luogo in cui ella possa almeno restare, per così dire, sotto il suo controllo (vv. 7-8: H oc utinam spatiere loco, quodcumque vacabis, / Cynthia! ) 225 .

Non ci stupiremo dunque nel trovare, nella formula legis che Cinzia impone all’amante in 4, 8, 75-80 per prevenirne i futuri tradimenti, una serie di interdizioni legate a precisi luoghi della città, dal portico di Pompeo al Foro, dal teatro alle stesse strade in cui è possibile farsi trasportare in lettiga:

Tu neque Pompeia spatiabere cultus in umbra,

    nec cum lascivum sternet harena Forum.

colla cave inflectas ad summum obliqua theatrum,

    aut lectica tuae se det aperta morae.

Lygdamus in primis, omnis mihi causa querelae,

    veneat et pedibus vincula bina trahat.

 

Roma appare corrotta e corruttrice: solo la virtù di Galla, l’ uxor perfetta di Prop. 3, 12, potrà resistere alle lusinghe della città magistra luxuriae (vv. 17-20). Properzio precorre addirittura un’arguzia ovidiana ( Ars amatoria , 1, 133-134) facendo risalire il ‘peccato originale’ della città lussuriosa al ratto romuleo delle Sabine (Prop. 2, 6, 19-22) 226 :

Cur exempla petam Graium? tu criminis auctor,

    nutritus duro, Romule, lacte lupae:

tu rapere intactas docuisti impune Sabinas:

    per te nunc Romae quidlibet audet Amor.

 

La presenza dei Realien urbani nel liber catulliano esulava spesso dai contesti erotici: i luoghi passati in rassegna in Cat. 55 appartengono alla vita dell’amico Camerio, non entrano in relazione con la storia d’amore tra il poeta e Lesbia; così anche il tempio di Serapide in Cat. 10 è chiamato in causa in un componimento ‘leggero’, legato al tema dell’amicizia, e lo stesso può dirsi per altre simili menzioni dei luoghi della città (Cat. 14a, 17-18 e 33, 1). Diversamente, anche nella silloge del poeta neoterico, ‘reagiva’ l’elemento realisticamente topografico con il tema amoroso: la salax taberna del carme 37 ed i quadrivia et angiporta di Cat. 58a sono i luoghi in cui si consumano i tradimenti di Lesbia.

In Properzio, come appare già chiaro dal breve dossier raccolto, la rappresentazione della realtà urbanistica di Roma non si comprende, nella maggior parte dei casi, se non mettendola in relazione con la dimensione totalizzante dell’etica erotica: gli spazi della vita urbana, quando assumono tale grado di concretezza, si collocano ‘al di fuori’ dello spazio chiuso della coppia elegiaca. Non deve però sfuggire la natura profondamente contraddittoria di questo atteggiamento verso gli spazi della città, e quindi verso la vita galante che in quegli spazi si riassume.

La persona poetica e la domina fanno parte di quel mondo di amori furtivi: da esso nasce la relazione stessa. Eppure al suo interno l’ io poetico desidera ritagliare per sé e la donna una ‘nicchia’ in cui vigano i valori della fides reciproca, ispirati al foedus maritale tradizionale. Inevitabilmente, però, su questa aspirazione incombe la minaccia del tradimento, della ‘corruzione’ ispirata dalla città. Il tradimento rischia in ogni momento di rompere il fragile ed ossimorico equilibrio del patto d’amore elegiaco. Gli spazi ‘collettivi’ della vita galante della metropoli sono, per la contraddittoria ‘etica amorosa’ elegiaca, ancora troppo ‘aperti’ rispetto al sogno di esclusività nutrito dagli amanti, e al microcosmo che esso costruisce . Quest’ultimo, infatti, si riconosce spesso in simboli spaziali di estrema ‘chiusura’, quali la casa della donna identificata metonimicamente con le sue porte 227 . Tra le frequenti attestazioni di fores , e degli altri termini indicanti, in vari modi, l’uscio della casa, è difficile tracciare una linea di distinzione netta tra i contesti che fanno riferimento semplicemente alla tradizione del κῶμος e quelli in cui siamo al cospetto di una vera e propria sineddoche per indicare la dimora della donna attraverso questa parte così importante dal punto di vista simbolico. Il termine che meglio si presta a tale impiego retorico sembra essere limen , rimandi esso alla casa della donna (Prop. 1, 4, 22: heu nullo limine carus eris e 1, 13, 34: non alio limine dignus eras ) o a quella dell’uomo, simbolo anch’essa dell’intimità degli amanti (1, 18, 11-12: sic mihi te referas, levis ut non altera nostro / limine formosos intulit ulla pedes ; 2, 6, 23-24: felix Admeti coniunx et lectus Ulixis, / et quaecumque viri femina limen amat! ) 228 . Ma troviamo anche ianua adoperato in questo senso nel peculiare contesto dell’elegia di Cornelia in 4, 11, 85: seu tamen adversum mutarit ianua lectum , verso cui potrebbero essere accostati, sempre limitandoci alle  attestazioni cui sia estraneo ogni rimando al κῶμος , anche altri passaggi in cui viene enfatizzato il ruolo della ianua come simbolo della diversa disposizione della domina verso l’amante 229 .
Il tema dello spazio ‘interno’ della dimora e del suo limen trova ampio sviluppo in Prop. 2, 6, elegia della gelosia animata in buona parte da spiriti moralistici, che non a caso si conclude con l’affermazione della natura quasi maritale del legame con la donna 230 : nell’ incipit la casa della prostituta Laide è designata come aedes , ma anche tramite la menzione (v. 2) delle fores ; i già citati vv. 23-24, nel rimandare per converso alle figure di Alcesti e di Penelope, notorio exemplum , quest’ultimo, di donna legata allo spazio ‘chiuso’ della casa, richiamano l’attenzione sul lectus e sul limen 231 , mentre ai vv. 27-24 la causa scatenante della corruzione delle donne romane è rintracciata nell’ingresso delle pitture oscene dentro lo spazio domestico (vd. v. 28: domus : v. 33: tecta ). Agli exempla citati sopra vorrebbe Properzio che Cinzia somigliasse, ma in lei non si trova traccia di amore per il limen : anzi, i confini del suo spazio sarebbero inutilmente difesi, data la sua volontà di peccare (vv. 37-38):

Quos igitur tibi custodes, quae limina ponam,

    quae numquam supra pes inimicus eat?

 

Ancora una volta, la rispondenza dei comportamenti di Cinzia all’ideale dell’amore elegiaco si misura attraverso simbologie spaziali: il desiderio di Properzio di ‘chiudere’ la donna all’interno dello spazio della casa è destinato alla frustrazione; Cinzia non ‘ama’ il suo limen , e somiglia in questo più alle meretrici con le loro ‘case aperte’ a tutta la Grecia che alla fedele Penelope.

Per altro verso lo stesso contesto del παρακλαυσίθυρον , cui si è accennato a proposito di Tibullo, ma che è ancor più frequente nelle elegie properziane, sottolinea il ruolo-chiave, all’interno del mondo elegiaco, della soglia dell’amante, la ianua che dispensa o nega all’innamorato l’accesso allo spazio centrale del sistema di riferimento elegiaco, e properziano in particolare: quello privato della donna 232 .
L’identica opposizione ‘esterno vs. interno’ emerge nelle due elegie ‘dell’ubriachezza’, in cui il poeta non appare escluso dal talamo dell’amata, bensì se ne è allontanato per bivaccare altrove, infrangendo egli stesso il vincolo di fedeltà: in Prop. 1, 3, 9-10 compare un quadretto assai vivido del vagabondare notturno di Properzio per le vie della città, non privo della menzione realistica del servus praelucens , quadro che in 2, 29, 1-22 assume le tonalità fantastiche di un incontro con agguerriti amorini armati anch’essi di faces 233 . Identica è comunque la colpa rimproverata al poeta: in 1, 3 è Cinzia a rinfacciargli di aver trascorso la notte fuori da casa sua, presso le fores di un’altra (Prop. 1, 3, 35-36):

Tandem te nostro referens iniuria lecto

    alterius clausis expulit e foribus? 234

 

e a designare l’amore adulterino di Properzio come externus... amor (v. 44) 235 , mentre in 2, 29 gli ‘accusatori’ sono i Cupidines : v. 14: At tu nescio quas quaeris, inepte, foris 236 e v. 22: I nunc et noctes disce manere domi 237 .
Abbiamo dunque visto lo spazio della città rivelarsi, ‘estraneo’ all’amore elegiaco in vari modi, tutti legati però alla sua natura di sede della vita galante, né si è mancato di sottolineare la contraddittorietà insita in questo atteggiamento: l’ eros elegiaco nasce infatti in quell’ambiente e da quella mentalità, seppure si sente attratto da valori di fedeltà e purezza che ricondurrebbero invece al sistema tradizionale dei valori quiritari. La contraddizione si rivela ancor più evidente se consideriamo un altro senso, più ovvio, in cui la città di Roma appare irriducibilmente estranea al mondo degli amanti: non mancano infatti i passaggi in cui il poeta percepisce intorno a sé, nei luoghi della città che fungono da sede ed emblema del negotium – dello stile di vita conforme ai modelli etici e sociali tradizionali – una profonda ostilità. L’intera elegia 2, 5 è giocata sulla fama negativa di Cinzia in tutta la città (vv. 1-2: Hoc verumst, tota te ferri, Cynthia, Roma, / et non ignota vivere nequitia? ), ignominia che il poeta intende addirittura usare come un’arma contro di lei servendosi della risonanza che hanno i suoi versi 238 . In 2, 20, 21-22 sono i crocicchi della città la sede delle voci sugli amanti ( Septima iam plenae deducitur orbita lunae, / cum de me et de te compita nulla tacent ) 239 ; in 2, 24, 1-2 il Foro, luogo del negotium per antonomasia ( Tu loqueris, cum sis iam noto fabula libro / et tua sit toto Cynthia lecta foro? ) e più avanti l’intera città (vv. 6-7: Non ego nequitiae dicerer esse caput, / nec sic per totam infamis traducerer urbem ) 240 , come in 2, 32, 23-24: Nuper enim de te nostras me laedit ad aures / rumor, et in tota non bonus urbe fuit 241 .

I due amanti si collocano pur sempre ‘al di qua’ della linea del proibito nell’ottica del mos maiorum , e se esiste una Roma, quella dei portici e dei teatri, che, nei momenti di gelosia o di difficoltà della coppia può sembrare loro troppo libertina, non va dimenticato che ne esiste anche un’altra, quella del Foro, dei benpensanti, ancor più irriducibilmente lontana dal mondo dell’amore elegiaco, e invariabilmente pronta a giudicarlo.

Sempre limitandoci agli unici punti del canzoniere properziano in cui siano in gioco quelle che abbiamo chiamato ‘simbologie spaziali’ (il discorso, altrimenti, ci porterebbe troppo oltre), potremmo chiudere questa carrellata con un’ultima elegia, nella quale si misura assai bene la distanza tra la Roma ‘catoniana’ e gli orizzonti del poeta-amante. Si tratta di Prop. 3, 14, costruita sulla contrapposizione tra due città, Roma e Sparta. La prima, biasimata perché i suoi usi, e in particolare la folla che accompagna (e sorveglia) le fanciulle quando escono di casa, impediscono gli approcci; la seconda, lodata perché le sue leggi non prevedono la separazione degli spazi maschili e femminili, ma anzi permettono agli amanti di frequentare insieme palaestrae , gymnasia , e persino di incontrarsi nei trivia .

A Roma il codazzo degli accompagnatori crea un tale ‘muro’ intorno alla donna che nec digitum angusta est inseruisse via (v. 30: ‘non è possibile neanche infilare un dito per uno stretto varco’), ricostruendo di fatto intorno a lei uno spazio ‘chiuso’, esclusivo, non diversamente dalla ianua di casa. Per contro, la Sparta di Properzio rappresenta il luogo degli spazi aperti, simbolo della libertà sessuale, sogno generato dalla fantasia del poeta, ipostasi del suo “spirito libertino” 242 .

Le forme di estraneità degli spazi urbani di Roma all’ eros elegiaco in Properzio, così frequenti eppure così contraddittorie tra di loro, sembrano dunque riproporre la problematicità dell’atteggiamento del poeta nei confronti del sistema di valori quiritario: la coppia elegiaca, abbiamo detto, nasce nel mondo degli amori galanti, che si incarna nelle vie, nei teatri e nei portici di Roma; l’‘altra’ Roma, quella dei Catones , le è ostile ed estranea. Eppure quando questa topografia ‘libertina’ fa la propria comparsa nei versi del poeta essa non può evitare di entrare in relazione con l’ ethos elegiaco. E non di rado finisce per rivelarsi a sua volta estranea a tale ethos , pericolosa nelle sue spinte ‘centrifughe’ al tradimento.

Dall’esame sin qui condotto stanno dunque emergendo alcune prime risposte alle domande poste sul rapporto di Properzio con il mondo dell’ Urbs , e dunque, imprescindibilmente, con la contemporaneità. Si tratterà inevitabilmente di riposte complesse poiché Properzio è un poeta complesso, problematico, nei cui versi non ha senso cercare armonici sistemi concettuali, ideologie coerenti. Infatti, al loro posto è più facile trovare la contraddizione, la ricerca poetica ora letterariamente giocosa, ora inquieta fino al rovello, intorno a temi e motivi.

Uno di questi temi è costituito dalla presenza della città di Roma nella concretezza dei suoi Realien , i quali, abbiamo visto, sembrano affollarsi nel secondo libro della raccolta poetica. L’analisi che ne ha svolto La Penna 243 ha voluto cogliere soprattutto il loro aspetto ‘solare’, il fascino della città mondana e dei suoi luoghi di ritrovo. Il quadro della rappresentazione della città che ne emerge è luminoso, quasi entusiastico: Properzio vi appare affascinato dallo “splendore della modernità”, per quanto ancora non osi “proclamare la novità e la superiorità della Roma moderna”, come farà Ovidio, soprattutto nell’ Ars amatoria .
Di fronte a questo affresco a tinte assai chiare il merito principale del saggio di Scivoletto 244 consiste nell’aver attirato l’attenzione sull’atteggiamento di diffidenza, e spesso di aperta ostilità, di Properzio nei confronti di moltelici aspetti della Roma contemporanea. Tuttavia con un limite: la già citata conclusione dello studioso secondo cui “Properzio non vede alcun legame tra la struttura urbana e la personalità sua o dell’amante” 245 , la quale peraltro appare troppo drastica alla luce della verifica dei testi, lo porta ad ‘espungere’ la città ‘fisica’ dal mondo poetico di Properzio, e a dedicare la propria attenzione al solo livello socio-economico della vita della capitale.

Quanto abbiamo visto emergere dall’analisi fin qui condotta sembra correggere l’impostazione ‘ottimistica’ di La Penna, ma – qui sta il punto – senza bisogno di spostare il baricentro del discorso sul piano della realtà sociale di Roma, come fa Scivoletto. In primo luogo, credo si possa affermare che, tranne pochi casi, le emergenze di frammenti della topografia urbana nei versi di Properzio, lungi dal costituire un fondale neutro, entrano in stretto rapporto con l’ ethos elegiaco, divenendo così vettori di simbologie spaziali legate a quest’ultimo.

In secondo luogo, ed è questo forse il dato più inaspettato, quando abbiamo allargato l’analisi delle menzioni della topografia di Roma, anche della scintillante Roma mondana, ai contesti in cui essa viene citata, e dunque al modo in cui i luoghi dell’ Urbs si innestano nel discorso amoroso, abbiamo notato come in prevalenza essi si trovino collegati a forme di negazione della dimensione assoluta dell’amore elegiaco. Tale negazione, a volte, appare legata all’estraneità dell’ambiente culturale quiritario rispetto all’esperienza amorosa elegiaca, nondimeno, assai più spesso, rimanda alla prospettiva che gli spazi ‘aperti’ della vita mondana causino o assecondino la deflaglazione dell’equilibrio ‘chiuso’ della coppia.

In virtù delle osservazioni sinora formulate, possiamo ritornare al saggio citato di La Penna, il quale, pur avendo enfatizzato, nella propria indagine, solo l’aspetto positivo dei riferimenti ai Realien urbani, conclude poi il paragrafo sulla ‘scoperta della città’ in Properzio in modo assai centrato: “Un po’ tutta la cultura del tempo vive la contraddizione fra il richiamo ai modelli arcaici [...] e dall’altro lato le comodità, i piaceri, le attrattive della civiltà urbana ellenistica; un poeta come Propezio, che a quest’ultima era particolarmente sensibile, non poteva non viverla in modo particolarmente acuto” 246 .
I risvolti contraddittori dell’atteggiamento di Properzio verso la città di Roma, oscillanti tra problematiche dichiarazioni di adesione all’universo dei piaceri urbani e forme di rigetto moraleggiante della città corrotta, non costituiscono che la proiezione dell’inquieta riflessione properziana sui tumultuosi rivolgimenti del suo tempo, come anche sull’ ethos amoroso e i suoi rapporti con il sistema di valori tradizionale. Nella rappresentazione della metropoli, emblema tanto della tradizione quiritaria quanto dei controversi aspetti della contemporaneità, si rivelano i nodi non risolti dell’ideologia elegiaca 247 .

4.3 Il viaggio

4.3.1 Il viaggio in Properzio: evasione o rifiuto?

Come ho già anticipato, oltre al rapporto peculiare con lo spazio ‘interno’ del limen domestico e con la città di Roma l’altro grande àmbito in cui si addensano le simbologie spaziali nella poesia properziana sembra essere costituito dal tema del viaggio, e in generale degli spazi ‘esterni’ alla stessa città.

Ancora una volta, partiremo dalle pagine imprescindibili di La Penna in un’altra delle sue ‘esplorazioni diagonali’, in cui è posto in evidenza, accanto alla ‘statica’ αὐτάρκεια diatribica, il ricorrere di una tendenza all’evasione che induce Properzio a vagheggiare in 2, 26b un viaggio felice con la donna attraverso una natura pacificata, in 2, 30 il paesaggio bucolico del ‘paese delle Muse’, e infine, in 4, 7, i Campi Elisi come paradiso degli amanti, realizzazione ultramondana dell’ideale erotico elegiaco 248 .
E una volta di più la lettura dello studioso apre prospettive assai stimolanti, cogliendo nel segno relativamente all’àmbito di analisi prescelto. Essa finisce però per rappresentare un aspetto assai limitato delle rappresentazioni properziane dell’‘altrove’. Non si può negare che il poeta elabori in elegie come 2, 30 (come anche, in altro modo, in 2, 19 e 3, 13) un sogno di evasione legato al mondo non-urbano della campagna, com’è vero che i Campi Elisi di 4, 7, memori di suggestioni tibulliane 249 , rappresentano la sublimazione dell’amore elegiaco in una dimensione ‘altra’ rispetto a quella quotidiana, realistica, ancorata nella realtà cittadina.

Ma tanto non basterebbe – né era questo l’intendimento del saggio lapenniano – per concludere che la cifra dell’atteggiamento properziano verso l’‘altrove’, gli spazi esterni alla realtà quotidiana di Roma, e in particolare verso il viaggio, sia costituita dal desiderio dell’evasione. Al contrario, la tesi che cercheremo di dimostrare in queste pagine, e che è il tema del viaggio, e con esso l’intera dimensione spaziale che si apre oltre delle mura della città, rappresenti una vera e propria ossessione properziana, rivelando nel suo complesso ben altra attitudine rispetto al desiderio di fuoriuscire dallo spazio ‘normale’ della relazione amorosa, la città.

In sintesi si potrà affermare che Roma, quando non è vista nella sua cartografia interna, ma viene concepita in relazione all’esterno, tende a costituirsi come proiezione dello spazio ‘chiuso’ dell’amore elegiaco: ciò che si pone al di fuori di essa si pone anche al di fuori della dimensione dell’ eros . L’analisi delle singole elegie ci consentirà di sottoporre a verifica tali premesse.

4.3.2 Viaggio e tradimento

Prenderemo le mosse dalla forma più semplice, e senz’altro più comune, che il motivo del viaggio assume nella poesia properziana: la fuga della domina infedele dall’area cittadina, intesa come infrazione al patto d’amore.

Già alla fine del capitolo dedicato a Tibullo abbiamo avuto modo di sottolineare le consonanze esistenti tra la decima ecloga virgiliana e il trattamento tibulliano dello spazio. A sua volta, apparirà persino inutile ribadire il ben noto influsso di tale componimento su Prop. 1, 8 proprio riguardo al tema della partenza della donna per altri lidi 250 . La prospettiva della partenza per l’Illiria in 1, 8, 1-26, oltre ad evocare, secondo il precedente galliano, scenari ‘orridi’ di gelo e difficoltà nel viaggio – subito esorcizzate dall’augurio, richiesto dal genere del προπεμπτικόν – , fa riferimento alla presenza di un rivale, che, secondo una terminologia frequente nei poeti augustei, è indicato con disprezzo e distacco in modo indefinito: quicumque est, iste (v. 3) 251 . Nella seconda parte del componimento, la quale, si consideri anche un’elegia a sé, rimarrebbe comunque strettamente legata alla precedente (ovvero a 1, 8, 1-26), vengono forniti maggiori dettagli sul viaggio – sventato – di Cinzia: i vv. 31-40 chiariscono che la donna avrebbe seguito il rivalis (v. 45) attratta dalle sue ricchezze. Tuttavia, se Gallo non aveva specificato con precisione la destinazione della fuga della sua donna, Properzio 1, 8, 2 l’indica invece subito nella gelida Illyria , facendo così supporre a quasi tutti i commentatori che il suo rivale vada identificato con il praetor Illyricus di 2, 16: Cinzia, non molto diversamente dalla Licoride che nei versi virgiliani, è detta aver seguito un altro uomo per... horrida castra (Verg. Buc. 10, 23), stava per aggregarsi alla cohors del governatore di una provincia di pacificazione abbastanza recente 252 .

In tale ottica, nelle due elegie in questione la natura ‘anti-elegiaca’ del viaggio scaturisce da una duplice fonte. In primo luogo, come si è detto, il viaggio che Cinzia stava per intraprendere sarebbe coinciso con un tradimento, anzi un vero e proprio discidium , vista la portata di un itinerario verso una meta così lontana, e soprattutto in considerazione del quadro raffigurato nella decima ecloga virgiliana. In secondo luogo, il praetor incarna, diremmo nel modo peggiore, la scelta di vita opposta a quella dell’amante elegiaco: dietro la sua andata in Illiria stanno sia gli honores della carriera politico-militare, sia la mentalità crematistica che già Catullo aveva stigmatizzato con crudo realismo nel mondo delle cohortes praetoriae .

Nei testi in esame tradimento e contrasto tra diverse Lebenswahlen costituiscono due volti di una stessa medaglia , in quanto la dedizione del praetor al φιλοχρήματος βίος costituisce il contraltare ‘maschile’ di quell’avidità femminile che costituisce il più topico movente al tradimento da parte della domina elegiaca, e ha rischiato anche in questa occasione di guidare le scelte di Cinzia 253 . Ma vedremo fra breve come il motivo della scelta di vita in molte elegie rivesta un ruolo autonomo, a prescindere dal timore per la separazione degli amanti, nel determinare l’atteggiamento del poeta elegiaco verso l’idea del viaggio.

In 1, 8 trova piena espressione la peculiare concezione properziana della centralità di Roma, estranea ad ogni presupposto nazionalistico, legata alla sua identificazione con l’àmbito dell’amore elegiaco. Ancora una volta, a disegnare le coordinate spaziali del mondo poetico properziano, è la dimensione assolutizzante dell’ ethos elegiaco (Prop. 1, 8, 31-32):

Illi carus ego et per me carissima Roma

    dicitur, et sine me dulcia regna negat.

 

Non è però necessaria la distanza dell’Illiria per far scattare la ripulsa properziana: l’insidia del tradimento è in agguato non appena le prospettive dell’amata si aprono allo spazio ‘esterno’ alle mura di Roma, si tratti anche del resort turistico alla moda, sostanzialmente un’appendice della vita mondana romana, la Baia di Prop. 1, 11 254 . Il terrore degli spazi ‘aperti’ porta il poeta a sognare la donna ‘chiusa’ in ambiti spaziali ristretti, appartati, rassicuranti che la tengano al riparo dai corteggiatori che, nell’immaginazione dell’amante geloso, la circondano (vv. 7-16):

An te nescio quis simulatis ignibus hostis

    sustulit e nostris, Cynthia, carminibus?

atque utinam mage te, remis confisa minutis,

    parvula Lucrina cumba moretur aqua,

aut teneat clausam tenui Teuthrantis in unda

    alternae facilis cedere lympha manu,

quam vacet alterius blandos audire susurros

    molliter in tacito litore compositam,

ut solet amoto labi custode puella,

    perfida communis nec meminisse deos.

 

A proposito dello stile usato ai vv. 9-12, cui mi riferisco in modo particolare, Fedeli ha parlato di “una commistione di linguaggio ricercato e di accenti dello stile affettivo [...]” 255 . Credo si possa affermare che il particolare impegno stilistico, oltre che a “disegnare una tenera immagine di Cinzia, sottolineando la delicatezza delle cose che con lei entrano in contatto: i remi minuti , la tenuis unda , e, appunto, la paruola cumba che porta Cinzia sul lago Lucrino” 256 , sia rivolto proprio alla costruzione intorno a lei di questo ‘piccolo mondo’, che rimedi alla ‘pericolosa’ condizione della donna rimasta senza un controllo coartante (v. 15 amoto custode ) 257 .
Il tema della lontananza riappare nell’elegia seguente, Prop, 1, 12, generalmente letta in relazione all’elegia su Baia, come una riflessione originata dall’identica circostanza: la vacanza di Cinzia, e i suoi effetti sulla storia d’amore 258 . Ma più che ad all’origine biografica dello spunto, è allo sviluppo della riflessione sullo stesso tema che vale la pena rivolgere l’attenzione: il riferimento concreto al luogo della lontananza di Cinzia lascia il posto alla generica longa via , negli stessi termini astratti già incontrati in Tibullo. Il testo rimane volutamente vago riguardo alla situazione concreta: nessuna vera indicazione al riguardo viene dalla dichiarazione puramente iperbolica della distanza che separa gli amanti ai vv. 3-4 ( Tam multa illa meo divisa est milia lecto, / quantum Hypanis Veneto dissidet Eridano ) 259 , né ha senso interrogarsi ulteriormente sulla natura del viaggio di Cinzia – e forse neanche chiedersi se la longa via del v. 11 sia effettivamente la tanto esecrata gita a Baia.
A mio parere, quel che conta è la scelta del sistema simbolico spaziale per esprimere la diversa rispondenza dei due amanti all’etica amorosa. All’allontanamento fisico di Cinzia, insieme causa e rispecchiamento del suo mutato atteggiamento nei confronti del poeta (v. 11: mutat via longa puellas ), si contrappone la staticità di Properzio, la cui fedeltà al patto amoroso (vv. 19-20: Mi neque amare aliam neque ab hac desistere fas est: / Cynthia prima fuit, Cynthia finis erit ) si proietta nel suo rimanere a Roma anche quando la felicità amorosa è ormai dissolta, dentro lo spazio dell’amore. Agli occhi del destinatario dell’elegia la mora che trattiene l’amante non può che esser legata alla desidia , ovvero, come precisa Fedeli, ad una otiosa voluptas , al godimento dei piaceri della liaison con Cinzia 260 . Gli sfugge la profondità del legame simbolico tra l’amante e lo spazio dell’ eros , tale da tenerlo come bloccato in esso anche quando siano venuti meno i motivi concreti per rimanervi, i consueti amplexus , la frequentazione quotidiana 261 .

Che anche la più breve gita fuori porta possa costituire una violazione della ‘clausola spaziale’ del foedus elegiaco è mostrato ulteriormente, qualora ce ne fosse bisogno, da due elegie di cui ci siamo già occupati per aspetti specifici: Prop. 2, 32 e 4, 8.

Avevamo notato nel paragrafo precedente come in 2, 32, 11-16 comparisse una inaspettata ‘presa di posizione’ di Properzio a favore del portico di Pompeo, luogo notoriamente pericoloso per le amanti volubili. Avevamo interpretato il fenomeno considerando come l’alternativa per Cinzia fosse costituita, ai vv. 3-6 dell’elegia, dalle visite alle località del Lazio dietro cui si cela il sospetto del tradimento, come peraltro attestano prima il sarcasmo (vv. 11-12: Scilicet... sordet Pompeia... porticus ) e poi l’invettiva patetica del poeta (vv. 17-18) 262 :

Falleris, ista tui furtum via monstrat amoris:

    non urbem, demens, lumina nostra fugis!

 

Ecco dunque tornare l’odiata via , il tabù elegiaco cui il pronome ista associa una ovvia connotazione di disprezzo. Accanto ad essa si individua una delle espressioni più intense di quello stretto connubio tra lo spazio della città nella sua globalità e l’ eros elegiaco: per Cinzia sfuggire la città significa sfuggire i lumina dell’innamorato.

Però, al v. 25 lo sviluppo tematico subisce una svolta tale da farci riflettere sulla serietà dei toni moralistici ‘catoniani’ che emergono nella poesia properziana: la virtù incorruttibile appartiene al passato, alla Roma dei Sabini. Gli esempi letterari latini (la Lesbia di Catullo) e mitologici greci offrono un precedente tale ai tradimenti di Cinzia che il poeta non si sente neppure di giudicarla. Chiaramente, Properzio è disposto a tollerare, con un atteggiamento anticipatore dei toni ovidiani, ogni ‘avventura’ della donna, tuttavia la condizione implicita è che ella faccia poi ritorno nel Bereich dell’amore, come Elena (vv. 29-32) 263 :

Sin autem longo nox una aut altera lusu

    consumpta est, non me crimina parva movent.

Tyndaris externo patriam mutavit amore,

    et sine decreto viva reducta domum est.

 

A questo punto non occorrerà dilungarsi su Prop. 4, 8, sul ritratto delle imprese di Cinzia lungo la via Appia che la condurrà a Lanuvio – del resto poco si potrebbe aggiungere all’incisiva analisi di La Penna 264 , il quale nota tra l’altro: “Attraverso la brillante vita mondana di Roma il lato più volgare e più sordido dell’amore in città traspare poco: neppure dall’elegia della lena (IV 5), che pure ha tratti notevoli, emerge potentemente. È invece nel racconto di una delle gite dei dintorni, precisamente questa a Lanuvio, che il lato ripugnante della vita della cortigiana viene più vividamente alla luce” 265 .

4.3.3 Il viaggio come punizione e come prova

Se il viaggio è, come Properzio definisce la località di Baia in 1, 11, un crimen amoris , non ci sorprenderà trovare, nella tempesta ritratta in 1, 17, la sua punizione. Già l’ incipit del brano non lascia dubbi sulla causa del pericolo in cui si trova l’amante 266 :

Et merito, quoniam potui fugisse puellam,

    nunc ego desertas alloquor alcyonas.

 

Nessun riferimento ad un’intenzione di tradimento da parte del poeta, seppure il lemma verbale fugisse al v. 2 rimandi al desiderio di emanciparsi dal servitium amoroso 267 . Certamente la punizione è invocata dalle saevae querelae di Cinzia, che fungono da maledizioni, invocando la poena (vv. 9-10). E il prezzo che Properzio potrebbe star per pagare è il più alto: la morte. Ma a questo punto, quando il potere sinistro della domina , che diviene qui persino evocatrice di tempeste, ha idealmente richiamato a sé l’amante, il punto d’osservazione sulla prospettiva del viaggio torna a rovesciarsi, tornando quello ‘consueto’ della mentalità elegiaca. Quel Properzio che pure aveva desiderato il viaggio, la fuga, ora considera il viaggio stesso (v. 10) pena sufficiente in sé – con la sua nox e i suoi iniqua vada – a punire chi l’aveva concepito.
Properzio è ‘rinsavito’ dai suoi propositi di evasione – o non è ancora rinsavito e secondo l’ottica delle elegie del discidium (3, 21 e 3, 24) non si è ancora fatto devoto alla dea della Bona Mens . E, tornato pienamente ‘dentro’ il codice erotico elegiaco, la prospettiva che lo sgomenta di più è proprio che il suo viaggio, la sua lontananza diventino eterni, nel caso dovesse morire in luoghi in cui Cinzia non può prendersi cura della sua tomba. Notevole sembra l’effetto prodotto dalla triplice anafora  paronomastica tra gli inizi dei tre distici ai vv. 19-24. Se illic al v. 19 indica, senza bisogno di altre specifiche, l’origine implicita delle coordinate spaziali elegiache, ovvero Roma 268 , la successiva duplice anafora di illa non può non suggerire una a-logica forma di identificazione tra la città e colei che costituisce a un livello ancora più profondo il vero punto di riferimento della costruzione dello spazio nella poesia properziana: Cinzia stessa.
Di fronte ad un componimento così ricco di spunti per l’oggetto del nostro studio, l’ipotesi che il periclum che minaccia Properzio in 1, 15 sia legato anch’esso al timore di un naufragio suona particolarmente affascinante. Ma in 1, 15 non troveremo la ricchezza di simbologie spaziali che abbiamo individuato in 1, 17: il fatto che il ‘pericolo’ sia lasciato volontariamente indeterminato (nella direzione di un viaggio per mare puntano solo gli exempla di Calipso e Ipsipile) significa che nessun segno nell’elegia rimanda veramente all’universo metaforico del viaggio 269 .

Infine, in questa rubrica trova posto la trattazione di un’elegia che, in verità, sfugge in larga parte agli schemi che tentiamo di rintracciare nel trattamento properziano del tema del viaggio: si tratta di Prop. 2, 26, componimento che apre la strada, seppur ancora in modo assai controverso, al tema del ‘viaggio degli amanti’, destinato a ben più ampio sviluppo nell’elegia ovidiana.

Una questione preliminare è costituita, ancora una volta, dalla necessità o meno di far iniziare un nuovo componimento al v. 21, dato il brusco passaggio di tono che si rinviene in tale punto dell’elegia 270 . La divisione viene accettata anche da La Penna, il quale, nelle pagine su ‘ Autárkeia ed evasione’ in Properzio cui accennavamo sopra 271 , si occupa della sola 2, 26b, leggendovi appunto l’espressione di un desiderio di evasione ed enfatizzando “la visione sognante di una serenità miracolosa che avvolge il viaggio dei due amanti [...] (63 sgg.)” 272 .
Ora, per l’elegia 2, 26 nel suo complesso varranno le considerazioni avanzate supra su 1, 8 273 : se anche si vogliano considerare i vv. 1-19 come facenti parte di un componimento a sé (come è probabile che sia, ma, come sempre, non certo), nell’architettura complessiva del libro un’eventuale elegia 2, 26a (comprendente appunto solo tali versi) rappresenterebbe comunque un precedente importantissimo per l’elegia successiva, 2, 26b (incentrata sulla navigazione congiunta degli amanti).
Al naufragio immaginato in sogno dal poeta in 2, 26a non risulta del tutto estranea la dimensione della ‘punizione’ per chi ha voluto viaggiare: se in 1, 17 Properzio era visto in preda ai flutti, giustamente punito per la sua fuga, qui la donna, nel momento di venir sopraffatta dalle onde confessa tutte le menzogne dette all’amante (v. 3). E in ogni caso non si può negare che la cupa fantasia di morte getti un’ombra ominosa sul futuribile viaggio di 2, 26b. Se poi quest’ultima elegia, o sezione, inizia con un canto trionfale di amore corrisposto (vv. 21-28), non sfugge come al v. 29 ( Heu mare per longum mea cogitat ire puella! ) la prospettiva del viaggio immaginato dalla donna muta radicalmente il tono 274 . Ai vv. 30-34 Properzio sembra fare buon viso a cattivo gioco, e gioire del fatto che, per via della scelta di seguire l’amata, quell’armonia tra gli amanti – che costituiva la situazione di partenza di 2, 26b – potrà essere perpetuata anche in viaggio, per quanto non vada dimenticato come gli scenari di questi versi rimandino pur sempre alle condizioni disagevoli della navigazione antica. L’idea di un ‘sacrificio’ sopportato pur di non lasciar partire sola l’amata (v. 41: Illa meis tantum non umquam desit ocellis ), la quale avrebbe preso l’iniziativa in modo autonomo, è espressa con chiarezza al v. 35 ( omnia perpetiar ), cui seguono la menzione dei venti ostili e gli exempla mitologici delle più travagliate navigazioni del mito greco (vv. 35-42) 275 . Infine, ampiamente prefigurato dal sogno di 2, 26a, il naufragio, in cui il poeta si augura, con la propria morte, di permettere almeno a Cinzia di salvarsi (vv. 43-44).

A questo punto segue, fino al v. 56, il quadro di cui giustamente La Penna evidenzia l’aspetto idillico e quasi onirico: la quasi sovrannaturale pacificazione degli elementi è un privilegio che il poeta immagina possa essere accordato agli amanti per la speciale protezione di Nettuno e dagli altri dei degli elementi naturali.

Eppure la speranza nella ‘tregua’ concessa dalle divinità ostili della natura non cancella il presagio della fine, che ritorna nel distico conclusivo (vv. 57-58). L’intero pannello del viaggio (vv. 29-58), dunque, si apre e si chiude con immagini di disagio, pericolo, morte, in considerazione delle quali tenderei a ridimensionare l’affermazione di La Penna, al cui dire con l’immagine della furia degli elementi sedata “il lungo viaggio non è più la grande prova eroica della fides [...]. Nello svolgimento dell’elegia ha prevalso il sogno di un mondo lontano e illuminato dalla calma luce delle stelle, dove sono finiti gli urti dolorosi con gli uomini e la donna non ferisce più con la sua perfidia, dove la natura è conciliata miracolosamente col desiderio infinito di Eros” 276 . Quanto vale certamente per la visione dei vv. 45-56 potrebbe difficilmente essere esteso all’intera elegia 2, 26a, e meno che mai all’intera 2, 26, qualora se ne accettasse l’unità.

Anche la sola 2, 26b (esclusi dunque i versi precedenti al v. 21) costituisce pur sempre una declinazione, seppure ad un certo punto variata in un modo affascinante quanto inatteso, del paradigma ‘negativo’ del viaggio – in questo caso, però, come giustamente scrive lo stesso La Penna, non come punizione di un crimen amoris , bensì al contrario come eroico cimento della fides , se necessario fino al sacrificio della vita.

L’analisi delle diverse sezioni di Prop. 2, 26 ci ha dunque posti di fronte ad un’articolazione più complessa del rapporto tra viaggio ed eros elegiaco. Da quest’angolo visuale un’elegia come Prop. 3, 16 presenta una situazione per taluni versi parallela a quella presupposta da 2, 26b.

Il fatto che in 2, 26b i due amanti intraprendano il loro viaggio per rimanere uniti, e non per dividersi, ha guadagnato loro la speranza di avere risparmiati gli aspetti più terribili dell’esperienza del viaggio. In Prop. 3, 16 l’ iter notturno alla volta di Tivoli diviene, nella trattazione volutamente (e giocosamente) iperbolica che ne fa il poeta, un itinerario ‘orrido’, angustiato da timori di morte; eppure anche qui Properzio confida nella protezione di Venere, in quanto l’ iter è stato intrapreso per ricongiungersi con l’amata 277 .

4.3.4 Viaggio e Lebenswahl

Dopo aver indagato le diverse forme di rapporto intercorse tra il tema del viaggio e il codice etico elegiaco, dai viaggi (o anche le semplice escursioni) legate al tradimento, a quelli rappresentativi di una forma di poena per chi ha osato infrangere il numen amoris (come avveniva già in Tib. 2, 3) o viceversa di cimento per dimostrare l’assolutezza della fides del poeta-amante, giungiamo ad occuparci di elegie in cui il rifiuto della prospettiva del viaggio ha a che fare con il tema, di origine diatribica, della Lebenswahl , la scelta di vita, e per questa via interagisce con la dimensione amorosa.

Non è nostra intenzione qui abbracciare l’intero tema della Lebenswahl , la cui ampiezza e complessità esulano dagli scopi della presente indagine 278 , bensì ricordare soltanto le elegie in cui il tema viene veicolato tramite l’articolazione di contrasti spaziali. Il primo posto, naturalmente, è occupato da Prop. 1, 6, che si apre col motivo topico della disponibilità a seguire gli amici fino agli estremi confini della terra 279 , ma prosegue negando il τόπος , in nome proprio della ‘staticità elegiaca’ e della fedeltà ‘spaziale’ all’ideale elegiaco: Properzio non partirà – lo trattengono complexae... verba puellae (v. 5). Seguire l’amico Tullo nel suo incarico politico in Asia non significherebbe tradire Cinzia con un’altra donna, ma comporterebbe ugualmente il tradimento della propria scelta di vita. La partenza dell’amico Tullo, indenne dai labores d’amore (vv. 19-24), non è biasimata: egli non è vincolato al codice etico dell’innamorato 280 . La definizione della vita rifiutata da Properzio è affidata, ai vv. 13-14, a due luoghi densi di significati simbolici:

An mihi sit tanti doctas cognoscere Athenas

    atque Asiae veteres cernere divitias.

 

Se l’Asia rappresenta normalmente la sede di favolose ricchezze, e quindi l’emblema del βίος φιλοχρήματος , è Atene ad esercitare il richiamo più forte su Properzio, in quanto sede della cultura ellenica, soprattutto filosofica, ossia il simbolo stesso di una scelta di vita che, senza rinnegare la vocazione intellettuale e letteraria del poeta, la scinda però dalla dimensione assoluta dell’ eros elegiaco 281 . A questa tentazione, infine, Properzio cederà in 3, 21, come vedremo tra non molto.
Tra gli amici dedicatari di elegie nella Monobiblos , Tullo sembra quello più ‘refrattario’ alla Lebenswahl elegiaca: se Pontico subisce una vera ‘metamorfosi’ da grave poeta epico in innamorato tra 1, 7 e 1, 9, mentre Gallo mette addirittura Properzio a parte dei suoi amori in 1, 10, Tullo compare sia in 1, 1, sia in 1, 6 e 1, 14 come controparte del discorso properziano sulle proprie scelte esistenziali, e in 3, 22 il poeta gli indirizza un’elegia in cui contrappone le lontane terre asiatiche in cui Tullo indugia alle meraviglie di Roma. Dietro l’atteggiamento dell’Assisiate starà probabilmente una forma di rispetto per un amico molto influente, che porta l’autore a non volerlo mai ‘compromettere’ con la vita di desidia connessa all’ eros elegiaco 282 . In effetti non va certo in questa direzione la chiusa della citata Prop. 3, 22, là dove, in conclusione di laudes Romae che non facevano alcun riferimento alla vita galante della città, compare la prospettiva di trovare a Roma, al suo ritorno, un amore rigorosamente coniugale e di poter generare ampia prole (vv. 41-42) 283 :

                               … hic ampla nepotum

    spes et venturae coniugis aptus amor.

 

Al di fuori dei primi due libri della raccolta, il tema della contraddizione tra l’amore e i viaggi imposti dalla carriera politico-militare, dai quali non è mai disgiunta la prospettiva del facile arricchimento, ritorna ‘traslandosi’ su personaggi ‘esterni’ alla coppia costituita dal poeta e da Cinzia: in Prop. 3, 12 è un Postumo ad aver abbandonato sua moglie Galla 284 , per seguire Augusto, la gloria ... e la preda dei Parti. Infatti, subito dopo l’ incipit che si ricollega alla campagna partica, il poeta si produce al v. 5 in una ‘pericolosa’ invettiva contro gli avari , ossia contro quanti inseguono i bottini di guerra, che però in questo caso purtroppo coincidono con i partecipanti a una spedizione augustea! Da qui la cautela, espressa dall’espressione incidentale si fas est 285 .
Gli stessi temi ritornano, ancora una volta collegati a personaggi diversi rispetto alla persona di Properzio, nella terza elegia del quarto libro, l’epistola di Aretusa a Licota lontano in guerra. Da Prop. 4, 3 sono però assenti i toni polemici aspri contro la ricchezza: solo le leggi del mondo militare sono biasimate (vv. 19-20), incluse quelle che impediscono alle donne di seguire i loro uomini nelle lunghe campagne militari (vv. 45-46). Forse la voce poetica femminile ha portato il poeta ad attenuare le asperità diatribiche in favore di una rappresentazione più ‘ingenua’ della quotidianità 286 .
Concludiamo il novero di passi relativi al viaggio concepito come espressione paradigmatica del βίος militare con l’oscura ma intensa elegia 2, 27, al cui centro sta la riflessione sul tema della morte: il poeta elegiaco è consapevole di che tipo di morte lo attenda, in quanto – così pare si debba interpretare – perirà ucciso dall’amore 287 ; gli altri mortales , per quanto consultino gli astrologi, non sono in grado di appurarlo, tanto più che procurano a se stessi occasioni di morte improvvisa partendo per terra e per mare alla volta di sanguinose campagne militari (vv. 5-6). Il tema delle ‘vie della morte’ che sembra balenare in Prop. 2, 27, 5-6:

Seu pedibus Parthos sequimur seu classe Britannos,

    et maris et terrae caeca pericla latent

 

era già stato caro, come abbiamo visto nel capitolo precedente, a Tibullo: basti qui ricordare Tib. 1, 3, 49-50 288 :

Nunc Iove sub domino caedes et vulnera semper,

    nunc mare, nunc leti mille repente viae.

 

Rimane da menzionare un ultimo caso in cui la Lebenswahl alternativa, pur venendo rappresentata attraverso il simbolo del viaggio, non ha alcuna attinenza né con il cursus honorum , né con il mondo dei castra , limitandosi piuttosto all’àmbito della ricerca delle ricchezze: si tratta di Prop. 3, 7, l’elegia per Peto. Che è poi quella in cui la polemica properziana contro la pericolosità della navigazione, emblema della mentalità crematistica antitetica al mondo elegiaco, raggiunge i più alti livelli di espressionismo e di enfasi retorica 289 .

Anche qui possiamo isolare il motivo sopra ricordato del mortis iter , che con efficacissima sintesi esprime già nell’ incipit (vv. 1-2) e poi, in modo più elaborato, ai vv. 29-32, l’idea di una morte verso cui ci si avvia attraverso i propri stessi viaggi, e nella chiusa dell’elegia non manca il contrasto tra la vita di Peto e la collocazione spaziale dell’ io poetico, in assoluto la più topica tra quante si possano annoverare (vv. 71-72):

At tu, saeve Aquilo, numquam mea vela videbis:

    ante fores dominae condar oportet iners.

4.3.5 Il viaggio come remedium amoris

Per cogliere appieno la portata delle simbologie spaziali legate al viaggio e al contrasto interno/esterno nella poesia properziana bisogna aggiungere un ultimo tassello di grande rilievo: l’ipotesi della fuga, dell’allontanamento, è iscritta nel romanzo erotico di Properzio sin dagli esordi, e, dopo averlo attraversato nei modi che abbiamo esaminati, ne marca infine la conclusione.

Com’è noto, l’elegia proemiale della Monobiblos preannuncia già molti dei temi portanti del libro. Tra di essi si distingue il desiderio dell’innamorato infelice di liberarsi dal suo servitium attraverso il più efficace dei remedia amoris , il viaggio per mete lontanissime, prefigurazione di quanto avverrà realmente nel momento del discidium definitivo (vv. 29-30) 290 :

Ferte per extremas gentes et ferte per undas,

    qua non ulla meum femina norit iter.

 

Le coppie che conoscono un amore sereno, in cui non esista una Cinzia a spezzare l’ideale ‘statico’ dell’ eros elegiaco con le sue irrequietudini ‘centrifughe’, queste sì, rimangano a Roma, nella sede dei loro amori (vv. 31-32) strette in un amore perfettamente bilanciato 291 :

Vos remanete, quibus facili deus annuit aure,

    sitis et in tuto semper amore pares.

 

Abbandonare volontariamente la città costituisce un’opzione contemplata dalla poesia properziana sin dal suo ‘proemio’, ossia dal suo atto fondante. E il fatto che quest’ultima costituisca, come per ogni forma di premessa, una fondazione a posteriori , e quindi ‘studiata’ fin nei minimi particolari, non fa che arricchirne la densità di significato. E la tentazione del viaggio-fuga, del viaggio come liberazione dall’amore, affiora qua e là nel canzoniere, in forme incerte e contraddittorie – come abbiamo visto, ad esempio, nell’elegia della tempesta, Prop. 1, 17 292 .
La conclusione della vicenda amorosa, salvo le elegie ‘postume’ sull’amore per Cinzia del quarto libro, è costruita con attenzione alla fine del terzo libro. L’atto finale è rappresentato dall’ultima elegia del libro, Prop. 3, 24. Ma credo si possa affermare che il discidium si è consumato, e in modo definitivo, già con 3, 21, poiché in essa il viaggio verso le doctae Athenae , tentazione rifiutata seccamente in 1, 6, 13, ora non costituisce più un progetto velleitario, venendo invece presentato come già in fieri . Con l’addio alle Romanae turres , agli amici, alla donna stessa in 3, 21, 15-16, Properzio ha varcato il punto di non ritorno. Egli parte alla volta di una vita diversa, dedicata allo studio di filosofia, lingua, letteratura. Garanzia infallibile di incontrovertibilità, la distanza, che è insieme distanza di tempo e di spazio (v. 31): spatia annorum aut longa intervalla profundi 293 .
Dal saluto alle torri di Roma in poi, l’amore di Cinzia sparisce dai versi di Properzio – dai versi rimanenti dell’elegia come dalle elegie successive (3, 22, rivolta a Tullo in Ellesponto; 3, 23, contenente l’‘annuncio’ per le tavolette smarrite). Fino all’elegia 24, che sancisce – usando tempi verbali al passato – quanto è già avvenuto. Il viaggio reale per Atene (per quanto reale può essere un evento narrato nel mondo della poesia) è iniziato a 3, 21, 15-16, ma il vero porto che Properzio intendeva toccare, quello della liberazione dal servitium amoris , verrà raggiunto, dopo il lungo naufragio dell’amore (vv. 11-12 294 ), in 3, 24, 15-18:

Ecce coronatae portum tetigere carinae,

    traiectae Syrtes, ancora iacta mihi est.

nunc demum vasto fessi resipiscimus aestu,

    vulneraque ad sanum nunc coiere mea.

 

Capitolo 5
Ovidio: una nuova retorica dello spazio

5.1. Alcune premesse

Se l’indagine sull’uso simbolico dello spazio nel Corpus Tibullianum ha investito direttamente il rapporto fra eros e rus , a sua volta l’indagine sulla produzione giovanile ovidiana non può prescindere dal ruolo-chiave rivestito dall’ambiente urbano e dall’ideologia dell’ urbanitas . Sul tema è fiorita, come prevedibile, una ricca bibliografia al cui interno spiccano i contributi di Labate concernenti la profonda revisione che il genere elegiaco subisce ad opera di Ovidio 295 . Da qui bisognerà partire, per chiedersi, al di là dell’ormai appurata centralità del mondo urbano in ambito elegiaco, come la profonda ‘ristrutturazione’ del genere operata dal poeta di Sulmona - legata soprattutto allo ‘scioglimento’ delle tensioni e delle contraddizioni che avevano caratterizzato in precedenza lo sviluppo dell’elegia - influenzi a più ampio raggio la rappresentazione dello spazio in opere come gli Amores , l’ Ars amatoria , i Remedia amoris 296 .
La riflessione di Labate sull’elegia ovidiana si sofferma dapprima sul concetto di ‘retorica della città’: gli Amores , e poi ancor più compiutamente l’ Ars , elaborerebbero una forma poetica di intrattenimento tale da rompere definitivamente i ponti con quelle remore ‘catoniane’ che avevano reso complesso e variegato il rapporto sin qui intrattenuto dagli elegiaci con la città e con la contemporaneità 297 . Il ‘perfezionamento’ ovidiano dell’elegia mira a creare una poesia in grado di essere finalmente in pieno l’espressione della ‘società galante’, lo specchio della prima generazione dell’ élite romana a non aver conosciuto l’inquietudine delle guerre civili, bensì solo gli agi della pax augusta in una metropoli florida e raffinata 298 .
Ancor più in profondità, il nodo centrale dell’argomentazione di Labate consiste nel dimostrare come l’ideologia modernista dell’ urbanitas ovidiana, nonostante una certa dose di rivoluzionarietà, non implichi un atteggiamento ‘anti-augusteo’ né, in realtà, un effettivo attacco all’ideologia del mos maiorum , in quanto essa rinuncia alla concorrenzialità nei confronti dei mores tradizionali. Labate parla al riguardo di una ‘retorica della contiguità’: la vita dell’amore troverebbe il proprio spazio accanto a quella degli honores e dell’attività pubblica; accetterebbe confini precisi, limitati allo status libertino per le donne, e, soprattutto, limiti temporali 299 . D’altronde, lo stesso poeta-amante dichiara di non voler dedicare che una stagione della propria attività compositiva all’elegia, smentendo così uno dei presupposti-chiave del genere, ovvero l’identità assoluta (e temporalmente indefinita) tra vita, poesia ed amore. In altre parole, l’amore elegiaco rinuncia a porsi come scelta di vita radicalmente alternativa rispetto a quella del cittadino-soldato, ‘ripiegando’ invece, anche per quanto riguarda la figura dell’assoluto protagonista intradiegetico (il poeta-amante, per l’appunto), nell’àmbito temporale della giovinezza, riservato paradigmaticamente all’ eros incontrollato.

Nell’analisi proposta nelle pagine seguenti qualche elemento nuovo potrà forse scaturire da una più ampia riflessione su come l’affievolirsi delle tensioni di fondo dell’ideologia elegiaca investa ampiamente la rappresentazione dello spazio nell’elegia ovidiana. Il fuoco di tale analisi rimarrà invariato: la dialettica tra spazi interni, coincidenti principalmente con Roma stessa, e spazi esterni.

Come abbiamo visto nel capitolo precedente, l’universo spaziale properziano si organizzava come un tutto coerente, orbitante intorno all’Urbe. Quest’ultima rappresentava l’emblema spaziale della scelta biografica e poetica elegiaca, la sede esclusiva della domina e degli amori di coppia. La rappresentazione degli spazi esterni, inclusa ogni forma di allontanamento o di viaggio, ripeteva nel dualismo ‘interno vs. esterno’ la polarità di fondo dell’elegia latina: la scelta di vita esclusivamente interna, oppure irriducibilmente esterna, all’ ethos elegiaco.

Nei paragrafi seguenti vedremo nel dettaglio come il venir meno nell’elegia ovidana di tale tensione irrisolta, produca l’effetto di scompaginare la compattezza, e in certo senso la schematicità, dell’uso simbolico dello spazio ‘esterno’.

5.2 L’appropriazione della topografia urbana

Già sul piano della contrapposizione tra lo spazio ‘interno’ della domus e quello costituito dai luoghi urbani della vita galante, un confronto diretto tra due elegie vicine per temi e spunti, quali la già discussa Prop. 2, 6 e Ov. Am. 3, 4, potrà offrire una chiara conferma – ed una esemplificazione sui testi – delle considerazioni fin qui esposte.

Come già osservato 300 , la ricorrenza dei dettagli urbanistici di Roma nelle elegie properziane è molto spesso associata alla prospettiva del tradimento, o comunque ad una disgregazione ‘centrifuga’ della coppia. In un’elegia come Prop. 2, 6 avevamo creduto di poter ravvisare la contrapposizione ‘minimale’ tra lo spazio interno al limen , rispettato – anzi, amato – da personaggi come Alcesti e Penelope, insomma dagli exempla della fedeltà femminile (vv. 23-24); e quello esterno, identificato con Roma corrotta, cui invece appartiene Cinzia. Al tema di fondo dell’elegia properziana, ovvero l’inutilità della custodia per le puellae che non siano fedeli di per sé, unita all’identificazione dei mores libertini con lo spazio della città 301 , risponde direttamente Ov. Am. 3, 4, riprendendo tra l’altro anche l’ exemplum canonico di Penelope, e, ancor più significativamente, il ‘delicato’ riferimento ai miti di fondazione di Roma stessa visti quali radice prima dell’adulterio in città 302 . Ma il punto d’osservazione, dall’elegia properziana a quella ovidiana, è radicalmente mutato: nella prima, era il poeta stesso a paventare il tradimento della donna, e ad esprimere la propria rabbia in tirate moralistiche contro la corruzione dell’Urbe; in Ovidio, al contrario, il poeta veste i panni dell’amante, esortando anzi il vir tradito a rinunciare alla custodia della donna. Il che ci permette di apprezzare il rovesciamento dell’atteggiamento ovidiano nei confronti della realtà della metropoli ellenizzata: in Prop. 2, 6 il carattere libertino della vita cittadina costituisce una minaccia al foedus elegiaco al punto da provocare la reazione ‘catoniana’ del poeta. In Ov. Am. 3, 4, invece, appare il presupposto su cui si fonda la stessa liaison amorosa: la ‘chiusura’ dell’amata nello spazio domestico non può più diventare, per un amante elegiaco dimentico della frequente condizione di exclusus amator in cui è costretto a versare, garanzia paradossale di fides da parte della donna. La furtiva Venus del poeta non tentenna più nell’identificarsi senza ripensamenti passatisti con lo spazio urbano e la sua vita galante.
Il ‘trionfo’ di questa compiuta appropriazione della dimensione urbana da parte del mondo elegiaco si celebra, come è noto, nel primo libro dell’ Ars amatoria , nella sezione dedicata all’ inventio della ‘preda’ amorosa ( Ars 1, 41-264). La lista dei  ‘luoghi di caccia’, ricca di dettagli topografici, offerta in Ars 1, 67-78 ad uso degli uomini, viene riproposta quasi negli stessi termini, nel terzo libro, al pubblico femminile 303 .
Inutile soffermarsi sull’evidente consacrazione di Roma come luogo dell’amore libertino all’interno del poema erotico-didascalico: essa non potrebbe essere più esplicita là dove ( Ars 1, 51-52) si raccomanda al giovane in cerca di avventure di non spingersi oltre le mura della città (le uniche eccezioni si rintracceranno, più avanti, a Baia e nel tempio suburbano di Diana) 304 , visto che Roma offre già quanto di meglio si potrebbe desiderare (vv. 51-60) – inutile, dunque, intraprendere a tal fine una longa... via (v. 52) 305 . Non sfugga peraltro come la consacrazione forse più incisiva della compenetrazione tra Roma, amore elegiaco e vita galante, che ritorna nell’ Ars pochi versi più avanti rispetto a quelli citati (v. 60: mater in Aeneae constitit urbe sui ), si ritrovava già nell’elegia degli Amores che meglio di qualunque altra aveva aperto la via all’esperimento letterario dell’ Ars , Ov. Am. 1, 8, (vv. 39-42), l’elegia della lena :

Forsitan inmundae Tatio regnante Sabinae

    noluerint habiles pluribus esse viris;

nunc Mars externis animos exercet in armis,

    at Venus Aeneae regnat in urbe sui.

 

Il punto focale di tale immagine, quello su cui inevitabilmente si è appuntato l’interesse degli esegeti, è costituito dal nodo inestricabile con cui l’amore elegiaco è legato a Roma, anzi alla stessa romanità incarnata dalla figura di Enea, con i suoi ovvi ‘risvolti augustei’ 306 . Nelle parole della lena si celebra lo scioglimento di un nodo irrisolto dell’elegia tibulliana, ma soprattutto properziana: le remore o, se si preferisce, la diffidenza nei confronti degli aspetti della modernità incarati nella ‘vita galante’ della metropoli. Il polo  verso il quale la poesia properziana manifestava insieme attrazione e paura – la vita galante cittadina con le sue tentazioni ‘centrifughe’ rispetto alla monogamia elegiaca – viene ora identificata da Ovidio con l’amore elegiaco stesso: la riconciliazione dell’elegia con lo spazio dell’ Urbs non potrebbe essere più completa 307 .

5.3 Viaggio e movimento nell’elegia erotica ovidiana

5.3.1 Gli Amores : verso una retorica ‘aperta’ dello spazio

Per compiere un passo in avanti nell’analisi delle strutture spaziali dell’elegia erotica ovidiana, sarà il caso di interrogarsi ora riguardo al trattamento subito dal tema del viaggio a partire dagli Amores , per passare poi all’ Ars amatoria , non senza una postilla riguardante i Remedia amoris .

All’interno degli Amores , tra le numerose variazioni sul tema, la più ‘ortodossa’, da molti punti di vista, è costituita dal viaggio di Corinna (Ov. Am. 2, 11) 308 . In primo luogo, l’elegia risponde estensivamente alle forme della ‘generic composition’ individuate da Francis Cairns: si tratta di un propemptikón (carme di buon viaggio) che include, dal v. 43 in poi, un prosphonetikón (componimento per il ritorno di un viaggiatore). Tale inclusione, argomenta Cairns, se pure non normativa per il genre del propemptikón , (non si rinviene, ad es., in Prop. 1, 8), doveva però occorrere abbastanza spesso: almeno un augurio o comunque un’allusione al ritorno doveva essere topica nei componimenti odeporici, e “può dunque essere che l’inclusione di un prosphonetikón all’interno di un propemptikón costituisca, nella formula di quest’ultimo, un’alternativa in sostituzione di una allusione topica al ritorno” 309 .
In secondo luogo, ‘ortodosso’ rispetto alle convenzioni elegiache appare il tema del rifiuto del viaggio in quanto motivo di separazione tra gli amanti. Ma in verità a quest’ultimo motivo è ispirato, di fatto, soltanto lo schetliasmós iniziale 310 , mentre lo sviluppo del componimento dimostra una semplice adesione allo sviluppo canonico del sotto-genere propemptikón , non esclusi gli auguri di buon viaggio e la prefigurazione della scena del ritorno 311 .

Se in 2, 11 Ovidio aveva scelto di ripercorrere i modelli retorici o comunque topici del propemptikón , tenendosi sostanzialmente vicino ai più tradizionali atteggiamenti elegiaci nei confronti dello spazio ‘esterno’ della navigazione, nell’ altra elegia del viaggio all’interno degli Amores , ovvero 2, 16, il gusto della variazione e dell’incrocio tra spunti topici differenti porta ad una rielaborazione delle coordinate spaziali in relazione alla vicenda amorosa a dir poco sorprendente.

La situazione iniziale dell’elegia ci presenta Ovidio nella città natia, Sulmona, le cui laudes occupano la prima parte del componimento (Ov. Am. 2, 16, 1-10). Il distico rappresentato dai vv. 11-12 introduce ex abrupto in questo luminoso quadro campestre sia l’elemento erotico, sia quello che sarà d’ora in poi il tema dominante dell’elegia – la lontananza tra gli amanti:

At meus ignis abest. verbo peccavimus uno!

    quae movet ardores est procul; ardor adest.

 

In uno studio dedicato soprattutto alla struttura dell’elegia in suddetta, Lenz ha argomentato che da questo distico di sapore e struttura epigrammatica Am . 2, 16 si sviluppa in due direzioni: senza l’amata, al poeta sarebbe sgradito persino stare in cielo; con lei, sarebbe disposto ad andare dappertutto 312 .
Al livello sintagmatico, per quanto riguarda la successione dei temi e la loro simmetrica rispondenza reciproca, l’elegia presenta senz’altro una struttura più complessa 313 , tuttavia la lettura di Lenz individuava già con efficacia il nodo centrale intorno a cui essa si dipana: la ‘costruzione’ dello spazio in relazione all’etica amorosa.

A tal fine Ovidio fa confluire nel testo una quantità impressionante di suggestioni  intertestuali, provenienti non solo dall’elegia romana, ottenendo il risultato solo in apparenza paradossale di riscrivere dalle fondamenta, in modo ormai di fatto indipendente dai modi, o dovrei dire dalle ossessioni elegiache, le coordinate spaziali in cui la sua liaison amorosa si iscrive.

Innanzitutto, Sulmona. Qui si colloca l’ io poetico mentre l’amata è lontana. Già i versi incipitari, influenzati dalla topica dell’ enkómion chóras 314 , presentano lo spazio della terra dei Peligni come tutt’altro che periferico o sgradevole: la città di Roma è del tutto assente. L’Abruzzo rappresenta il centro a partire dal quale cui la voce poetica misura, dai vv. 11-12 in poi, la distanza dell’amata, e in cui, nella perorazione finale, il poeta invita la donna a raggiungerlo (Ov. Am. 2, 16, 47-52). Con una prima, evidente, libertà rispetto alle rigide convenzioni elegiache, il centro gravitazionale della vicenda amorosa viene traslato dalla metropoli al luogo natale del poeta 315 .
L’affrancarsi di Ovidio dai canoni topici del genere ha stimolato le più diverse interpretazioni biografistiche dell’elegia, secondo il presupposto per cui ciò che non è topico deve avere una peculiare origine nella vita del poeta. Brandt, cogliendo peraltro giustamente il rapporto tematico tra questa elegia e la già discussa Am. 2, 11, immagina che la lontananza di Corinna sia dovuta proprio al viaggio per mare di cui il poeta aveva già cantato in quella elegia, e fa di 2, 16 di fatto un’appendice di 2, 11: al propemptikón seguirebbe dunque un kletikòn hýmnon , una ulteriore ed accorata richiesta di ritorno 316 . Per parte propria, Della Corte reagisce all’interpretazione di Pöschl, fondata principalmente sull’analisi dei topoi letterari confluiti nell’elegia in esame, proponendo che esa non si rivolga a Corinna, bensì alla prima moglie di Ovidio, la quale, per via della propria infertilità, avrebbe avuto uno screzio col marito mentre i due si trovavano presso i rura paterna del poeta, e per questo si sarebbe ritirata a Roma 317 .

A questo punto dell’indagine, sarà forse più fruttuoso tornare ai motivi letterari e alla loro variazione e combinazione, partendo dalla suddivisione dell’elegia nelle quattro sezioni individuate dal Pöschl:

  1. 1.Assenza dell’amata. La florida Sulmona è una sede insopportabile, ma lo sarebbero anche le sedi degli dèi (vv. 1-16); 

  2. 2.Presenza dell’amata. Dummodo cum domina, persino i viaggi più spaventosi sarebbero graditi al poeta (vv. 17-32); 

  3. 3.Ancora assenza dell’amata. Senza di lei persino Sulmona somiglia ai luoghi più orridi; 

  4. 4.Presenza (prefigurata) dell’amata. Sulmona diverrebbe il luogo del loro amore. 

La situazione iniziale (il poeta in campagna invita qualcuno a raggiungerlo) è già, come osserva giustamente Pöschl,  un tema oraziano, ma tanto in  Hor. Carm. 1, 7 quanto in 3, 29 l’invito è rivolto ad amici (rispettivamente Munazio Planco e Mecenate), dunque del tutto estraneo ad un contesto erotico. La ricchezza dei riferimenti tematici dell’elegia è scandagliata più compiutamente dal commento di McKeown 318 , il quale richiama innanzitutto, giustamente, le ‘elegie della lontananza’ di Tibullo e Properzio (Tib. 1, 3 e Prop. 1, 17). In entrambi i casi, però, ci trovavamo dinanzi allo schema usuale della costruzione elegiaca dello spazio: la sede della domina , e sede degli amori della coppia, rimaneva a Roma, mentre il poeta-amante se ne era colpevolmente allontanato, pagandone il fio. In Ov. Am. 2, 16, invece, è il poeta a trovarsi fuori Roma, eppure in uno spazio perfettamente conciliabile con l’amore elegiaco, mentre è la donna a viaggiare. Né alla condizione di Ovidio si confanno motivi quali quello del rifugio nel rus visto come remedium amoris 319 , o come luogo in cui l’amata può almeno stare al riparo dalla corruzione cittadina (vd., ad es., Prop. 2, 19). La memoria letteraria di Ovidio potrebbe collocarsi invece all’incrocio fra diverse suggestioni provenienti dal Corpus Tibullianum , ma tra di loro discordanti, e tuttavia sembra non identificarsi con nessuna di queste. In primo luogo, lo stesso McKeown richiama le elegie ‘rustiche’ di Tibullo, nelle quali il poeta desidera vivere con la donna in una campagna idillica (ma mai connotata topograficamente), tutavia, come abbiamo verificato in precedenza 320 , la prospettiva dell’unione tra gli amanti nel mondo campestre rimane nell’àmbito del sogno irrealizzato: nella poesia tibulliana l’ io poetico non si presenta mai, come in Ov. Am. 2, 16, come effettivamente residente in campagna, e, tantomeno, da lì invita una domina in viaggio a raggiungerlo. Un altro scenario tibulliano confrontabile potrebbe individuarsi in Tib. 2, 3, dove Nemesi risulta quasi reclusa in campagna, ‘strappata’ dalla città e dunque all’amore di Tibullo, o ancora nelle pseudo-tibulliane Ps.-Tib. 3, 14 e 3, 15, in cui l’ io poetico di Sulpicia dapprima lamenta di essere costretta a passare il proprio compleanno ad Arezzo, lontana dal suo Cerinto, e poi annuncia di aver ottenuto di rimanere a Roma 321 .

Eppure il termine di raffronto più interessante per la nostra elegia ci potrà venire da un testo che apparentemente offre un parallelo stringente con la situazione ovidiana: la decima ecloga di Virgilio, nella quale Gallo, poeta-amante elegiaco, si rifugia nello spazio non-urbano, addolorato per la lontananza dell’amata.  Proprio le profonde differenze che separano Ovidio da quel modello ‘fondante’ per la concezione elegiaca dello spazio ne mostreranno la distanza dall’intera tradizione elegiaca che da quel paradigma, per molti versi, discendeva.

Gallo è stato abbandonato da Licoride, il cui viaggio per terre lontane e inospitali implica la prospettiva del tradimento e del discidium . La ‘fuga’ del poeta nello spazio rarefatto delle selve, gravido di significati metaletterari 322 , non costituisce che un tentativo di salvarsi dalla pena amorosa ‘elegiaca’ nel mondo bucolico, e insieme, come abbiamo suggerito in conclusione del capitolo 3, di sfuggire alla propria stessa vita dedita al ‘duro Marte’, alle campagne militari.
Viceversa, in Ov. Am. 2, 16 non ricorre alcun elemento direttamente riconducibile ad un viaggio della donna . Il poeta esordisce presentando se stesso a Sulmona, e il me tenet del verso incipitario (ripreso al v. 34, quando la scena ritorna nei rura paterna dell’Abruzzo) indica, se non “un soggiorno forzato” 323 , almeno la lontananza dalla dimora usuale – che le convenzioni elegiache, non si dimentichi, volevano collocata a Roma. Lo svolgimento argomentativo dell’elegia mostra una propria coerenza, seppure non particolarmente perspicua, se immaginiamo che l’unico ‘viaggiatore’ cui si faccia riferimento sia Ovidio stesso. Egli è trattenuto nella terra natale, lontano da Roma (v. 1: me tenet ); se anche fosse trasportato (v. 13: ponar ) tra gli dèi, senza la donna non lo vorrebbe; siano maledetti i costruttori delle longae... viae (che l’hanno portato a Sulmona, v. 17); o almeno fosse stato dato al poeta di percorrere tali strade insieme alla sua donna: in questo caso anche le destinazioni più disagevoli, e persino un naufagio, sarebbero sarebbero stati tollerabili (vv. 18-32; al v. 17 si auspica che le puellae siano iuvenum comites nei viaggi, e non viceversa); ma, avendo il poeta raggiunto Sulmona senza la fanciulla amata, persino il viaggio in un luogo così ameno si trasfigura in un esilio nelle terre più orride (vv. 33-40). Eloquente, in tal senso, lo spergiuro rimproverato alla donna ai vv. 41-46: ella aveva giurato al poeta di essergli sempre comes , termine che, dopo il citato v. 17, ritiene molto della propria connotazione come ‘compagno di viaggio’, e invece l’ha lasciato partire solo – da qui l’invito a raggiungerlo (vv. 47-52).
Se dunque la prima parte della nostra analisi era incentrata sullo statuto di Sulmona intesa come rus , appare adesso più produttiva una chiave di lettura fondata sul tema del viaggio , della lontananza 324 . Su questo piano le ‘novità’ di Ov. Am. 2, 16 rispetto alla tradizione elegiaca risultano più profonde di quanto non apparisse in precedenza.

Inizieremo col dire che in 2, 16 il poeta-amante viaggia. Nulla di insolito, in ambito elegiaco, non fosse che per il fatto che sino ad Ovidio l’innamorato che ha intrapreso un viaggio, allontanandosi da Roma e dalla puella , è cosciente di avere così abbandonato lo spazio dell’ eros , pagandone lo scotto (vd. Tib. 1, 3 o Prop. 1, 17). Oppure ha deliberatamente abbandonato, con Roma, la propria scelta esistenziale (vd. Prop. 2, 31). Le cose non stanno così per il protagonista di 2, 16. In linea con le convenzioni del genere suona la topica invettiva pronunziata ai vv. 15-16 contro le longae viae ( iunctura questa che abbiamo imparato a riconoscere come marca ricorrente di una precisa ossessione elegiaca) e i loro costruttori:

Solliciti iaceant terraque premantur iniqua,

    in longas orbem qui secuere vias!

 

Molto meno lo è la ‘conciliazione’ con esse proposta ai versi seguenti (vv. 17-18):

Aut iuvenum comites iussissent ire puellas,

    si fuit in longas terra secanda vias!

 

La prospettiva del viaggio, persino nei suoi aspetti più ‘orridi’, viene recuperata all’orizzonte elegiaco a patto che l’unione tra gli amanti si perpetui anche durante il suo svolgimento 325 . Il che implica la perdita, da parte dello spazio ‘interno’ di Roma, del proprio statuto di dimensione esclusiva dell’esperienza amorosa: a differenza di Tibullo in Feacia, o di Properzio in balia della tempesta in 1, 17, Ovidio non desidera il ritorno; a differenza del Properzio in rotta per Atene, egli non rinuncia all’ eros . Semplicemente, pur dopo aver raffigurato il proprio spostamento nei termini di un vero e proprio viaggio – si veda la maledizione alle longae viae , oltre all’intera sezione dedicata a viaggi ben più disagevoli di quello da lui compiuto (vv. 19-32) –, conclude l’elegia prefigurando la ricreazione dell’armonia tra gli amanti in uno spazio diverso da quello canonico della metropoli 326 .
Considerato che l’ipotesi più economica per la ‘localizzazione’ della puella in Am. 2, 16 rimane quella di immaginarla ancora a Roma – il testo non offre segnali che vadano in una direzione diversa –, il rimprovero rivolto dal poeta nella conclusione del componimento suona particolarmente paradossale 327 : in ultima analisi, ella è rimbrottata per non aver voluto allontanarsi da Roma. Questo ruolo di ‘accompagnatrici’ era stato assunto sia da Licoride, sia da Nemesi e Cinzia 328 , ma qualcosa di importante è avvenuto: nella tradizione dell’elegia latina l’amante accompagnato in viaggio per horrida castra , o nei rura , o nella gelida Illiria, era il dinamico rivale dell’amante elegiaco, il quale rimaneva invece prigioniero dalla propria desidia .
A venir messo in crisi, dunque, non è solo – e forse non è principalmente – il ruolo centrale della città di Roma nella strutturazione delle coordinate spaziali elegiache, bensì l’intero sistema di opposizioni sulla scala ‘interno vs. esterno’, staticità vs. dinamicità. Nella poesia ovidiana, come ha argomentato nel modo più convincente Labate parlando di ‘retorica della contiguità’ e di ‘riconciliazione’ dell’elegia con la società, si allenta la tensione di fondo del Lebenswahl , la tensione da cui scaturivano e si alimentavano, oltre alle mille contrapposizioni di cui si sostanzia l’‘ideologia elegiaca’, anche tali forme di polarizzazione simbolica dello spazio 329 .

L’amante ovidiano, già negli Amores , e in modo ancor più evidente nell’ Ars , se da una parte vive oramai la dimensione dell’ urbanitas senza più contraddizioni, dall’altra, non più soggetto alla schiavitù della desidia ed alla dimensione totalizzante dell’ eros , paradossalmente non avverte più il bisogno di ‘chiudere’ il proprio universo spaziale negli angusti confini dei moenia cittadini.

Viene così pienamente recuperato all’elegia erotica un tema sin qui dotato di un perimetro limitato e problematico: l’offerta da parte dell’amante di affrontare qualunque viaggio per raggiungere l’amata o per non lasciarla sola 330 . Le tracce di tale motivo si potrebbero al più ravvisare nel contesto didascalico dell’elegia tibulliana di Priapo (Tib. 1, 4, 41-46: in questo caso si tratta di un puer ), nell’elegia properziana del viaggio (e del naufragio) degli amanti (Prop. 2, 26b), o ancora nelle elegie della rusticatio forzata come Tib. 2, 3 o Prop. 2, 19, in cui il poeta è costretto ad un trasferimento cui si mostra, almeno all’inizio, restio. Da qui muove probabilmente Prop. 3, 16, laddove sull’ iter notturno per raggiungere Cinzia a Tivoli si addensano foschi presagi di morte 331 . In continuità con tale filone possiamo collocare l’elegia ovidiana del fiume, Ov. Am. 3, 6, in cui troviamo una singolare combinazione del motivo properziano della ‘convocazione fuori porta’ con quello del παρακλαυσίθυρον .
Il poeta sta raggiungendo la sua donna in un luogo imprecisato, ma evidentemente fuori dalle mura della città, dato che la sua via è impedita da un torrente in piena. L’occasione viene messa a frutto per rivolgere al rigagnolo una vera e propria supplica, del tipo di quella rivolta allo ianitor in Ov. Am. 1, 6, la quale a sua volta costituiva, secondo Copley, una variazione un po’ stanca del motivo prettamente romano della supplica alla porta personificata 332 . La peroratio ovidiana si trasforma ben presto in un catalogo mitologico erudito, culminante nella storia di Ilia e del fiume Aniene 333 . È evidente come Ovidio, con l’enfatizzare la tensione ‘dinamica’ e le difficoltà del suo iter anche tramite il ricorso alla memoria mitica di Perseo e dell’infaticabile viaggiatore Trittolemo (Ov. Am. 3, 6, 9-16), ci offra con questa elegia un altro esempio della propria retorica dello spazio, ormai lontanissima dalla staticità elegiaca e dai suoi significati esistenziali. Forse qualche suggestione in più potremmo derivare dalla proprio lettura dell’elegia come estrema variazione del motivo dell’ exclusus amator .
Va da sé che tale motivo mantiene la propria salda presenza nell’elegia ovidiana, soprattutto come rimando ad un τόπος divenuto una vera e propria marca di genere per l’elegia latina 334 , mentre la lettura dedicata da Copley ad Am . 1, 6, ne denuncia la mancanza di pathos e la natura “imitativa ed arcaistica”, venata da esagerazioni parodiche 335 . Eppure, come abbiamo avuto occasione di dire, il ruolo-chiave del παρακλαυσίθυρον nella poesia elegiaca inteso come simbolo della condizione esistenziale dell’innamorato consisteva proprio nella sua capacità di simbolizzare lo ‘scacco’ esistenziale subito da quest’ultimo, i vincla che lo tengono legato ad uno spazio, quello dei limina dell’amata, che non è quello del possesso pieno ed appagante, ma da cui tuttavia non può allontanarsi: un simbolo di quell’immobilità proveniente dalla desidia . Il fatto che in un’elegia come Am. 3, 6 la supplica dell’innamorato (elemento che rimanda direttamente alla topica della vigilatio ad clausas foras ) sia giocosamente rivolta ad una sorta di custos inanimato che impedisce il viaggio dell’amante fino alla donna, coincide con una sorta di rovesciamento dei significati simbolici del παρακλαυσίθυρον : non più una tensione ‘centripeta’, destinata a rimanere insoddisfatta e dunque emblema della desidia dell’innamorato, bensì una spinta dinamica, ‘centrifuga’, arrestata solo per il momento da un impedimento fisico contingente 336 .
L’elegia degli Amores in cui forse la rifondazione ovidiana delle categorie fondamentali dell’elegia latina si esprime nel modo più compiuto è Am. 1, 9, nella quale “il rovesciamento della tradizione elegiaca è naturalmente operato da Ovidio in piena, esibita consapevolezza: si trattava di contraddirla in un punto fondamentale, l’atteggiarsi a poeta maledetto, prigioniero compiaciuto della nequitia 337 . Non è difficile dimostrare come in un componimento così importante dal punto di vista ideologico la retorica dello spazio giochi un ruolo fondamentale: tutta la sezione centrale del lungo parallelo tra amante e soldato è occupata dall’assimilazione alla nuova etica erotica ovidiana delle categorie spaziali elegiache (vv. 7-20):

Pervigilant ambo; terra requiescit uterque –

    ille fores dominae servat, at ille ducis.

militis officium longa est via; mitte puellam,

    strenuus exempto fine sequetur amans.

ibit in adversos montes duplicataque nimbo

    flumina, congestas exteret ille nives,

nec freta pressurus tumidos causabitur Euros

    aptaque verrendis sidera quaeret aquis.

quis nisi vel miles vel amans et frigora noctis

    et denso mixtas perferet imbre nives?

mittitur infestos alter speculator in hostes;

    in rivale oculos alter, ut hoste, tenet.

ille graves urbes, hic durae limen amicae

    obsidet; hic portas frangit, at ille fores.

 

Il passaggio si apre e si chiude con due riferimenti al motivo dell’ exclusus amator , ma resta sostanzialmente incentrato sul tema del viaggio, e più precisamente della longa ... via (v. 9): quest’ultima conserva i topici connotati negativi che la tradizione elegiaca aveva fissato per lei, ma proprio in virtù di questi si trasforma da simbolo del rifiuto elegiaco dello spazio esterno, e dunque della vita attiva del cittadino-soldato, in emblema di un ethos amoroso fondato sulla dinamicità, divenuto ormai paragonabile alla vita militare anche da questo punto di vista 338 . Come abbiamo notato, in Am. 2, 11 il viaggio di Corinna era dapprima avversato, quindi, senza particolare pathos , accettato in conformità alle regole della topica del propemptikón ; in Am. 2, 16 il trasferimento di Ovidio a Sulmona veniva accettato come evento traumatico, ma ‘rimediabile’ tramite un analogo spostamento dell’amata; e nell’elegia del torrente, Am. 3, 16, l’ iter campestre di Ovidio è giustificato dalla necessità di raggiungere l’amata. Quando in Am. 1, 9 il viaggio diviene addirittura marca identificatrice dell’amore elegiaco, siamo ormai solo ad un passo dai precetti di Ars 2,  223-250, in cui la disponibilità a muoversi viene prescritta a chiunque cerchi di realizzare il modello, di ormai lontana origine elegiaca, del perfetto amante 339 .
Ma, prima di giungere all’approdo didascalico della retorica ovidiana dello spazio, sarà opportuno completare il quadro relativo agli Amores , mostrando come già nella prima silloge poetica ovidiana lo sfaldarsi della compattezza dell’universo spaziale elegiaco – finora saldamente costruito su una raggiera di opposizioni polari aventi come centro la città di Roma in quanto sede dell’amata – riguardi a più livelli la costruzione dello spazio data dal Sulmonese. A partire dalla rimozione della diffidenza nei confronti delle ‘gite fuori porta’: quei viaggi nei sobborghi nelle vicinanze di Roma che in elegie come Prop. 2, 32 o 4, 8 la domina compieva da sola, aprendo con la propria fuga dallo spazio urbano dell’amore elegiaco prospettive (anche assai concrete) di infedeltà, quelle stesse escursioni ora Ovidio le compie con la propria donna, che però è ormai, in Am . 3, 13, la moglie 340 .
Anche sul rapporto con l’Egitto ci si potrà soffermare brevemente, pur limitandoci alla poesia elegiaca degli Amores . Inutile ricordare come per la cultura romana del I sec. a.C. esso abbia rappresentato un referente insieme culturale e politico con cui confrontarsi inevitabilmente 341 , ed è noto il ruolo che, specialmente dopo Azio, l’Egitto assume nella propaganda augustea. Per questi motivi le lodi di Tibullo al Nilo e al dio egiziano Osiride all’interno dell’elegia per il compleanno di Messalla (Tib. 1, 7, 23-54) hanno sviluppato un vivace dibattito critico, in cui la scelta di ‘lodare’ l’Egitto è stata ricollegata, volta per volta, all’influsso della poesia celebrativa di Callimaco 342 ; ad una strategia encomiastica nei confronti di Messalla che passa attraverso un accostamento con il dio Osiride (quasi un’apoteosi poetica) 343 ; ad una volontà di rendere omaggio alla politica egiziana di Augusto 344 ; o piuttosto ad un atto di libertà del poeta legato al circolo di Messalla Corvino nell’ignorare il ‘ tabù politico’ dell’Egitto 345 . Anche l’altra menzione tibulliana dell’oriente egiziano (quella dei riti isiaci in 1, 3, 23-32) ha attratto l’attenzione degli studiosi, in quanto l’invocazione alla dea per la propria salvezza segue immediatamente una dichiarazione di scetticismo sull’efficacia dei rituali di Iside praticati da Delia, ed essa appare in contrasto – forse ironico – con i riferimenti presenti nel testo alla religiosità romana 346 , tanto da generare il sospetto che in Tib. 1, 3 si manifesti una vera e propria ostilità nei confronti dei culti orientali così à la page nella Roma contemporanea 347 . Sul versante properziano, chiara risulta l’adesione alla propaganda anti-egiziana augustea nella notissima elegia ‘aziaca’ (vd. Prop. 3, 11, 29-72), ma non si dimentichino le motivazioni tutte ‘personali’ del divertito risentimento del poeta contro il culto egiziano di Io (Prop. 2, 33, 1-22). Qui lo spunto tibulliano (vd. Tib. 1, 3, 25-26) della diffidenza verso culti che prescrivano periodi di castità rituale viene ampliato ed esplicitato, generando una diretta invettiva contro la stessa terra nilotica, che arrivano a toccare il nodo scoperto del contrasto Roma-Egitto (Prop. 2, 33, 20: cum Tiberi Nilo gratia nulla fuit ).
Niente dell’ambiguità tibulliana né dell’ostilità properziana sopravvive nelle due menzioni dell’Egitto all’interno degli Amores . Le preghiere rivolte ad Iside in Am. 2, 13 da un Ovidio preoccupato per la salute di Corinna non sembrano velate dallo scetticismo o addirittura dalla celata polemica di Tib. 1, 3: il culto di una delle principali divinità egiziane è adottato senza alcun grado di problematicità, e ad esso non è accostata alcuna divinità quiritaria – come Lucina – bensì la greca Ilizia 348 . Il Nilo citato in Am. 3, 6, 39-42 come nume fluviale innamorato convive a pochi versi di distanza dal ‘romano’ Aniene assai meglio di come come Properzio gli avesse permesso di fare col Tevere in 2, 33, 20. Ed in Am. 2, 2, 25-26 nel tempio di Iside, come nei teatri, si celebrano i riti mondani degli incontri galanti di cui il poeta viveur si compiace, e verso cui invita il custos Bagoo ad essere tollerante. Il culto egiziano alla moda è ridotto a semplice pretesto per convegni furtivi: la poesia ovidiana è lontana abbastanza dal trauma delle guerre civili da poter obliterare tutte le tensioni simboliche ad esso collegate, ed assimilarlo alla propria retorica dell’ urbanitas .
Anche sul piano dell’uso simbolico della metafora della navigazione il confronto con Properzio mostra la relativizzazione delle simbologie spaziali elegiache. Su tale tema avevamo concluso il nostro capitolo properziano, indicando come il viaggio del poeta verso Atene in Prop. 3, 21 divenisse il suggello dell’allontanamento dallo spazio dell’amore, e dunque del discidium definitivo; e come, su un diverso piano di astrazione, in Prop. 2, 24, 15-18 l’immagine dell’approdo della nave al porto rappresentasse la conclusione simbolica del viaggio del poeta fuori dall’ ethos elegiaco, e il suo votarsi alla Bona Mens . Appressandoci alla fine della raccolta ovidiana in tre libri degli Amores , leggendo quella che si presenta come l’elegia ovidiana del discidium , ovvero Am. 3, 11, il testo ci dà l’impressione (surrogata da un preciso rapporto intertestuale) di trovarci di fronte allo stesso ‘viaggio’ metaforico dell’ultima elegia del terzo libro di Properzio (Ov . Am. 3, 11, 29-30) 349 :

Iam mea votiva puppis redimita corona

    lenta tumescentes aequoris audit aquas.

 

Se non che, già in porto e con la poppa inghirlandata per il festoso ormeggio alle sponde della guarigione dall’amore, la nave di Ovidio subisce solo tre versi dopo un inatteso ‘dirottamento’ (vv. 33-38). L’amante ha cambiato idea, la bellezza della donna lo richiama dalla sua fuga (v. 37: nequitiam fugio – fugientem forma reducit ). La nave si diriga ora piuttosto, a vele spiegate, verso l’amore della donna (vv. 51-52):

Lintea dem potius ventisque ferentibus utar,

    ut, quam, si nolim, cogar amare, velim.

 

Di fronte al repentino mutamento di tono tra le due sezioni dell’elegia, non è mancato chi abbia diviso la tràdita 3, 11 in due elegie distinte (a partire dal v. 33, appunto) 350 . Ma piuttosto che davanti all’errore di un copista ci troveremo più probabilmente davanti alla volontà ovidiana di variare, svuotandola di pathos , l’ultima espressione properziana di quella retorica ‘chiusa’ dello spazio che aveva caratterizzato il genere elegiaco 351 .

5.3.2 L’ Ars amatoria : una grammatica dell’ eros ‘dinamico’

Il naturale approdo della presente analisi è costituito dall’ Ars amatoria , laddove, come già anticipato, è possibile vedere la nuova retorica ovidiana degli spazi ‘esterni’ farsi una grammatica, divenire prescrittiva.

Come ribadito più volte dalla letteratura critica, il discrimine di fondo tra l’innamorato elegiaco e il suo doppio didascalico consiste nel ribaltamento dell’atteggiamento passivo dell’amante elegiaco in quello attivo del doctus amator : il primo è preda della propria passione, è ostaggio della propria stessa desidia , irrimediabilmente (quanto orgogliosamente) non integrato con il modello di la vita attiva del cittadino romano; il secondo mira  a reggere le fila del gioco amoroso, ad acquisire i mezzi per poter gestire la storia d’amore 352 .
Al giovane del bel mondo romano che intenda fare esperienza dell’amore ‘elegiaco’ si richiede in primo luogo di andarsi a cercare l’oggetto del proprio desiderio. L’intera sezione dell’ inventio nel primo libro costituisce un invito all’attivismo, e si apre proprio sulla necessità della mobilità anche solo per individuare preliminarmente l’oggetto della ‘caccia’ amorosa ( Ars 1, 45-48) 353 :

Dum licet, et loris passim potes ire solutis,

    elige cui dicas ‘tu mihi sola places.’

haec tibi non tenues veniet delapsa per auras:

    quaerenda est oculis apta puella tuis.

 

In questo stadio, come abbiamo ricordato 354 , l’àmbito delle peregrinazioni del giovane in cerca di amori è esplicitamente limitato all’ Urbs ed alle sue dirette dipendenze: non è necessario intraprendere una longa via per trovare quanto a Roma è presente in abbondanza  ( Ars 1, 51-60). Ma ciò non toglie che la metafora della mobilità, anzi, propriamente, del viaggiare, impronti di sé ad un livello profondo e pervasivo l’intero poema, giacché questo è attraversato sin dal proprio incipit dall’immagine ricorrente e, direi, unificante dell’amore come viaggio, ovvero navigazione o corsa di un carro. Per i molti esempi ravvisabili, riporteremo qui solo i primi versi dell’opera ( Ars 1, 1-8) 355 :

Siquis in hoc artem populo non novit amandi,

    hoc legat et lecto carmine doctus amet.

arte citae veloque rates remoque moventur,

    arte leves currus: arte regendus amor.

curribus Automedon lentisque erat aptus habenis,

    Tiphys in Haemonia puppe magister erat:

me Venus artificem  tenero praefecit Amori;

    Tiphys et Automedon dicar Amoris ego.

 

Anzi, la stessa poesia del didaskalos amoroso è continuamente messa in relazione al medesimo campo metaforico, con un effetto di evidente analogia nei confronti dell’oggetto della didassi stessa 356 .
Nonostante il secondo libro dell’ Ars riguardi le tecniche per mantenere l’amore della donna già conquistata, proprio in esso troviamo, all’interno della sezione dedicata all’ obsequium , un passaggio che rappresenta, in rapporto diretto con Amores 1, 9, la più compiuta enunciazione della risemantizzazione ovidiana delle categorie spaziali elegiache 357 – si tratta di Ars 2, 223-250 358 .

Nei versi citati il didaskalos raccomanda al proprio discepolo di mostrare la propria sollecitudine verso l’amata mostrandosi pronto ad affrontare qualunque tipo di viaggio o di spostamento per raggiungerla o per accompagnarla. Ma da un’analisi più dettagliata del passaggio emerge come gli itinera prescritti da Ovidio rimandino direttamente ed esclusivamente – attraverso precise dinamiche intertestuali – alle non molte forme di mobilità di cui l’amante desidiosus aveva fatto esperienza nella produzione elegiaca precedente.

I primi versi del passaggio ( Ars 2, 223-228) ci presentano un amante affaccendato ad accorrere in ogni angolo della città, incluso il Foro, emblema dello spazio pubblico e del negotium , con cui solo nell’ Ars amatoria l’etica erotica giunge ad una forma di conciliazione 359 :

Iussus adesse foro, iussa maturius hora

    fac semper venias, nec nisi serus abi.

occurras aliquo, tibi dixerit: omnia differ,

    curre, nec inceptum turba moretur iter.

nocte domum repetens epulis perfuncta redibit,
   tum quoque pro servo, si vocat illa, veni.

 

Dopo aver seguito attraverso elegie come Tib. 2, 3; Prop. 2, 19 e 3, 16; Ov. Am. 3, 6 la serie di variazioni sul tema del viaggio ‘tremendo’ verso l’amata in campagna o nelle cittadine del Lazio, non ci stupiremo di vedere prescritto anche al doctus amator ovidiano un percorso campestre molto simile, ed iperbolicamente disagevole ( Ars 1, 229-232) 360 :

Rure erit, et dicet ‘venias’; Amor odit inertes;

    si rota defuerit, tu pede carpe viam.

nec grave te tempus sitiensque Canicula tardet

    nec via per iactas candida facta nives.

 

Segue immediatamente una formulazione (più sintetica rispetto a quella di Am. 1, 9) dell’idea ovidiana della militia amoris come simbolo provocatorio della compatibilità tra l’ ethos dell’amante elegiaco e quello quiritario del cittadino-soldato (vv.  233-238):

Militiae species amor est. discedite, segnes.
   non sunt haec timidis signa tuenda viris;
nox et hiems longaeque viae saevique dolores
   mollibus his castris et labor omnis inest;
saepe feres imbrem caelesti nube solutum
   frigidus et nuda saepe iacebis humo.

 

Si è ritenuto che la selezione dei punti di contatto tra le due figure nel passaggio dell’ Ars corrisponda ad un minore impeto polemico contro la tradizionale visione dell’amante nel segno della nequitia 361 . Per parte mia, proporrei invece di individuare nel testo didascalico una strategia testuale precisa, rivolta ad accentuare i caratteri ‘spaziali’ e ‘dinamici’ (le longae viae coi loro disagi), in modo da creare una forte solidarietà tra i versi propriamente riferiti alla figura del   miles amoris e quelli immediatamente successivi e precedenti 362 . All’inserto dedicato alle viae del soldato, infatti, segue una duplice ripresa del tema principale, il dinamismo dell’amante: l’invito a penetrare nella casa dell’amata per l’ impluvium o attraverso una alta fenestra (siamo assai lontani dalla simbolica condizione di ‘stallo’ dell’ exclusus amator ), e l’ exemplum mitologico di Ero e Leandro, che avevamo già incontrato in Ov. Am. 2, 16, 31-32, l’elegia del ‘viaggio’ degli amanti 363 .
Come abbiamo visto, ciascuno degli elementi che costituiscono il brano didascalico, non esclusa la figura del miles amoris , affonda le proprie radici nella tradizione letteraria elegiaca, eppure la strategia testuale messa in atto mira, tramite un’accorta collezione dei τόποι che già in quella tradizione costituivano isolate aperture verso una concezione più dinamica dello spazio, a sovvertire – proprio per mezzo dell’alfabeto della topica elegiaca – il principio di ‘chiusura’ che aveva caratterizzato la costruzione simbolica elegiaca dello spazio prima degli Amores di Ovidio 364 .

5.3.3 Postilla: i Remedia amoris , ovvero l’ultimo rovesciamento

Soffermandoci sull’ Ars amatoria , abbiamo individuato il compimento di un processo i cui prodromi avevamo individuato negli Amores : esaurita ormai la tensione ideale che scaturiva dalla retorica elegiaca dell’esclusione, il poeta-amante degli Amores si ritrova libero dai vincoli che lo tenevano imprigionato a categorie spaziali anch’esse ‘esclusive’, chiuse, statiche. Per il doctus amator dell’Ars, poi, divenuto pienamente protagonista della propria vita sentimentale, l’orizzonte spaziale ‘aperto’ del viaggio diviene non solo una possibilità, ma una prescrizione identitaria: l’amante, per essere tale, deve essere sempre disposto a muoversi. La conquista dello spazio esterno è il presupposto per garantire successo alla conquista della puella .

Se non che, nell’ulteriore ‘postilla’ che Ovidio ha voluto aggiungere alla propria produzione elegiaca in diretta continuità (ed opposizione) con l’ Ars amatoria , ovvero nei Remedia amoris , quella che abbiamo definito la nuova retorica ovidiana dello spazio elegiaco viene completamente messa da parte; l’intero processo di rielaborazione delle categorie spaziali elegiache, le cui forme anche complesse abbiamo seguito nelle pagine precedenti, ignorato – in favore di un vero e proprio ritorno alle più ‘ortodosse’ simbologie spaziali elegiache.

Ai vv. 135 ss. dei Remedia , come è noto, si sviluppa la trattazione dell’ otium desidiosum ( Rem. 149-150):

Desidiam puer ille sequi solet, odit agentes:

    da vacuae menti, quo teneatur, opus.

 

In scoperta contrapposizione alla gnome esposta nel passaggio sopra discusso dell’ Ars amatoria sull’amante ‘dinamico’ ( Ars 2, 229: Amor odit inertes ), viene restaurata la polarità tra amore e desidia da una parte, bona mens ed attivismo dall’altra. La riattivazione, nella rappresentazione dell’amore elegiaco, della tensione antinomica di fondo propria della ‘retorica dell’esclusione’ ricostruisce l’intero sistema di opposizioni ideologiche ad essa collegato, e tramite questo la strutturazione polarizzata dello spazio. Il Foro, così ‘problematicamente’ recuperato all’ ethos elegiaco nell’ Ars amatoria torna luogo anti-elegiaco per eccellenza – ad esso spetta l’onore della prima menzione tra gli spazi che possono esorcizzare lo spettro dell’amore ( Rem. 151-152), seguito dallo spazio esterno delle campagne militari (vv. 153-154). La trasformazione di Egisto in adulter è stata dovuta all’impraticabilità di questi due spazi (vv. 163-168):

Pugnabant alii tardis apud Ilion armis:

    transtulerat vires Graecia tota suas.

sive operam bellis vellet dare, nulla gerebat:

    sive foro, vacuum litibus Argos erat.

quod potuit, ne nil illic ageretur, amavit.

    sic venit ille puer, sic puer ille manet.

 

Anche i rura riguadagnano la loro valenza ‘anti-erotica’, tornando a rappresentare, mercè uno stretto contatto (intertestuale, oltre che ideologico) con il mondo georgico virgiliano, il contraltare delle deliciae cittadine (vv. 169-198), e con essi le silvae , il luogo della caccia ( Rem. 199-208) 365 . Ma il culmine della sezione dei Remedia dedicata all’uso dello spazio è rappresentato, com’è ovvio, dalle longae... viae (vv. 213-248), dai viaggi nei quali non bisogna neanche voltarsi a guardare Roma, la sede perniciosa dell’amore elegiaco, dietro le proprie spalle (v. 223).
Il senso di tale ulteriore ribaltamento delle strutture simboliche dello spazio non può essere compreso se non leggendolo nel quadro più ampio dei rapporti tra i Remedia amoris e il suo precedente diretto, l’ Ars amatoria 366 . Il poemetto sui rimedi all’amore, in diretta e dichiarata opposizione alla precedente didascalica erotica ovidiana, assume l’amore – l’amore elegiaco – come idolum negativo. La sua strategia retorica è dunque inversa rispetto a quella dell’ Ars . Mentre quest’ultima proponeva, sulla scia degli Amores , una conciliazione, e addirittura una prospettiva di commensurabilità tra eros elegiaco e morale comune, i Remedia , al contrario, devono tornare ad una ‘retorica della separazione’ – se è vero che, anche al livello delle strategie retoriche, il primo passo per combattere un nemico è la sua ‘costruzione’ simbolica, e quest’ultima passa attraverso la definizione dell’identità reciproca attraverso un sistema di opposizioni. In questo quadro non desta stupore che vengano recuperate anche dal punto di vista delle simbologie spaziali le categorie elegiache che tra gli Amores e l’ Ars amatoria erano state così abilmente svuotate di tensione e significato, e poi persino mutate di segno: nella poesia di Tibullo o di Properzio, e poi ancora nella peculiare strategia simbolica dei Remedia amoris , tali categorie si presentavano come proiezione spaziale perfettamente coerente di un universo poetico, come è quello elegiaco prima della profonda revisione ovidiana, che si sostanzia a livello ideologico di tensioni ed antinomie laceranti.

Conclusioni

Il presente studio ha scelto come oggetto di indagine la costruzione simbolica dello spazio all’interno dell’elegia erotica augustea, ed in particolare il suo articolarsi intorno alle due tematiche fondamentali dello spazio urbano, connesso al motivo dell’ urbanitas inteso come ideale culturale e letterario, e del viaggio, motivo sviluppato in relazione alle sfere della guerra e della ricerca di lucro.

Le chiavi di lettura adoperate trovano un’intrinseca liceità in primo luogo in rapporto all’idea della centralità dell’ Urbs vista quale sede privilegiata, se non spesso esclusiva, dell’esperienza amorosa. Da tale centralità infatti scaturisce tanto il radicamento dell’ eros nel mondo cittadino (e in ultima analisi anche la riflessione poetica tibulliana sul non-urbano), quanto la pervasività del tema negativo della longa via , l’angosciosa prospettiva dello spazio esterno al ‘mondo chiuso’ degli amanti. Dal che deriva una contrapposizione di fondo tra interno ed esterno, proiezione speculare sul piano della costruzione simbolica dello spazio di quella ‘retorica esclusiva’ dell’elegia latina definita lucidamente da Labate 367 prima e da Conte poi 368 .

La scansione del lavoro è partita da un vaglio dei precedenti, greci e latini, della costruzione simbolica dello spazio nell’elegia augustea, condotto in un capitolo preliminare. In esso si è percorso dapprima, attraverso una carrellata di testi significativi della letteratura greca, l’evolversi dei rapporti tra ἄστυ e χώρα dalla realtà culturale della πόλις classica a quella della metropoli ellenistica, vero precedente dell’idea neoterica e poi elegiaca dell’ urbanitas considerata quale modello culturale. In una seconda sezione dello stesso capitolo introduttivo è stato affrontato il tema del dualismo città-campagna all’interno della cultura romana, affrontando il nodo delle contraddizioni tra l’ ‘acculturazione ellenistica’ della Roma repubblicana e l’arcaismo etico di stampo agrario proprio della mentalità quiritaria. Tra i ‘manifesti’ di quest’ultimo atteggiamento culturale, si sono analizzati testi come il proemio al De agri cultura di Catone, oltre che le prefazioni varroniane al secondo e al terzo libro del De re rustica , e passaggi-chiave del Cato maior ciceroniano. Anche tale sorta di ‘remora’ quiritaria nei confronti del mondo urbano, tale legame identitario con il rus , costituiscono infatti un presupposto fondamentale per comprendere molti aspetti controversi del trattamento elegiaco dello spazio.

Un secondo capitolo è stato dunque dedicato ad un precedente di assoluto rilievo della poetica elegiaca: il liber catulliano, in quanto anche dall’ottica delle simbologie spaziali tale raccolta precorre per molti versi il mondo elegiaco: nel panorama letterario latino è Catullo – o meglio l’intero milieu culturale neoterico – a compiere il passo definitivo nella direzione della ‘poetica dell’ urbanitas . Alla luce delle considerazioni svolte in precedenza, appare evidente la matrice squisitamente ellenistica di una tale operazione culturale. La città, il suo sistema di valori, i suoi raffinati riti sociali, i suoi canoni estetici, costituiscono il prerequisito irrinunciabile per l’esperienza sia amorosa sia letteraria di Catullo. E i due piani tendono a confondersi e a rispecchiarsi. Com’è risaputo, l’identità elegiaca di vita, eros e poesia affonda, per così dire, le sue radici più immediate nella produzione neoterica. Lo studio riavvicinato dei carmina catulliani ci permette di affermare che anche l’incarnazione di tale nodo letterario con il mondo urbano vada annoverato tra i lasciti del poeta veronese alla posterità elegiaca.

Dallo spoglio dell’intero liber la poesia catulliana è risultata più ‘libera’ e varia nell’elaborazione delle simbologie spaziali rispetto alla produzione elegiaca, legata a schemi più rigidi. Ad esempio, il poeta di Verona impiega ampiamente i temi della rusticitas e della barbarie in chiave scoptica – ne fanno le spese personaggi memorabili come il rustico Mamurra e il celtibero Egnazio –, molto più di quanto non faranno gli elegiaci. Per contrasto potremmo citare Tibullo, nella cui silloge la funzionalizzazione comica del contrasto tra urbano e non urbano sarà limitata quasi soltanto ad elegie come Tib. 2, 3 (in cui l’amante cittadino immaginerà – con effetti di humour – di farsi duro contadino), mentre, come è noto, ha molto più spazio il motivo dell’idealizzazione della campagna. A quest’ultimo tema pagano il loro tributo, in modi diversi, anche Properzio (si pensi a Prop. 2, 19, che pure deve molto proprio a Tib. 2, 3; o a Prop. 3, 13, con la sua dichiarata nostalgia ‘catoniana’ per la purezza della campagna di un tempo) e l’Ovidio degli Amores (vd. 2, 17). Nel complesso, la parodia della rusticitas appare uno degli elementi rielaborati nella fucina catulliana, ma alla fin dei conti scarsamente recepiti in àmbito elegiaco.

A conclusioni analoghe siamo giunti a proposito del tema del viaggio nel liber catulliano: la raffigurazione del mondo delle campagne militari in carmi come Cat. 10; 28; 29 oscilla tra un realismo crudo ed alquanto cinico, e residui di fascinazione per le ricchezze esotiche –soggetti che saranno di fatto quasi accantonati all’interno della rigida selezione elegiaca di temi e spunti poetici anteriori. Anche l’atteggiamento di Catullo nei confronti del proprio viaggio in e dalla Bitinia in testi come Cat. 46 (la partenza); 31 (il ritorno a Sirmione); 4 (il phaselos ) non risponde al dogma elegiaco del rifiuto del viaggio in relazione all’ ethos amoroso. Forse il precedente più diretto di quest’ultimo è riscontrabile in un carme come Cat. 45. Ma nel complesso siamo obbligati a concludere che il tema del rifiuto del viaggio non conosce ancora in Catullo quella sorta di ‘normatività’ fissata nella poesia elegiaca augustea, soprattutto se prendiamo in considerazione il gusto, condiviso all’interno del raffinato ‘circolo’ neoterico, per manufatti e luxury goods di provenienza esotica.

Il terzo capitolo del lavoro è stato dedicato al corpus tibulliano. Al suo interno una disamina delle singole elegie ha permesso in primo luogo di riesaminare la natura dei notissimi passaggi ‘idillici’ all’interno della poesia di Tibullo. Se infatti si considera il posizionamento dell’ io poetico, lo spazio in cui questo colloca se stesso nel momento in cui genera l’‘altro’ mondo, quello dell’evasione in un rus idealizzato, è possibile verificare come la persona poetica guardi sempre dall’esterno agli universi idillici che crea. Un’analisi dettagliata dei testi, non escluse le elegie considerate paradigmatiche della poesia ‘rustica’ di Tibullo, come Tib. 1, 1, ci ha mostrato come l’ io di Tibullo tenda invece ad identificarsi con piani di realtà coincidenti o con la realtà urbana – che costituisce anche qui lo spazio dell’amore ‘elegiaco’ (vd. Tib. 1, 1, 55-56: Me retinent vinctum formosae vincla puellae, / et sedeo duras ianitor ante fores ) – , o con la dura realtà del viaggio (Tib. 1, 1, 26: Nec semper longae deditus esse viae ). Riassumendo si potrebbe concludere che da un lato, nel Tibullo dei cicli di Nemesi e di Marato, è evidente il predominio del fondale e del clima culturale urbani; dall’altra, nelle elegie in cui l’autore elabora il tema della campagna idealizzata, i punti di osservazione da cui l’ io poetico contempla le sue rêveries campestri sono sostanzialmente la città e la realtà delle campagne militari. In questo schema ‘tripartito’, la città si identifica con l’amore elegiaco, non esclusi i suoi aspetti dolorosi ed ingiusti; la longa via della guerra rappresenta la negazione dell’ eros elegiaco; e in diretta contrapposizione a tali dimensioni spaziali, coincidenti con il ‘piano di realtà’ dell’ io poetico, viene generato un ‘anti-spazio’ rurale, nella direzione di una ‘fuga verso l’interno’ in cui possano comporsi anche gli aspetti tormentosi dell’amore elegiaco. Nel paragrafo conclusivo è stata infine vagliata l’ipotesi di una diretta derivazione galliano-virgiliana (ci riferiamo naturalmente alla decima ecloga) di una tale costruzione simbolica dello spazio.

Nel capitolo successivo è stato indagato lo sviluppo dei temi portanti della nostra analisi nella produzione properziana. In primo luogo è stato affrontato un tema trattato dalla critica solo incidentalmente, e con soluzioni contrastanti: l’atteggiamento di Properzio nei confronti della realtà urbana. Ne è emerso un quadro certi versi inaspettato, in cui, mentre la città costituisce naturalmente lo scenario esclusivo della vicenda amorosa (come vedremo meglio tra breve), l’emergere della toponomastica effettiva di Roma paiono legati d’altra parte all’incubo del tradimento, della dissoluzione della fides degli amanti. La dimensione monumentale dell’Urbe, poi, non sembra coinvolgere più di tanto il poeta, o almeno non sembra investirlo direttamente il discorso ideologico-politico sotteso al nuovo assetto urbanistico-architettonico impresso dal princeps all’Urbe. L’asse intorno al quale sembra costruirsi il mondo spaziale di Properzio, almeno nelle elegie erotiche della sua raccolta, sembra piuttosto vertere su di una contrapposizione tra lo spazio ‘interno’ della domus , indicata ossessivamente attraverso la metonimia del limen (e suoi sinonimi), da una parte, ed ogni sorta di spazi ‘esterni’, a partire dai già citati luoghi della vita ‘galante’ della metropoli.

Tale considerazione ci porta nel vivo della seconda sezione del capitolo, riservata a quella che può considerarsi una vera e propria ossessione del poeta umbro: lo spazio esterno, in particolare ogni orizzonte che varchi le mura della città di Roma.

Dalle gite fuori porta nelle località alla moda, come Baia (vd. Prop. 1, 11 e forse anche 1, 12), o anche nelle vicine cittadine del Lazio, come Tivoli o Lanuvio (Prop, 2, 32 o 4, 8), fino al ricorrente spettro del viaggio per mare 369 , ogni allontanamento da Roma, ovvero dalla sede degli amori di coppia, si configura come il risvolto spaziale di una forma di negazione dell’ ethos elegiaco, nei termini di un tradimento, di una punizione o di una prova, o addirittura di una Lebenswahl antitetica a quella elegiaca. Non a caso con Prop. 3, 21 sarà proprio un viaggio (già in vario modo prefigurato in Prop. 1, 1, 29-30 come in 1, 6, 13-14 o 1, 17) a sancire la fine della storia d’amore con Cinzia.
Il quinto ed ultimo capitolo riguarda, naturalmente, gli Amores di Ovidio, senza dimenticare gli strettissimi vincoli che legano l’opera giovanile del Sulmonese al resto della sua produzione erotico-elegiaca, ed in primo luogo ai poemi didascalico-erotici (soprattutto Ars amatoria e Remedia amoris ) 370 .

Per quanto riguarda gli Amores , il processo di ‘campionatura’ di motivi, situazioni ed ogni sorta di τόποι elegiaci che Ovidio sembra compiere al loro interno produce un effetto di disorientamento per uno studio che miri ad essere ‘sintentico’, ovvero ad individuare costanti e schemi generali all’interno della costruzione elegiaca dello spazio. Il poeta si cimenta nei vari ‘sotto-generi’ elegiaci, e quindi anche nella rappresentazione degli spazi topici del genere: il contesto simposiale (Ov. 1, 4; 2, 5; 3, 11); il locus amoenus (3, 1; 3, 5; 3, 8); il παρακλαυσίθυρον , naturalmente (in innumerevoli passi che non mette conto qui riportare); il sito di Roma prima della fondazione (1, 8; 1, 10; 2, 9; 3, 4); il proprio luogo d’origine ( τόπος properziano sviluppato da Ov. Am. 2, 1; 2, 17; 3, 15); i Campi Elisi (motivo invece tibulliano ripreso da Ov. Am. 2, 6; 3, 9).

Ma nel giovane Ovidio degli Amores , oltre all’arte della variazione e al gusto della variante peregrina e arguta, si potrà scorgere una retorica dello spazio a suo modo coerente, solo apparentemente in continuità con la tradizione elegiaca. Anche qui l’impostazione dell’analisi si è fondata sui Realien topografici di Roma e sugli spazi della lontananza, chiavi di volta dell’intera concezione properziana dello spazio stesso.

Per quanto riguarda i primi 371 , si potrebbe dire che Ovidio ha menato a pieno compimento quella che La Penna definiva la ‘scoperta poetica della città’ in Properzio, ponendo definitivamente in primo piano la vita ed i luoghi della metropoli. Il poeta umbro, però, non aveva osato compiere quel passo veramente rivoluzionario che rimarrà appannaggio del poeta degli Amores : l’adesione entusiastica al mondo della ‘società galante’. Quei portici e teatri che Properzio collega sempre, come per una sorta di retaggio moralistico di stampo quiritario, al tradimento e alla dissoluzione del patto amoroso, vengono portati in scena da Ovidio impiegando una luce diversa, divertita e ormai nient’affatto problematica 372 . Nessun contrasto è avvertito tra le conquiste amorose nei luoghi ‘aperti’ della mondanità e la dimensione ‘chiusa’ dell’amore elegiaco – segno anche questo, se vogliamo, del dissolvimento della sua dimensione assolutizzante.
Forse ancor più significativo è il trattamento ovidiano dell’altro asse portante della costruzione elegiaca dello spazio: il viaggio. Il tema del rifiuto del viaggio ricorre, nel tessuto degli Amores , in sparsi accenni ormai privi della sentita vis drammatica e a volte polemica che abbiamo visto tanto in Tibullo quanto in Properzio 373 . Acquista invece centralità il motivo – sviluppato in intere elegie – del ‘viaggio per amore’.

La retorica spaziale elegiaca, nel suo complesso, si configurava come essenzialmente chiusa e statica. Salvo parziali eccezioni quali Prop. 2, 26b, su cui ci siamo soffermati a suo luogo, l’amante elegiaco, semplicemente, non viaggia. Gli spostamenti cui è costretto per raggiungere la sua amata sono molto limitati: si tratterà tutt’al più di raggiungerla, come in Tib, 2, 3, Prop. 2, 19 o 3, 16, nel rus suburbano. Ma anche questi spostamenti venivano per lo più presentati come degradanti e dolorosi (Tib. 2, 3), pericolosi e potenzialmente mortali (Prop. 3, 16) o almeno comunque sgraditi al poeta (Prop. 2, 19). Sulla scia dell’elegia 3, 16 di Properzio (la ‘convocazione’ in campagna da parte della donna) sembra collocarsi Ov. Am. 3, 6 – tuttavia è sparito il clima cupo (per quanto ironicamente esagerato) e quasi ferale che accompagnava questo breve spostamento nei versi properziani, trasformandolo in una sorta di piccola discesa agli inferi. In Ov. Am. 3, 6 quanto rimane è l’idea di ‘dinamicità’ dell’innamorato destinata a riapparire anche, sotto forma d’inversione di ruoli, in Am. 2, 16, dove è il poeta a trovarsi a Sulmona, e ad invitare Corinna a raggiungerlo – dandogli così prova del proprio amore. La versione ovidiana dell’amore elegiaco, ormai del tutto estranea alla staticità elegiaca, trova la sua espressione più completa nella raccolta degli Amores nell’elegia incentrata sul motivo della militia amoris ( Am. 1, 9), nella quale l’etica dell’innamorato trova evidenti punti di contatto con quella militare, nella chiave di una sorta di attivismo anche ‘motorio’, in un’elegia in cui proprio le simbologie spaziali legate al viaggio e al movimento rivestono un ruolo di primo piano. La più piena espressione di questa nuova retorica ‘dinamica’ dello spazio è rintracciabile nell’ Ars amatoria , oltre che in una serie di precetti riconducibili all’appropriazione dello spazio urbano e alla propensione ‘motoria’ di cui abbiamo detto, in un passaggio di notevole importanza, Ars 2, 223-250, dove un’ampia rassegna di τόποι elegiaci è utilizzata come esempio paradossale della nuova etica erotica dell’amante ovidiano.

La nostra rassegna conosce però una conclusione ‘dissonante’: nel poema che costituisce la voluta antitesi dell’ Ars amatoria , i Remedia amoris , un’intera sezione (vv. 135-248) è infatti fondata sulla riproposizione dei principali elementi della della retorica ‘esclusiva’ dello spazio propria dell’elegia latina. Con il poema che segna il commiato definitivo della letteratura augustea dal’esperienza letteraria elegiaca, il processo sembra tornare circolarmente al punto di partenza – ma oramai l’assolutezza delle categorie spaziali elegiache era stata negata, e così la ragion d’essere di un genere che fondava sulla visione totalizzante dell’ eros la propria stessa identità.

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1Cfr. Dupont 20022, 86-87.

2Sulla letteratura ellenistica ed un’analisi dei suoi principali esponenti in rapporto agli ambienti culturali di appartenenza, vd. la monografia di Webster 1964, passim.

3Vd. Musiolek 1981, 372.

4Cfr. Reinhardt 1988, 1-3;Musiolek 1981 su ἇστυ; Koerner 1981 su πόλις.

5 Vd. Musiolek 1981, 368 .

6 Cfr. Reinhardt 1988, 17-18 : “Il carattere dell’ἇγρο ικoς ἇγρ οικoς ” mostra una volta di più quanto fluidi fossero i confini tra città e campagna nell’Atene classica. Si poteva vivere in campagna come colto possidente terriero, oppure si poteva prendere parte, da incolto contadino, agli affari quotidiani della politica ed alla vita della πόλις ”.

7 Vd. Reinhardt 1988, 1 : “Gli ambiti della città e della campagna non sono tematizzati e contrapposti per la prima volta nell’opera di Teocrito. A causa del grande significato economico dell’agricoltura per la cultura cittadina greca, le figure dei cittadini e dei contadini hanno un loro posto ben determinato nella letteratura greca sin dall’epica arcaica”.

8 Ad essi paghiamo, naturalmente, il nostro debito bibliografico: si vedano dunque Ribbeck 1885 , studio documentatissimo, con incursioni anche nella letteratura latina, sulla fortuna dei due ‘tipi’ dell’ ἄγροικoς (pp. 3-45) e del suo contrario, l’ἀστεῖο ς / urban us (46-66), indagine ‘ispirata’  in qualche modo dal quarto carattere teofrasteo (ovviamente, l’ ἄγροικoς ), riportato infatti alla fine del volumetto; e Vischer 1965 , incentrato sul motivo della ‘semplicità’ di vita ( Einfachheit ) tanto nella letteratura greca quanto in quella latina. Per quanto riguarda quest’ultimo lavoro, naturalmente l’idea (non solo antica) di una vita meno complicata di quella moderna non si incarna solo in un sogno di evasione bucolica, ma, ad esempio, in temi ben noti quali la nostalgia per un’età perduta, lontana nel tempo, o il vagheggiamento di luoghi lontani e fantastici, come anche in una certa visione stereotipa della stessa vita dei barbari. La “Bukolische Einfachheit”, a partire dall’età alessandrina, è presa in esame in particolare in Vischer 1965, 128-147, ma indicazioni interessanti vengono anche dalla rassegna precedente degli autori greci arcaici e classici, come anche dai capitoli successivi (pp. 147-157), che seguono il cammino del tema della ‘vita semplice’ nella letteratura latina (includendo Orazio e il Virgilio georgico).

9 Vd. Hom. Il. 18, 491-589.

10 Cfr. Reinhardt 1988, 4-5 .

11 Vd. Theogn. 1, 54-58.

12 Cfr. Ribbeck 1885, 28 e Reinhardt 1988, 9 : “È difficile precisare quale fosse la posizione di Euripide, a partire da tali passi”. Più recisamente Vischer 1965, 58 afferma: “La città non è più colei che alleva la gente per bene: il bene risiede ormai solo nella campagna”.

13 Cfr. Ribbeck 1885, 7 .

14 Vd. Ribbeck 1885, 9 : “Nelle commedie conservate non è mai sua intenzione rappresentare questa classe sociale [ scil. i contadini] come ridicola, o cogliendo le sue debolezze: anzi, i campagnoli (con l’eccezione degli spassosi Acarnesi) sono i suoi compagni nell’aspirazione alla pace ”. Posizioni analogamente sbilanciate nella direzione della συμπάθ εια di Ar istofane con i suoi personaggi agresti, quali quella di Vischer 1965, 58-59 o di Ehrenberg 1957, 103-133 , sono riequilibrate da Reinhardt 1988, 11 , il quale richiama l’attenzione sulla rappresentazione, da parte del commediografo attico, anche dei limiti del mondo contadino, della sua grettezza, delle sue durezze di vita.

15 Cfr. Reinhardt 1988, 12-14 , il quale insiste sulla presenza in Menandro di un quadro non ancora del tutto idealizzato del Landleben : accanto all’ammirazione morale, sopravvivono ancora, nella figura del contadino, “Züge des Unkultivierten” (‘tratti di rozzezza’; p. 23). Già Ribbeck 1885, 27-28 aveva retrodatato al teatro greco del quinto secolo i primi segni del processo per cui “La considerazione delle debolezze morali, che l’avanzamento della cultura cittadina comportava come conseguenza, porta gli animi più riflessivi a tornare ad estimare la forza della campagna e la sua semplicità”, citando l’ Antiope , l’ Oreste e l’ Elettra di Euripide . Delle conclusioni di Vischer 1965 su Euripide (a 56-58) abbiamo già detto; si vedano anche le sue considerazioni su Menandro e gli altri autori dellα νέανέα a 131: a suo parere è proprio dalla commedia che viene agli epigrammatisti alessandrini e a Teocrito il tema dei pastori come elemento fondamentale nell’elaborazione poetica (e non filosofica) della   Einfachheit . L’analisi di Reinhardt 1988 (a 14-17) , per parte sua, passa in rassegna anche l’ Economico di Senofonte e il Carattere quarto di Teofrasto. Interessanti le sue notazioni riguardo alla prima delle due opere, laddove egli ridimensiona l’enfasi impressa da Vischer 1965, 59 alla lode della vita di campagna: nell’ Economico i campi sono sostanzialmente una fonte di introito, e non è messa in campo alcuna scelta esistenziale tra mondo urbano e rurale. La natura ideologicamente ‘ambigua’ dei trattati didascalici di argomento agricolo è dovuta al fatto – che ritroveremo anche parlando del De re rustica di Varrone – che non si tratta affatto di ‘manuali’ per contadini, ma opere letterarie destinate ad un pubblico di ricchi possidenti terrieri, con forti interessi economici nella campagna, ma i piedi ben piantati nella agiata e raffinata vita cittadina. Il parallelo tra le rappresentazioni della campagna in Aristofane e in Menandro portato avanti in Del Corno 1969, 85-94 porta lo studioso a conclusioni molto interessanti sul poeta della νέα come interprete della crisi di Atene nel IV sec. a.C., un Menandro che gioca ‘di sponda’, usando i personaggi rustici per denunciare i mali (morali e politici) della città.

16 Vd. Reinhardt 1988, 17-18 . Per la precisione, la definizione dello studioso è riferita all’atteggiamento della letteratura arcaica, ma ci permettiamo di usare il suo termine per descrivere un approccio di fondo che individuiamo un po’ in tutti i testi e gli autori presi sinora in esame.

17 Vd. Fantuzzi-Hunter 2002, 177 e 245 n. 4 .

18 Cfr. Fantuzzi-Hunter 2002, 178 e 246 n. 7 .

19 Cfr. Del Corno 1969, 85 , ripreso in Fantuzzi-Hunter 2002, 246 n. 7 .

20 Un momento di grande suggestione critica rimane sempre il bilancio tracciato da Pasquali 1920, 385-390 , attraverso il grande affresco d’insieme traciato sulla vita quotidiana ad Alessandria. Più in generale, costituisce una fonte di riflessione il parallelo tra le due grandi metropoli del mondo antico, l’Alessandria dei Tolomei e la Roma tardo-repubblicana ed imperiale, sviluppato a 364-390 .

21Vd. Cairns 1972, 17-18: “Un’altra area tematica importante nella poesia ellenistica è la campagna [...]. Ma di fatto l’interesse ellenistico per i campi sembra essere stato sostanzialmente erudito, ovvero riflette la curiosità intellettuale del poeta ellenistico su tutto ciò che si pone al di fuori della sua esperienza quotidiana. Per l’uomo di città di età ellenistica la campagna non era più familiare come una parte quotidiana della vita. Si trattava di un altro mondo, da comprendere come tale”, e già Ribbeck 1885, 28-29: “Ma nel periodo ellenistico si sviluppa, insieme alla nostalgia nei confronti della semplicità e della gioia della natura campestre, la concezione idealizzante, sentimentalmente ispirata della vita nei campi e dei contadini [...]. Con la creazione di giardini e parchi nelle città viene introdotto il gusto per il campagnolo nella pittura e nella scultura, insieme ad un crescente amore per la natura pittoresca”.

22 Per il concetto di ‘stilizzazione’ cui fa riferimento Fantuzzi, si legga anche quanto detto da Stanzel 1995, 115-118 .

23 Vd. ancora Fantuzzi-Hunter 2002, 216-222, e, per Mosco e Bione, 223-245 . Per misurare questa distanza, all’interno del corpus teocriteo, tra i componimenti ascrivibili a Teocrito stesso e quelli dei suoi emulatori, Serrao 1977 (b), 180-199 ha esaminato da presso un elemento preciso: il rapporto tra gli agoni poetici tra βουκολιάσταιv nei componimenti del corpus e le reali convenzioni delle gare d’improvvisazione di versi nella tradizione popolare greca – per quanto ci è dato di ricostruire quest’ultima. Lo studioso individua dunque una netta differenza tra un carme come il quinto idillio, effettivamente teocriteo, il quale si attiene alle regole di tali gare tanto nella sua strutturazione interna quanto in alcuni dettagli come la posta in gioco, la scelta del giudice ed altri, e carmi come l’idillio ottavo, opera di un imitatore, già molto più ‘libero’ da tali vincoli di imitazione della realtà campestre. Toni particolarmente realistici presenta, com’è noto, l’idillio 10 di Teocrito, per cui Webster 1964, 83 afferma recisamente: “Solo l’ idillio X è un quadro coerente della vita campestre contemporanea”. Eppure egli stesso, subito dopo, ammette un certo grado di letterarietà nella costruzione: “anche qui il contrasto tra i due probabilmente deve qualcosa alla commedia nuova”. A questo riguardo, una luce nuova sul carme ha gettato a suo tempo la lettura di Cairns 1970, 38-44 , il quale vedeva Buceo e Milone come due campagnoli che si comportano da cittadini, in quanto il loro contrasto è costruito su elementi topici di origine ‘urbana’, tratti anche dalla poesia simposiale: essi incarnerebbero infatti le figure dell’amante e dell’ irrisor amoris . Dal contrasto tra la tradizione letteraria che essi in fondo continuano, e il travestimento campestre cui sono sottoposti, nasce per Cairns il principale effetto parodico e l’efficacia del componimento. Si veda anche l’equilibrata lettura di Theocr. 10 condotta da Reinhardt 1988, 43-49 .

24 Cfr. Fantuzzi-Hunter 2002, 185-186 .

25 Vd. ancora Fantuzzi-Hunter 2002, 245 n. 4 , che a sua volta rinvia   Del Corno, 1969, 85 .

26 Tra i precedenti di Teocrito nell’attenzione alla realtà dei campi, Fantuzzi-Hunter 2002, 177-178 colloca il mimo siciliano, Epicarmo, e per la realtà urbana Sofrone (di cui discuteremo più avanti). La frammentarietà di queste testimonianze ci impedisce in realtà di giungere ad alcuna reale conclusione sui loro rapporti con la successiva poesia degli Idilli . Sicuramente, ad una certa prudenza invitano le stesse considerazioni di Fantuzzi riportate sopra sulla differenza tra l’attitudine realistico-parodica del mimo e la complessa operazione letteraria teocritea. Vischer 1965, 129-132 individua nella linea commedia νέα-epigrammisti ellenistici (soprattutto i ‘peloponnesiaci’) i precedenti più diretti di Teocrito per quanto riguarda l’interesse verso la realtà dei campi e la loro trasfigurazione poetica. Se un’epigrammatista come Anite di Tegea presenta un certo gusto, peraltro non predominante, per scorci idillico-bucolici, l’interesse di un Leonida di Taranto è legato più che altro ad una rappresentazione realistica della vita delle classi umili, indipendentemente dalla collocazione spaziale: un riflesso del ‘realismo’ alessandrino, ben lontano delle rarefatte atmosfere teocritee. Si vedano al riguardo Degani 1977, 271-279 (soprattutto a 278-279 ); Fantuzzi-Hunter 2002, 246 n. 7 , e lo stesso Vischer 1965, 138-139 , il quale evidenzia la “harte Einfachheit” rappresentata in un certo numero di epigrammi leonidei: una semplicità di vita realizzata attraverso un singolare connubio di “povertà, lavoro e contentezza”. Sempre Vischer, a 132-135 , traccia un preciso confine tra atmosfere bucoliche e Einfachheit : se la sintesi tra quest’ultima condizione di semplicità e beatitudine e un sereno quadro campestre si realizza perfettamente nelle Talisie , a suo parere spesso negli altri epigrammi gli elementi realistici, crudi, e più ancora il πάθος amoroso che si inserisce nel contesto bucolico impediscono in molti casi di parlare di realizzazioni dell’ideale di Einfachheit . Sui mimi rustici teocritei in generale un punto di riferimento resta ovviamente Reinhardt 1988, 26-49 , soprattutto incentrato su Theocr. 4; 5 e 10.

27 Come, per parte propria,  nota Webster 1964, 89 .

28 Vd. Theocr. 2, 76: ἤδη δ εὖσα μέσον κατ᾽ ἀμαξιτόν, ᾇ τὰ Λύκωνος.

29 Ben nota è, per i due componimenti, la questione della dipendenza di Teocrito da Sofrone, esplicitamente dichiarata dagli scolî (vd. gli argumenta a Theocr. 2 e 15 negli Scholia vetera pubblicati da Wendel 1914 ). Una discussione puntuale sul rapporto tra le Pharmakeutriai e Sofrone è in Reinhardt, 1988, 91-94 . Sia questi sia Webster 1964, 88-89 tendono però a rivendicare l’autonomia teocritea dal punto di vista dell’elaborazione artistica della materia. A riguardo vd. anche Fantuzzi-Hunter 2002, 245 n. 5 e 249 n. 33 . Anche Reinhardt 1988, 65-115 riconosce a Teocrito, soprattutto con l’idillio 10 ( vd. 99-107 ), il merito della ‘scoperta’ poetica della città (per avvalerci del titolo dell’esemplare capitolo di La Penna 1977, 176-191 ) in età ellenistica.

30 Così Fantuzzi-Hunter 2002, 186 .

31 Giustamente Webster 1964, 42 richiama l’attenzione sul fr. 10 Powell di Filita, in cui il poeta colto rivendica la sua superiorità rispetto al rozzo contadino (in questioni amorose?). Filita rappresenta infatti, per le prime generazioni di poeti ellenistici almeno fino a Teocrito un caposcuola, il fondatore riconosciuto di un modo di fare poesia e cultura (vd. anche Wilamowitz-Moellendorf 1962 2 , 115 e Cazzaniga 1962, 238 per una interpretazione in chiave poetologica del frammento.

32 Per il concetto di una ‘scissione’ tra la cultura ‘alta’ e quella delle classi subalterne, scissione da cui scaturisce il senso ultimo della polemica letteraria callimachea, vd. Serrao 1977 (a), 172 , e la discussione di Mastromarco 1979, 118-123 , con ulteriori rinvii bibliografici.

33 Sui caratteri del mimiambo di Eronda, sul suo equilibrio tra rappresentazione realistica ed elaborazione letteraria (non coincidente con quello Teocriteo, nemmeno dei suoi epilli urbani), fondamentale resta lo studio di Mastromarco 1979, in particolare il capitolo terzo, I  mimiambi: poesia dotta e teatro di élite (a 107-142) .

34 Vd. Cairns 1970, 1970, 38-44 su Theocr. 10; Cairns 1972, 144-147; 172-173; 194-195 e 202-204 , e ancora Gow 1952 2 , 64 e l’intero capitolo Die gruppe der auf die Stadt verweisenden merae rusticae in Reinhardt 1988, 50-84 .

35 Vd. Fantuzzi-Hunter 2002, 179 e la bibliografia riportata a 249 n. 9.

36 Dal canto suo, Cairns 1972 17-18 individua un altro aspetto del complesso nodo che lega la nuova realtà dell’urbanesimo ellenistico alle nuove forme letterarie di rappresentazione dello spazio (sia quello rurale sia quello urbano ‘basso’, quotidiano), leggendo tali rappresentazioni come un aspetto della natura ‘colta’ ( learned ) della letteratura alessandrina (vd. supra , n. 21).

37 Pensiamo ovviamente all’effetto ‘erosivo’ che ebbe la cultura politica ellenistica, radicata nella realtà dei grandi regni territoriali e della monarchia carismatica, su quella tradizionale romana, basata su un’oligarchia legata ai suoi valori di ‘egalitarismo aristocratico’.

38 Nell’àmbito letterario, tale ideologia trova espressione, come naturale, nei trattati di agronomia, ma, come vedremo, non solo in questi. Si può rinviare dunque in primo luogo alla monografia ormai classica di Martin 1971 sugli agronomi romani, ma anche alla serie di studi compiuto da Alberto Cossarini su Catone ( Cossarini 1976-1977 [a], 71-86 ), Varrone ( Id. 1976-1977 [b], 177-197 ), Sallustio e Cicerone ( Id. 1979-1980, 355-364 ), Columella ( Id. 1978, 35-47 ), Plinio il Vecchio ( Id. 1980, 143-163 ) e Palladio ( Id. 1977-1978, 175-185 ). In tali lavori l’‘ideologia’ agraria, che ha tra i suoi cardini il coinvolgimento diretto del dominus nella gestione della proprietà terriera, oltre a precisi valori etici e politici, viene messa a confronto con le effettive condizioni storico-ecomiche del sistema schiavistico di produzione agricola, e con la sua progressiva crisi.

39 Certo è arduo, per chiunque sia entrato in contatto con il meccanismo delle fonti da cui traiamo le nostre conoscenze sull’antichità (e non solo su di essa), tracciare una linea distintiva tra l’‘uomo’ effettivamente esistito e il ‘personaggio’ tramandato dai testi successivi. Considerando che molto di quanto sappiamo di Catone, a parte quanto possiamo trarre dai suoi stessi scritti, ci è stato presentato da un testo letterario, magari storiografico, la domanda è: si poteva parlare di Catone il Censore, nella Roma della Repubblica e della sua crisi, ma anche dopo, come se i significati ideologici attribuiti alla sua figura non fossero mai esistiti? E soprattutto, che ragione avrebbero avuto per far questo (intendiamo, per parlare di M. Porcio Catone dimenticando ‘Catone’), una storiografia, una aneddotica ed una letteratura prosopografica come quelle antiche, le cui premesse letterarie di fondo consistevano nell’ uso dei personaggi e degli episodi per veicolare contenuti morali, o almeno per portare avanti discorsi di senso più ampio rispetto alla narrazione ‘oggettiva’ del singolo episodio? Da questo angolo-visuale, il ‘mito’ di Catone e i significati che esso veicola ci interessano almeno tanto quanto la sua effettiva esistenza storica. Fatto salvo, naturalmente, l’interesse specifico degli scritti che la tradizione antica è concorde nell’attribuirgli, almeno quando questi stessi scritti non siano germogliati successivamente, come ad esempio i Dicta Catonis , lungo i secoli di vita del ‘mito di Catone’ (per cui si veda Goar 1987 ).

40 A dire il vero, va anche ricordato che ex agricolis nasce anche uno strano quaestus , che non è solo stabilissimus , ma persino maxime pius... minimeque invidiosus . Dietro questo denaro ‘molto pio’, intravvediamo ancora una volta, ovviamente, gli stessi contadini, i quali subito dopo, tramite l’anafora dell’avverbio minime , si riprendono anche sintatticamente il ruolo di referenti del discorso. Di uomini si parla, anzi, di soldati: o meglio, di uomini con le loro virtù e di rendite agricole, insieme. Si noti, tra l’altro, come la stretta congiunzione tra gli attributi è evidenziata con forza dall’uso ripetuto dell’enclitica -que . Il testo impiega ogni cura, ed ogni artificio retorico, al fine di tenere uniti l’aspetto materiale e quello morale dell’argomentazione. Lo studio di Ruebel 1980, 19-20, tendente a mostrare come l’espressione nunc ad rem redeam faccia riferimento alla res intesa soprattutto come ‘patrimonio’, testimonia peraltro come gli aspetti puramente economici restino comunque al centro dell’interesse catoniano nell’opera, per quanto non disgiunti da quelli morali e politici.

41 In direzione di un possibile influsso della diatriba greca sull’anti-ellenico Catone argomenta Oltramare 1926, 81-88 , il quale, pur dichiarando preliminarmente di non interessarsi al De agri cultura in quanto il trattato tecnico esula dall’ambito della sua rassegna, a 85 accenna alla consonanza dei riferimenti catoniani alle virtù della campagna con la frugalità diatribica (per cui vd. sempre Oltramare 1926, 49-52 ). Va peraltro notato come lo studioso si mostri anch’egli consapevole ( a 87 ) delle problematiche poste dalla sovrapposizione, nella figura di Catone, di uomo e personaggio, con quanto ne consegue anche per la tradizione testuale (si pensi ai detti tramandati per tradizione indiretta) : “Forse la posterità gli ha imprestato un numero maggiore di sentenze conformi alla filosofia popolare di quante egli ne abbia realmente scritte o pronunciate”. D’altra parte Oltramare teme che i posteri ci abbiano restituito un Catone più diatribico (e quindi, in fondo, più ellenizzante) di quanto non fosse realmente.

42 Su questo passaggio iniziale vd. anche la breve nota di Scivoletto 1992 (a), 744-747 , per cui “questo breve discorso introduttivo [...] è un valido documento di quella dialettica, sempre presente nella cultura latina, tra l’ideologia della campagna e quella della città, e strutturato secondo i canoni del genere epidittico” (p. 745). Lo studioso nega al brano la qualifica di vera e propria prefazione programmatica, mancandole “l’intenzione dello scrittore di procedere alla sistematizzazione teoretica delle proprie e delle altrui esperienze” (p. 746). Notevoli correzioni al testo del brano apporta Gratwick 2002, 41-72: particolarmente interessanti le sue proposte di lettura ed interpretazione per l’ incipit ( est interdum praestare <rem> mercaturis rem quaerere , “It can sometimes be that to provide  <substance> to those proposing to venture is to win substance”) e per la formula finale di transizione ( nunc ut ad rem redeam, quo<a>d promsi institutum, principium hoc erit, <rem re quaerere> , “Now to return to substance, as far as I have selected among livelihoods, the main thing will be this, <to win substance from substance>”). Per parte nostra, troviamo il primo dei due interventi testuali, seppure non certo, comunque più probabile del secondo. Lo studioso corregge anche il finale del breve proemio per dare una conclusione ‘logica’ ad un’argomentazione che vede principalmente basata sul tema del rem quaerere , ovvero sul piano economico. Eppure la necessità di questa correzione non mi pare stringente, considerando che il fulcro dell’argomentazione catoniana è costituito soprattutto dalla connessione tra aspetti morali ed economici: essa muove dall’analisi di forme di guadagno prive di valore morale verso la ‘dimostrazione’ del primato dell’agricoltura, transizione marcata da at .

43 Varr. De re rustica 2 praef. 1-3.

44 Direttamente raffrontabile con la prefazione catoniana ci pare anche l’idea che la vita in campagna generi i suoi benefici effetti già per il solo fatto di tenere impegnati in aliquo opere faciendo (Catone aveva qui in eo studio occupati sunt ) i suoi abitatori, che invece – Varrone lo dice più esplicitamente – altrimenti resterebbero desidiosi .

45 L’esplicito confronto operato dal testo testimonia già da sé il rapporto intertestuale fra i due stralci. Andrà sottolinato come la caratterizzazione della vita di città passi anche attraverso l’attenta scelta dei verbi: sedere , col suo portato di staticità ed oziosità (contrapposto a rura colere ); usurpare , “prendre possession par usage [...], s’approprier [...], faire usage de, employer” ( Ernout-Meillet 2001 4 , 758 s.v. usurpo ), il quale, contrapposto anch’esso a rura colere , restituisce l’idea di una campagna come luogo produttore di ricchezza, e di una città dove quella ricchezza di distribuisce, ovvero si disperde; ma soprattutto il caustico correpo “se traîner, cheminer lentement, se glisser” ( Ernout-Meillet 2001 4 , 570 s.v. repo ) che evoca, in stridente contrasto con la solenne evocazione della figura del pater familiae , un allontanarsi alla chetichella, clandestinamente, venendo meno ai propri doveri ( relictis falce et aratro ). La climax polemica culmina nell’immagine, sottilmente straniata, dell’inane agitarsi ( movere ) delle mani negli spettacoli.

46 Vd. al riguardo Bianco 1976, 299-316 , che dopo una circostanziata analisi storico-economica conclude contestando l’idea comune di una crisi agricola profonda al tempo di Varrone.

47 Sotto questo aspetto, una considerazione che noi classificheremmo come di ordine ‘pratico’, come quella della salute più cagionevole dei cittadini in Varr. De re rustica 2 praef. 2 diviene più comprensibile, all’interno di una logica per cui sanità fisica e integrità morale sono concepite in un rapporto speculare. Di “discorso epidittico” parla Scivoletto 1992 (a), 737-738, evidenziando la struttura dell’argomentazione costituita da laudatio (per gli antenati) e vituperatio (per i loro corrotti discendenti).

48 In riferimento alle diverse opinioni al riguardo di Talete, Zenone, Pitagora, Aristotele, Dicearco, viene disegnata una linea evolutiva che dalla comparsa della vita sulla terra porta allo stadio in cui gli uomini primitivi si nutrivano dei frutti spontanei della terra, quindi all’allevamento delle docili pecore, e infine all’agricoltura. Sugli interessi di Varrone in relazione alla cosmogonia e all’antropogonia, vd. Noè 1977, 297-298 .

49 Al riguardo Noè 1977, 298 avanza considerazioni equilibrate: “Le due concezioni di progresso e decadenza convivono nel sistema varroniano”. Ma meno d’accordo ci trova la conclusione formulata a 299 : “Nel prologo del terzo libro, invece, l’autore è interessato maggiormente alla naturale evoluzione storica e dimostra interessi eruditi, senza quei toni di viva polemica: è appena percettibile un’intonazione di problematicità e di rimpianto. Eppure anche qui si accentua l’importanza della vita agricola che anticamente forniva gli alimenti in tempo di pace e i soldati in tempo di guerra” (Varr. De r.r. 3, praef. 1, 4). Effettivamente la vis polemica e soprattutto satirica sembra attutita, ma sarà il caso di porre nuovamente l’accento su quello che pare più di un tenue rimpianto, in espressioni come: divina natura dedit agros, ars humana aedificavit urbes e nell’assai esplicito séguito di questa affermazione: neque solum antiquior cultura agri, sed etiam melior. itaque non sine causa maiores nostri ex urbe in agros redigebant suos cives, quod et in pace a rusticis Romanis alebantur et in bello ab his alebantur. nec sine causa terram eandem appellabant matrem et Cererem, et qui eam colerent, piam et utilem agere vitam credebant atque eos solos reliquos esse ex stirpe Saturni regis . Ci pare anzi che qui Varrone, rinunciando ai toni ‘menippei’, e sostituendoli con la rigorosa dimostrazione erudita, di fatto aggiunga un tassello in più a quanto aveva argomentato nel proemio al secondo libro: tornano qui, dopo il prologo del De agri cultura di Catone e il prologo al secondo libro varroniano, i maiores nostri , e con loro la dimensione storico-morale delle argomentazioni varroniane; torna esplicitamente l’impostazione moralistica, e la sua compenetrazione con la dimensione economica e politico-militare ( praef. 4: in pace... in bello ; praef. 5: piam et utilem agere vitam ). Viene aggiunta una priorità in termini di tempo, volta, sembrerebbe, in ulteriore titolo di vanto per le arti rurali – o almeno così ci fa sospettare l’uso di un verbo come praestare in praef. 3: immani numero annorum urbanos agricolae praestant . In tal  modo sembrerebbe interpretare anche Scivoletto 1992 (a), 740-741 , per cui “Varrone riprende [...] un tema che doveva essergli gradito, cioè la vita degli uomini all’alba della civiltà, distinguendola in due fasi storiche, quella della vita rustica e quella dell’ urbana e dando il primato alla prima proprio in forza della sua antichità [...] e dell’afflato religioso che la contrassegnava”. Insomma, il punto di vista è certamente cambiato, ed è venuto allo scoperto lo studioso di Antiquitates , ma solo per mettere il suo armamentario erudito al servizio di una polemica che è ancora orientata in senso ‘catoniano’.

50 I rimandi sarebbero molti, a partire dalla citazione quasi testuale in praef. 15: omnes enim, sicut M. Varro iam temporibus avorum conquestus est, patres familiae falce et aratro relictis intra murum correpsimus et in circis potius ac theatris quam in segetibus ac vineis manus movemus . Ma sommariamente potremmo ricordare anche la ricomparsa degli antiqui nostri ( praef. 13) e la loro predilezione per la cura rusticationis (a praef. 17: illa Romuli proles... semper... rusticam plebem praeposuit urbanae ); come la fusione di argomentazioni morali e pratiche, non esclusa la nota varroniana sulla valetudo ( praef. 17), la maggiore pigrizia delle popolazioni urbane ( segniores visos , praef. 17), e persino l’inconfondibile dettaglio delle nundinae ( praef. 18, con continui rimandi precisi al testo di Varrone) e delle importazioni di frumento dalle regioni transmarine (in Varrone erano Sardegna e Africa) e delle  uve dalle Cicladi (Varrone, invece, aveva Chio e Coo). Per un’analisi più completa degli elementi di ‘ideologia della terra’ nelle prefazioni ai singoli libri di Columella, si veda Scivoletto 1992 (b), 767-817 , in particolare a 804-806 sul prologo al sesto libro. D’altronde, la tendenza alla citazione diretta del proprio modello si mostra, nella stessa prefazione, anche nei confronti di Cicerone, punto di riferimento per quanto riguarda la costruzione retorica del brano (vd. Scivoletto 1992 (b), 788-790 ). Il debito di Columella nei confronti del prologo del De oratore ciceroniano ‘affiora’ in superficie in De re rustica 1 praef. 29, laddove il modello si trova menzionato (seppure in modo ‘obliquo’, relativamente ad una considerazione specifica): verum tamen, quod in Oratore iam M. Tullius rectissime dixit, par est eos, qui generi humano res utilissimas conquirere et perpensas exploratasque memoriae tradere concupierint, cuncta temptare .

51 Peraltro, la tradizione che voleva il τόπος del primato economico e morale dell’agricoltura e della terra presente nelle prefazioni di trattati didascalici agricoli sarà spezzata, dopo Columella, da Palladio, il quale, nella seconda metà del quarto secolo d.C., premetterà al suo Opus agriculturae solo poche considerazioni sulla necessità di ordire il tema con uno stile comprensibile ai rustici , invece di emulare, quod a plerisque factum est (1, 1), la dotta eloquenza dei retori. Che la scelta di Palladio sia consapevolmente in controtendenza con i precedenti del genere, e probabilmente in diretta polemica con Columella, è dimostrato da Maggiulli 1992, 825-839 .

52 Cfr. Fedeli 1990, 94  (in generale vd. 92-102 sull’intera tematica del contrasto città-campagna, e dell’‘ideologia agraria’ di cui stiamo parlando).

53 Oneste sono considerate anche attività quali medicina, architettura, studio ( doctrina rerum honestarum ), e soprattutto il commercio su larga scala, i cui utili possono infatti essere reinvestiti nella proprietà agraria. Cicerone non sembra far nulla per nascondere che il suo profilo di attività liberales coincide con quelle normalmente praticate dagli optimates .

54 Esiste un’indubbia contiguità fra i testi qui esaminati: Varrone, nel suo secondo proemio, intrattiene uno stretto rapporto intertestuale col De agri cultura di Catone; Columella, poi, citerà Varrone esplicitamente (attingendovi peraltro in più punti). Il Catone ciceroniano, secondo l’uso di molti studiosi moderni, ad un certo punto ‘si’ cita – ovvero rimanda ‘bibliograficamente’ al trattato del Catone reale.

55 Cic. Cato maior , 3: litteris Graecis quarum constat eum perstudiosum fuisse in senectute ; 26: et ego feci, qui litteras Graecas senex didici; quas quidem sic avide arripui, quasi diuturnam sitim explere cupiens, ut ea ipsa mihi nota essent quibus me nunc exemplis uti videtis . Ma forse non è il caso di guardare con tanta sufficienza all’affermazione ciceroniana, che pure è frutto in parte della ‘deformazione’ della figura di Catone nel dialogo. Così Marini 1993, 136 : “L’uso di perstudiosus vuole lasciar intendere che Catone era già stato studiosus di greco in gioventù? Lo confermerebbero alcuni episodi della sua vita: nel 209 comprese il discorso di Archita raccontatogli in greco da Nearco (cfr. paragr. 39); conosceva la storia greca e italica (Nep. Cato 3, 2); combatté a Siracusa per tre anni (Nep. Cato 1, 2); in Grecia nel 191 parlò in latino solo per una questione di principio (Plut. Cato mai. 12). L’affermazione, comunque sia, serve a dare una giustificazione allo sfoggio di cultura greca cui Catone non rinuncia nel dialogo e ad attenuare il conflitto culturale e ideologico con il gruppo scipionico. È l’elemento fondamentale della deformazione ciceroniana”. Anche il commento di Powell 1990 2 , 19-20 e 103 si esprime in questa direzione, là dove sostiene (a 103) che “there is no reason why we should not believe Cicero [...]. There is no implication in Cicero that Cato was ignorant of greek before he turned to the study of Greek literature [...]. Nor is the idea of a conversion to the study of Greek literature inconsistent with Cato’s opposition to many aspects of Greek culture; it is clear from Cato’s writings that he was familiar with Greek hostorians and other writers, and Plutarch ( Cato 2) and Pliny ( NH 29.14) note his use of unacknowledged quotations from Greek authors (cfr. Astin, Cato 162ff.) [...]. An interest in Greek literature need not imply that one agrees with everything one reads there”. Vorrei ricordare come nel fr. 1 del De medicina lo stesso Catone, pur interdicendo al figlio il contatto con la medicina greca (e adombrando addirittura un complotto dei greci per uccidere tutti i ‘barbari’ con i loro impiastri) gli consigli anche di inspicere , se non di perdiscere , i loro testi. La confessione di un’inevitabile presenza culturale? Dello stesso avviso sembra   Powell 1990 2 , 103 . Ad ogni modo, l’influenza della cultura scientifica ellenica sul De agri cultura è stata dimostrata dal saggio di Boscherini 1970 : rifondendo in esso un precedente articolo sui grecismi nel trattato agricolo di Catone, Boscherini allarga la sua indagine al rapporto di Catone con la lingua e la letteratura greca in generale, e soprattutto agli influssi precisi di correnti della scienza tecnico-agricola, botanica, medica greca (soprattutto, ma non solo, ellenistica). Dell’influsso dei canoni del genere epidittico greco sulla prefazione al De agri cultura si era occupato in particolare Leeman 1974, 16-19 , i cui argomenti sono ripresi ed ampliati da Scivoletto 1992 (a), 745-746 . La misura dell’influenza diretta della cultura greca sul trattato agricolo catoniano è stata ridimensionata da Astin 1978, 162-163 e 164-165 , però nel complesso il discorso portato avanti nell’ intero capitolo Cato and the Greeks (pp. 157-181 ) va nella direzione di un riconoscimento della conoscenza da parte di Catone non solo della lingua, ma di ampie porzioni della letteratura greca, e anzi il quadro dipinto dallo studioso è quello di un personaggio ostile solo a determinati aspetti del dilagante ellenismo.

56 Un esempio particolarmente stridente di tali contraddizioni è quello, analizzato da Noè 1977, 292-297 , tra la polemica condotta nel proemio al secondo libro (analizzato qui sopra) – polemica che ad un certo punto si indirizza specificamente contro i possidenti che hanno ‘snaturato’ la destinazione d’uso dei loro terreni, convertendoli dall’agricoltura al grande pascolo – e l’argomento stesso del secondo libro, che tratta poi precisamente De re pecuaria ! Sul tema si veda ancora Della Corte 1970 2 , 75-87 , il quale ripercorre più in dettaglio lo snodarsi della polemica varroniana contro il lusso contemporaneo, e nuove forme di produzione nelle villae dei possidenti terrieri, lungo tutto il testo De re rustica . Beninteso, la nostra impostazione del problema è abbastanza lontana dai dubbi sulla ‘sincerità’ delle tirate moralistiche varroniane, e dalle accuse di ‘ipocrisia’ che Della Corte gli muove a 83 : il punto per me non è chiedermi quanto umanamente coerente fosse M. Terenzio Varrone, insieme severo censore dei costumi e opulento latifondista, ma semmai cercare di restituire, seppur per brevi saggi, un’idea delle inevitabili contraddizioni insite nelle stesse principali espressioni di una mentalità passatista come quella qui presa in esame, quando essa si confronti (come non può fare a meno, per arrivare all’espressione letteraria) con la cultura e la realtà del proprio tempo.

57 Ci riferiamo ovviamente al già citato Boscherini 1970 , in cui possiamo leggere ( a 24-25 ) anche un’affermazione che solo apparentemente contrasta con il discorso fin qui svolto. Parlando della probabile conoscenza dell’ Economico da parte di Catone, egli scrive: “Dei tre motivi su cui Senofonte fonda l’apprezzamento dell’agricoltura, due, quello della ricchezza che, con onestà, dona il lavoro della terra, e l’altro del vigore fisico e morale che nasce da questa attività sì che essa forma brav